giovedì 22 luglio 2021

BENEDETTA LA PIZZA CATTIVA - GENOVA 2001

Io una cosa ho sempre capito poco di Genova 2001, ma ancor più di certa sinistra degli anni ’90: l’ottimismo.

Sarà che ci sono poco portato, sarà che l’attitudine mi è stata rafforzata dalla scoperta di spiriti affini come Robert Smith, Albert Camus, Marcel Proust e Ian Curtis (ma qui si pone un problema di uovo e gallina), ma insomma: per età mi ricordavo l’infanzia negli anni ’70, con quel movimento e quello slancio, e poi invece quegli anni ’80 (che chissà perché tanti rimpiangono e mitizzano) della superficialità, dell’arrivismo, del liberismo-giungla, dei lustrini fintissimi, anni che già sapevano di retroguardia e sconfitta, in cui le cose buone erano underground e quasi mi bastava ascoltare i Rolling Stones, non gli Psychic TV, per essere un alternativo - e attenzione: frequentavo un liceo deove c’erano il figlio del carabiniere ma anche i figli di Fuksas, non andavo al professionale del Quadraro.

Un decennio che si è chiuso con la caduta del Muro e, visto che non ne avevo capito del tutto le implicazioni, due anni dopo con la fine dell’URSS e conseguente canea di chi ne approfittava per dire che QUINDI il Socialismo era sbagliato in assoluto, molto silenzio nella parte di chi avrebbe dovuto distinguere, e Mauro che disse “co’ ‘sta storia di comunismo non si potrà parlare per una trentina d’anni”. Il pessimismo era diffuso, alimentato magari anche dallo “sconfittismo di un Guccini, che confondeva l’odiare l’arroganza dei vincitori che ti faceva stare dalla parte dei “perdenti” (la schifosa retorica del “vincente” e dell’Esclusivo) col gusto di essere degli sconfitti: un equivoco poetico ma pericoloso.

Poi sì, i movimenti li facevo, mi sembrava doveroso, ma con ben poche speranze, se non quelle di vittorie parziali (rarissime anche quelle), mentre fuori, passato il breve sollievo per la scomparsa del CAF, c’era un centrosinistra che in pratica ti diceva che si poteva essere solo moderati per non spaventare gli elettori, una prospettiva da sconfitti quasi più dannosa delle politiche blairiane che poi ha fatto, mentre qualche criminale che scriveva su Cuore (mi sa il tremendo Roversi, il peggiore di tutti) diceva che non eravamo più classe o popolo ma ormai potevamo essere solo “consumatori consapevoli” (che a me ha sempre dato l’idea dei polli in batteria che si sentono liberi perché scelgono quale chicco beccare tra quelli che gli hanno messo davanti). E non nomino nemmeno il cumenda pidduista, che già bastava così.

Mi ricordo faticosissime e ingrate assemblee, che però si dovevano fare perché almeno ci provavi - perché poi i movimenti non finivano: sapevamo che ogni tanto ritornano, com’era successo in passato, e speravi che il tuo fosse quello buono: speranzoso ma ampiamente pronto al peggio, figuriamoci, ché di segnali positivi non ne arrivavano tanti e la mia impressione era che rispetto al sorgere del Sol dell’Avvenire noi fossimo più o meno in corrispondenza delle 2 di notte.

Seattle mi aveva un po’ fatto sperare, anche perché le manifestazioni erano state appoggiate dagli operai portuali e Genova… beh, il movimento contro la globalizzazione liberista (non ci dimentichiamo questo aggettivo che cambia tutto) mi pareva perfettamente in linea con l’essere comunisti, che lo sapessero o no i partecipanti. E di certo penso, o spero proprio, che nessuno si aspettasse di bloccarla con tre cortei a Genova.

Di quei giorni ricordo che a Radio Capital, NON Radio Alice o Telesoviet, invitavano gli ascoltatori a dire per quale motivo si sarebbe dovuto andare a Genova, cosa bisognava chiedere: del G8 si parlava come della circostanza in cui, siccome tutti i maggiori potenti della Terra erano lì, chi pensava che qulcosa al mondo non andasse bene poteva andare lì a dirlo in piazza: una cosa tranquilla, insomma.

Insomma, tranquilla: avevo sentito qualcuno, forse a un’iniziativa sul Chiapas, che aveva detto che in Messico i governi si preoccupano davvero quando vedono cortei in cui le immagini della Madonna stanno accanto a quelle di Zapata, perché vuol dire che si stanno saldando le due anime del popolo, e potrebbero venirne guai: devono aver pensato lo stesso qui (“macelleria messicana”, forse, non a caso) davanti agli autonomi che sfilavano con Pax Christi e hanno reagito col pugno di ferro (ti immagini che pericolo poteva venire da Pax Christi? E dai…). Poi l’11 settembre ha sconvolto tutto, ma i movimenti contro la guerra li facevamo, e come sempre anche altri , perché periodicamente ripartono.

A Genova non c’ero per motivi di lavoro, ma era un movimento nel quale stavo tranquillamente, le mie idee e le mie ragioni c’erano - e la ragione ce l’hanno data la crisi del 2008 e quella ambientale, anche prima della pandemia.

L’unica cosa che posso dire ancora è che un’amica che doveva dormire alla Diaz si sentì male di stomaco e decise di tornare a casa sua: benedetta la pizza cattiva che aveva mangiato a cena.

lunedì 17 maggio 2021

LE TRAME

Chissà che trame ci riserva il futuro; chissà se verranno fuori gli autori giusti.
Perché qualche difficoltà c’è stata dopo il biennio ’89-’91. Certo, la trama “mondo in due blocchi” era stata una trovata grandiosa, che era stato possibile portare avanti per 70 anni generando anche sottotrame interessanti - vedi quella di Hitler, potentissima ma forse un po’ eccessiva, anche se aveva lasciato molti residui utilizzabili successivamente - ma a un certo punto era diventata un po’ fiacca, ci voleva una scossa.
Anche perché la trama del Terzo Mondo che muore di fame appassionava sì ma fino a un certo punto: troppo lontana dagli standard di vita occidentali per coinvolgere un numero significativo di persone, bisognava trovare altro.
Nel ’91 si partì bene con la Guerra del Golfo: anche quella una buona idea (tant’è hanno potuto replicarla dopo circa 10 anni) ma era a tempo limitato. Allora, per movimentare la mega-trama del liberismo trionfante, buona come sfondo ma in sé noiosa e senza tutte queste attrattive (dai, chi può appassionarsi davvero a dei super privilegiati che ti dicono che in realtà sono stati bravi?), si è provato ad avvicinare, per così dire, il format Saddam portandolo in Jugoslavia (collegandolo così al finale della mega storyline sovietica): buona trovata, ma anche lì non poteva andare avanti più di tanto, benché anch’essa abbia generato un bis pochi anni dopo.
Così, visto che la trama-Seattle più di tanto non prometteva (ma la puntata di Genova ebbe un’incisiva potenza scenica), nel 2001 arrivò l’idea geniale: le Torri Gemelle e lo scontro di civiltà, con replica anche dell’Iraq ma in Afghanistan (che si riallacciava agli ultimi episodi del filone URSS). Una trama di forte impatto, aperta con la scena epocale dei grattacieli, ma anche questa era un po’ impegnativa: un vero scontro tra Cristianesimo e Islam sarebbe stato troppo - bisognava sconvolgere i sentimenti, le vite solo fino a un certo punto.
Dunque, relegata sullo sfondo come minaccia generica richiamata ogni tanto da qualche attentato e da guerre ed eserciti integralisti però sempre lontani, si doveva pensare ad altro. L’UE forniva spunti relativi, ce ne voleva una che li trasformasse in qualcosa di forte e di ampio respiro. Così è arrivata la crisi economica del 2008, la cui portata garantiva il giusto e vasto coinvolgimento.
Ma neanche questa ha invertito più di tanto la tendenza post-’89, ossia quella che privilegia tante trame che si intrecciano più o meno alla pari, senza quella veramente grande e dominante intorno alla quale far ruotare le altre: infatti si continua a riproporre format noti o a portare avanti trame stagionate (le primavere arabe, la Siria, la questione israelo-palestinese), a volte anche in modo stanco (ricreare la Guerra Fredda con Putin e Kim Jong-Un non funziona come la prima) per tenere alta la tensione con stimoli che arrivano da più parti.
Però non bastava neanche questo, era l’ora di qualcosa di veramente grosso, profondo e sconvolgente, qualcosa che segnasse davvero un’epoca nella coscienza collettiva; così, annunciata nei decenni scorsi da qualche epidemia minacciosa-ma-fino-a-un-certo-punto, è arrivato il Covid. Una botta di quelle veramente epocali. Alla fine, una riedizione della Spagnola ma con meno sangue, eppure in epoca di iperconnessione ha funzionato benissimo. Probabilmente sarà limitata nel tempo (sembra quasi che si stia avviando ad essere relegata a sottotrama come le altre), ma a livello di profondità ha colpito davvero.
Ora chissà che trame vedremo in futuro, chissà se dal passato possiamo immaginare cosa verrà; però, se gli autori sono a corto di idee possono sempre rivolgersi a qualche nuova leva.
Per esempio, io mi rivolgerei a chi è riuscito nella titanica impresa di rendere se possibile ancora più litigioso e diviso il campo della Sinistra in Italia, ovvero quella o quello che ha pensato alla trama dello scontro tra Rula Jebreal e la trasmissione Propaganda Live. È giovane, ma pare proprio che abbia talento e idee (nonché il coraggio di capire che la partecipazione della giornalista al Sanremo de “le donne un passo dietro agli uomini” non sarebbe stato un impedimento): io ci punterei subito.

domenica 2 maggio 2021

LANE MEMORY

20 anni fa, mentre ero in un negozio di dischi (mi pare a Roma, via Nazionale, verso piazza Esedra) trovai un disco che mi incuriosì: era Sex O’Clock di Anita Lane (suo secondo disco da sola), che avevo sentito nominare riguardo a Nick Cave, ma oltre al nome e al bel titolo mi intrigava il fatto che tra le canzoni c’era elencata… Bella ciao! Che ci fa un canto partigiano nel disco di una indie australiana, con tailleur celeste e copertina da elettronica francese?

Mi feci convincere, lo comprai e feci bene: era un bel disco effettivamente francese - in quel periodo scoprivo Gainsbourg e in effetti ricordava il periodo Melody Nelson, anche perché Mick Harvey, che arrangiava e suonava, è anche lui amante del cantante francese. Bella ciao, invece, era effettivamente quella nostra, resa in una versione lenta e suggestiva (e tradotta in inglese). All’epoca scrivevo per il defunto sito napster.it e colsi l’occasione per una tripla recensione al femminile (le altre due erano Nada e Tori Amos), anche se di differenza ne so poco ora e ancor meno allora (a rileggerle, però, meglio di quanto temessi).

La cosa buffa fu quando la feci sentire al mio amico e allora coinquilino Sergio, appassionato tra le altre cose di musica popolare, che apprezzò molto la versione e il disco in generale; così andò in rete a cercare notizie su di lei: ce n’erano poche ma a un certo punto trovò qualcuno che ne parlava: non fece in tempo a dire “ma allora oltre a me e Giulio…” che si accorse che era la mia recensione, che qualcuno aveva copiato e messo sul suo blog (col mio nome, per fortuna: grazie).

In realtà l’amavamo in tanti: peccato non averla mai vista dal vivo e non averglielo potuto dire di persona.

Intanto, a ridosso delle feste rosse, riascoltiamola:





Questa, invece, era la tripla recensione, così com’era

(si vede che è del 2001, quando l’idolo polemico per colpire il pop da classifica era Britney Spears; si vede che avevo 20 anni di scrittura in meno, con le ingenuità e le precisazioni rivolte a un pubblico generalista):


QUELLO CHE LE DONNE DICONO


Nada, Tori Amos, e Anita Lane non hanno bisogno di ricorrere a Enrico Ruggeri per parlare di sé e del loro essere donne in termini espliciti, consapevoli e lontani dai luoghi comuni. Tre ottimi dischi di tre grandi artiste.


NADA: L'amore è fortissimo e il corpo no


In effetti, per dare voce ai suoi sentimenti più intimi l'artista livornese ha avuto bisogno all'inizio di un aiuto maschile; ma l'uomo in questione era Piero Ciampi, uno dei più raffinati e sensibili cantautori italiani, scomparso ormai 22 anni fa. Furono infatti lui e il suo fido collaboratore Gianni Marchetti a comporre e produrre Ho scoperto che esisto anch'io, il disco con cui nel 1973 Nada cominciò a cercare di togliersi di dosso l'immagine da Britney Spears di allora che le avevano cucito addosso i discografici.

Nada allora era una divetta da Sanremo; e il disco, che è un autentico capolavoro, ovviamente non ebbe granché successo: troppo diverso dai suoi binari usuali fino a quel momento. Dopo si è alternata tra il pop leggero e progetti più impegnativi, giungendo con il penultimo Dove sei sei (che conteneva Guardami negli occhi, con la  quale partecipò a Sanremo '99) e questo ultimo lavoro a una piena maturità anche come autrice.

Nel disco, infatti, Nada tratta con mano salda un ventaglio di sentimenti, umori e temi tipici di una donna che ha vissuto intensamente, che scava nelle proprie esperienze per raccontarcele senza mediazioni. Esemplare in questo senso è Meraviglioso, sorta di punk in stile CSI con un testo che dimostra che Nada non ha paura di affrontare in termini franchi argomenti anche spinosi,come il rapporto di conflitto con i genitori e il sesso (in fondo "L'amore è fortissimo e il corpo no"); contravvenendo in questo caso alle convinzioni bigotte del mondo del pop che vorrebbero che una signora non toccasse certi argomenti (ma Nada in questo senso si era già espressa: dai doppi sensi di Ti stringerò (1980) e Vieni mai alla ben più esplicita Glu glu, entrambe dal penultimo).

A parte l'iniziale parabola di Gesù (il personalissimo rapporto con la religione è uno dei temi ricorrenti del disco) il resto è un viaggio nell'universo femminile, sia suo personale che generale. Conosciamo così Giulia, che pensa che "Dio è scarico"; ascoltiamo l'autrice nei momenti disperati di un amore finito (Suonano alla porta) o in quelli sereni ("Grazie per avermi spezzato il cuore, per avermi anche amata nel momento migliore"), o mentre con piglio di bambina invita a una danza leggera, o mentre si chiede "In generale dove ho sbagliato? Tra un ramo che si spezza e una donna che si lancia da una finestra che cosa ci passa?". 

Alla fine, con l'ultima canzone, Nada domanda "La vuoi questa donna?", completando così questo ritratto sfaccettato e coraggioso di una femminilità insieme antica e nuova. Nella speranza che i "sì" siano numerosissimi ...


ANITA LANE: Sex o'clock


Su un morbido tappeto musicale che richiama certi dischi di Serge Gainsbourg, Anita Lane torna a parlarci di sé dopo  il precedente e lontano Dirty Pearl.

Il richiamo al celebre cantante francese scomparso non è casuale: le musiche di questo disco sono opera (eccettuate tre covers) di Mick Harvey, storico collaboratore di Nick Cave (per inciso, ex-fidanzato della Lane) e titolare di due album di tributo a Gainsbourg nei quali traduceva in inglese numerosi suoi classici. A questi due dischi aveva partecipato attivamente la stessa Anita Lane, e non è strano rievocare, per un disco in cui il sesso è presente come argomento centrale fin dal titolo, l'autore che scandalizzò il mondo sussurrando "Je t'aime moi non plus" insieme a Jane Birkin (in uno dei due dischi di Harvey ne è presente una versione cantata da Nick Cave e dalla Lane).

In realtà questo disco parla anche d'altro: dell'amore come grande passione fisica ma anche come annullamento di sé (I love you, I am no more);  del senso di estraneità a sé stessi e agli altri (A light possession); della rivendicazione orgogliosa di una propria identità indipendente dai tentativi di sottomissione da parte della persona amata, come in The Next Man I See e, come anche Nada, del rapporto conflittuale con la famiglia (Home is where the hatred is, che è una cover, ma non credo sia un caso se è stata posta in apertura di disco).

E come nel disco di Nada, ci troviamo davanti il ritratto di una donna non comune, che pur senza proclamare grandi rivoluzioni cerca una via personale in un mondo che cerca soltanto schiavi sottomessi, e l'unica differenza che ammette nelle donne è quella di essere schiave.

Dev'essere per questo che il disco si chiude con una cover (in inglese!) di Bella Ciao; non si capisce però, allora, come mai nella traduzione siano sparite le ultime due strofe. Problemi di traduzione? A parte questo la cover, lenta e suggestiva, sebbene sembri più focalizzata sulla morte che sul partigiano, è davvero di rara bellezza, e chiude alla grande un disco notevole, che piacerà a chi si non vuole rassegnarsi a pensare che la "musica al femminile" si limiti alle varie Anastacie, Pausine, Marie Carey, Britneys varie.


TORI AMOS: Strange Little Girls.


Qui la questione della differenza sessuale viene posta esplicitamente. Il disco, infatti, è composto di dodici covers di canzoni scritte da uomini, con l'intenzione deliberata da parte di Tori Amos di rovesciarne il punto di vista. Brani di Neil Young, Depeche Mode, Tom Waits, addirittura Eminem e gli Slayer vengono riletti dalla sua voce limpida e dal suo piano. In alcuni casi, come il brano degli Stranglers che intitola il disco, con risultati superiori all'originale; in altri, ad esempio "Enjoy the Silence" dei Depeche Mode, i risultati sono controversi: personalmente ho apprezzato, altri no.

Va detto che i motivi della scelta di alcuni brani non risultano molto chiari: Heart of Gold di Neil Young o Time di Tom Waits non hanno testi così "maschili" da disorientare se cantati da una donna. Nel caso di Bonnie and Clyde 97 di Eminem e di Raining Blood degli Slayer, invece il contrasto è abbastanza evidente; così come ha un effetto piuttosto straniante sentirle cantare la splendida Real Men, una canzone che analizza i ruoli sociali dei due sessi con cui Joe Jackson dichiarò la propria omosessualità. In I don't like mondays dei Boomtown Rats di Bob Geldof, poi, la protagonista del brano passa semplicemente a parlare in prima persona.

Di Heart of Gold, completamente riarrangiata rispetto all'originale, non si capisce come mai sia stata trattata in modo tale che sembra più I wanna be your dog degli Stooges che non Neil Young; trattamento analogo ma decisamente migliore come risultati, ha ricevuto Happiness is a warm gun, un capolavoro di John Lennon contenuto sul doppio bianco dei Beatles, che è stata trasformata in un lunghissimo brano acido con voci che si rincorrono. Insomma, musicalmente ci troviamo di fronte all'alternanza tra brani sommessi per voce e piano e altri con soluzioni sonore più audaci che è tipica dei suoi dischi.

Nel complesso, Strange Little Girls è un'opera decisamente particolare per concezione, e rappresenta un confronto coraggioso con brani di autori illustri (o quasi: Eminem si può apprezzare, ma definirlo "illustre" ...). Già in passato Tori Amos si era cimentata con brani altrui (ricordiamo una magica Smells like teen spirits dei Nirvana per voce e piano), e questo disco si colloca sia nel suo personale filone di reinterpretazioni che nella sua militanza femminista. E se si può concordare col recensore di www.allmusic.com che l'intento della rilettura di canzoni maschili da un punto di vista femminile emerge chiaro più dalle interviste che non dal disco, è anche vero che ci sembra davvero ingeneroso il suo commento che "questo è un classico disco di Tori Amos, solo meno interessante perché non ha scritto lei le canzoni": e che Lou Reed, Neil Young, Tom Waits, Lennon/Mc Cartney, Loyd Cole e Joe Jackson sono scartine?

domenica 25 aprile 2021

Buon 25 aprile!

Ho letto qualche volta che “la sinistra” si sarebbe “appropriata” della festa del 25 aprile che “è di tutti” perché tra i partigiani c’erano anche democratici e centristi.

Allora: intanto, se è di tutti, non vedo perché non possiamo festeggiarla. E non vietiamo a nessun altro di farlo.

Poi: la liberazione dal nazifascismo è una festa nostra: non solo nostra, certo, ma lo è, visto che eravamo i principali nemici/obiettivi di fascisti e nazisti, specialmente quando hanno cominciato la loro ascesa; e che per dire, hanno ammazzato il socialista Matteotti e non, che ne so, Salandra, Bonomi o Giolitti.

I democratici poi, almeno alcuni, dovrebbero pensare a quando hanno appoggiato i “neri” nella speranza di togliersi di mezzo i “rossi”  - vedi appunto Giolitti che ci fece le alleanze elettorali o le varie potenze europee che tardarono a intervenire contro Hitler nella speranza che togliesse loro dalle scatole l’URSS -  invece di predicare su ciò che festeggiamo noi e come.

Non sto io a dire chi deve festeggiare e chi no, ogni partigiano, ogni antifascista e ogni democratico che sente sua questa ricorrenza ha pieno diritto di celebrarla; dico solo, a chi parla di “celebrazioni ormai rituali e vuote”, che un buon modo di riempirle sarebbe essere antifascisti tutti i giorni e in ogni circostanza, sotto qualsiasi nome si ripresentino quelle idee orrende.

Detto questo, auspico anche una Liberazione da tutte quelle gabbie, morali e di conformismo, che non siano la necessaria autodisciplina e padronanza di sé che ci vogliono per essere liberi davvero;

una Liberazione da chi vuole porre alla libertà delle persone limiti diversi dal rispetto di quella altrui, creando gabbie mentali che sono una scuola di schiavitù, un’abitudine alla sottomissione che parte dalla vita di tutti i giorni per prepararti a essere sottomesso politicamente;

una Liberazione da tutto ciò che ci impedisce il cammino verso il dispiegamento delle nostre piene potenzialità;

insomma, direi che auspico una liberazione da tutto ciò che ci impedisce di diventare davvero, o di provare a diventare, il Superuomo.

BUON 25 APRILE!

mercoledì 17 marzo 2021

AUGURI!!

 Oggi compie 10 anni il mio primo libro: AUGURI!

Indico oggi perché era il giorno in cui dovevo andare dall'editore a parlare di varie cose (copertina e altro): pensavo che ci saremmo limitati a quello, ma invece uscii con le prime copie del libro.

È stata una gioia incredibile e una grande soddisfazione, anche se di successo non si può parlare: ma forse invece sì, perché dopo aver scritto poesie per tanto tempo questa era in qualche modo una ratifica, un punto di arrivo e di partenza.

Qui accanto le notizie su come eventualmente ordinarlo e i link alle poesie che avevo già pubblicato qui, mentre più in basso, nel post precedente, le notizie sul suo successore (anche questo, ahimè, con la R e non con la N), uscito l'anno scorso.

Per celebrare, un frammento inedito recente:


SBROCCDOWN

(il Co-video sono io 2)


Tocca stare a giornate

praticamente fermo,

scolpito qui davanti

 a ’stu sfaccimm’ ‘e schermo.


Se non pc è tv,

sempre davanti a un monitor;

qualcuno o cosa parla,

cambia solo l’imbonitor.


Ma un monito c’è sempre

di qualche monitore:

chi ti mòne prodotti,

chi dati, chi terrore,


chi morsi di lezione,

chi lezioni di DaD:

pe’ usa’ l’inglese d’oggi

tutto ciò non è “rad”.


Ho gli occhi spadellati

nel senso di “ormai fritti”,

e nel vuoto c’è l’ansia

di appuntamenti fitti:


perfin meno di prima

si esce, ognuno è ermo,

ma ci son mille eventi

su ‘stu sfaccimm’ ‘e schermo.


No buchi nel bouquet

d’offerta, niente noia:

balli, videodibattiti,

eventi, Fripp e Toyah,


pentole in televendita,

letture di Mimnermo,

biopics sul narcotraffico

su ‘stu sfaccimm’ ‘e schermo.


E oceani di minchiate:

Goebbels sarebbe attonito

dal suo successo, scritto

su ‘stu sfaccimm’ ‘e monitor... (seguirà)

venerdì 28 agosto 2020

LA CHIOMA ECCETERA: DUE PAROLE SUL MIO NUOVO LIBRO



In questo strano 2020, che ha visto la Storia passarci addosso ed entrarci a casa a sconvolgere il ritmo dei nostri tempi, ho pubblicato un nuovo libro - che di fatto è uscito a giugno ma solo ora mi decido a parlarne qui, quando ho già fatto una presentazione fisica e una via web-radio su Radio Città Aperta (ma è colpa dei miei tempi, il Covid ha solo aggravato).

Si tratta di un’altra raccolta delle mie poesie: come già la precedente, uscita nel 2011, questa raccoglie un po’ di ciò che scrivo ormai da fine anni ’80, alcune anche lontane.

Il libro è uscito per le Edizioni Ensemble di Roma, e si può comprare in tre modi:


1) Andare dal vostro libraio di fiducia e ordinarlo (è il mio metodo preferito: sosteniamoli!).

2) Se impossibile o difficile, dal sito della casa editrice: https://www.edizioniensemble.it/prodotto/la-chioma-eccetera/

3) Venire alle mie letture e presentazioni (ma questa, visto il periodo, è più ardua).



Ma di che libro si tratta? Allora:


STILE

Lo stile è il mio solito, cioè quello nato al liceo quando il professore ci spiegava la metrica e i versi e, per farceli comprendere meglio, faceva scrivere poesie a noi: uno stile giocoso, che si divertiva con l’idea classica di letteratura prendendo un po’ in giro la poesia con rime e linguaggio elevato mescolandoci il quotidiano, il dialetto, qualche grezzata, passaggi logici assurdi/casuali, il gusto delle parole strane e quello di assemblare rime e suoni allo stesso modo in cui si gioca col Lego (da lì i tre pezzi di costruzioni sulla copertina del primo libro), riferimenti rock… a un certo punto scoprii Freak Antoni e gli Skiantos che facevano cose simili, e allora le ho chiamate “poesie demenziali”.

L’approccio giocoso e ironico è rimasto lo stesso anche quando parlo di cose più serie: la lezione anche di Rino Gaetano e dei CCCP (prima di scoprire Tristan Tzara, Palazzeschi e soprattutto Gozzano) era proprio quella che si può parlare di cose serie anche con eccessi verbali e apparente delirio: d’altronde questi giochi con le parole bisognerà pur farli intorno a qualcosa no? Perfino intorno alla realtà, pensa…


Il  primo video promozionale del libro:
lettura della poesia Distintamente Bianchiccio



TITOLO E CONTENUTO


La selezione di Allégria era stata fatta con criteri semplici: c’era un concorso che richiedeva una raccolta di 33 poesie, così scelsi le mie preferite, ne aggiunsi qualcun altra un po’ a caso (a riguardare il libro mi sfugge come mai io ne abbia scelte alcune: non che le trovi brutte, ma di tante…) e il libro era fatto. Stavolta invece i criteri sono stati diversi.


Il libro si chiama così (richiamando una canzone di Battisti del periodo con Panella) perché al centro del libro c’è la poesia più lunga che ho scritto  e che, per concezione e per i versi, ritengo la mia migliore: La chioma di Carmela, che nasce dai capelli di un’amica conosciuta durante il movimento studentesco della Pantera nel ’90, da un’altra amica che voleva portare alla maturità un confronto tra le tre versioni della poesia La chioma di Berenice e dalla malinconia intravista una volta nello sguardo di un’altra amica conosciuta in quello stesso periodo.

Questa poesia, che mi ha richiesto un bel po’ di tempo tra abbandoni e riprese, la finii nel momento in cui l’altra casa editrice mi scrisse per dirmi che avrebbe pubblicato l’altro libro: a quel punto dovevo decidere se aggiungerla a quello o metterla in una nuova raccolta. Allora sono andato a guardare se tra le poesie che avevo ancora nel cassetto ce n’erano abbastanza che mi piacessero per fare un altro libro: la risposta era sì, così decisi di destinarla al libro nuovo, che per questo si chiamò da subito La Chioma eccetera.

Il quale però rimaneva inedito, perché volevo trovare un editore diverso e faticavo, nel frattempo scrivevo poesie nuove che aggiungevo al sommario; e il libro cresceva al punto che, in un momento che ne avevo una decina nuove decisi di farci un altro libro ancora (Ma intanto, chiamato così perché non avevo ancora pubblicato il secondo ma intanto preparavo il terzo).

Solo che così i due libri erano sproporzionati, e La Chioma risultava non solo troppo lungo ma anche un po’ confuso: così ho preso e ridisposto le poesie tra i due volumi, dividendole in sezioni tematiche quando era possibile, o formali, realizzando due libri più coerenti.


Quindi sì, ce n’è un altro pronto o quasi (ho anche già stabilito dove andranno 2-3 poesie che devo ancora finire), che come questi non ha un concept unitario ma ordina materiali scritti nel corso (gulp!) di 30 anni; ma intanto buona lettura per questo.


Secondo video promozionale:

la mia poesia sanremese letta proprio a Sanremo

davanti al Teatro Ariston:





Qui sul blog ne avevo già pubblicate alcune, tra le quali quelle dei video:


Sorgi e splendi

- Distintamente bianchiccio (sul libro ce n'è una versione più recente)

- Sulla riviera ligure

- La Gerusalemme liberata

- La visione degli astri

- G3


Di nuovo, buona lettura!

mercoledì 1 aprile 2020

I libri di Agatha Mistery

(Edit: ho corretto un errore scoperto da poco: è la parte sottolineata.
Inoltre ho aggiunto all'elenco l'ultimo libro, pubblicato per i 10 anni della collana e del personaggio)

Non è vero che su internet si trova tutto: spartiti di certe canzoni, cast di alcuni film, indicazioni su come fare alcune cose al pc sono solo una parte di quello che non ci ho trovato, cui aggiungo la lista dei libri della serie Agatha Mistery.
Passione relativamente recente della mia erede, si tratta di una collana che vede per protagonista una dodicenne che vuole scrivere gialli e che ha memoria e spirito di osservazione, un cugino che invece ha quattordici anni e che sarebbe lui il detective ma è troppo massimalista e impulsivo per riuscire da solo, il maggiordomo un po' energumeno un po' elegante, il gatto che certe volte sembra un cane, e i vari parenti strampalati sparsi per il mondo.




Sono divertenti libri per ragazzi, che un po' illustrano anche i posti in cui si svolgono e dei quali, in rete, manca un elenco cronologico completo: nonostante l'autore sia italiano (si firma Sir Steve Stevenson ma al secolo si chiama Mario Pasqualotto), la pagina wikipedia c'è solo in spagnolo - chissà perché - e anche sul sito della casa editrice si trova soltanto l'ordine di pubblicazione - che andrebbe bene, se non fosse che le ristampe lo confondono.
A complicare ulteriormente il tutto, c'è la collana da edicola del Corriere della Sera (già uscita qualche anno fa e riproposta a partire da dicembre 2020), che ristampa 20 episodi ma in ordine diverso rispetto all'originale (per fortuna dentro c'è riportato il numero dell'indagine).
Il primo numero di questa collana sembrava inedito, quindi inizialmente l'avevo collocato dopo il libro che in quel momento era l'ultimo uscito e prima di quello che sta uscendo ora: poi con la pargola-fan abbiamo scoperto che si tratta del primo speciale con un titolo nuovo, quindi lo ho rimosso.
Ultima cosa, le edizioni speciali non hanno un numero, ma nell'elenco generale presente sui libri (che qui riprendo aggiornandolo) sono riportate nel punto in cui sono uscite.
Voilà:

1. L'enigma del faraone
2. La perla del Bengala
3, La spada del re di Scozia
4. Furto alle cascate del Niagara
5. Omicidio sulla tour Eiffel
6. Il tesoro delle Bermuda
7. La corona del Doge
8. Missione safari
9. Intrigo a Hollywood
10. Crociera con delitto
11. Il ritratto senza nome
12. Indagine a Granada
13. Sfida sulla Transiberiana
14. Caccia al tesoro a New York 
15. Il segreto di Dracula
16. Destinazione Samarcanda
17. Operazione giungla
18. Complotto a Lisbona
19. Sulle tracce del diamante
20. Trappola a Pechino
21. Rapina sul Mississippi
22. Doppio inganno a Oxford
- Festa in giallo a Mistery House (edizione speciale, uscita nella collana da edicola col titolo Natale in giallo a Mistery House)
23. Il codice dei ladri
24. Vendetta sul monte Fuji
- Giro del mondo in cinque misteri (edizione speciale)
25. Imprevisto a Barcellona
Paura al Mistery Hotel (edizione speciale)
26. Pericolo ai tropici
- L’isola fantasma (edizione speciale)
27. Crimine a Vienna
- Assassinio a Londra (edizione speciale)
28. Il vichingo scomparso
29. Minaccia a Milano
- La leggenda del Cigno d'Argento (edizione speciale)
30. L’anello scomparso
- Halloween da incubo (edizione speciale)

Ora su internet c'è anche questo.

domenica 12 gennaio 2020

Proust - Kerouac - Modiano


Proust-Kerouac-Modiano

In principio fu Proust, che creò un gruppo di personaggi e volle raccontarne la storia in lungo e per esteso, mostrandone mutazioni ed evoluzioni nei decenni: essendo uno scrittore rivoluzionario sì ma per tante cose ancora classico, per fare ciò scrisse un mega romanzo in sette volumi.

Poi venne Kerouac, che raccontò le vite delle persone intorno a lui in vari romanzi separati ma che in fondo, per l’autore erano una storia sola (“La mia opera forma un unico grosso libro come quella di Proust, soltanto che i miei ricordi sono scritti di volta in volta. A causa delle obiezioni dei miei primi editori non ho potuto servirmi degli stessi nomi di persona in ogni libro. [...] non sono che capitoli dell'intera opera ch'io chiamo La Leggenda di Duluoz”) -e Proust viene apprezzato esplicitamente da Dean Moriartry in Sulla strada.

Infine venne Modiano, che più che della Francia occupata mi pare che da tanto tempo cerchi di ricostruire la sua vita e soprattutto quella delle tante, strane persone da lui frequentate (titoli come Ricordi dormienti o Dall’oblio più lontano illustrano bene questo suo filone) guardandole da punti di vista diversi, a volte in contrasto, con tante zone d’ombra: una frammentazione dei personaggi e della visione che è propria del ‘900.
Ecco, se Kerouac non ha potuto raccogliere i suoi romanzi rivedendoli per fonderli in un’opera sola, per Modiano è più semplice: basterebbe metterli accanto in un volume tipo i Meridiani e il grande libro della sua opera sarebbe pronto, senza bisogno di adattamenti.

lunedì 6 gennaio 2020

Il Joker: considerazioni sul personaggio e piccolissima guida alle storie principali


Io il Joker lo volevo morto, giuro. Lui e Bullseye (il nemico di Devil): sono un lettore semplice, io, se mi presenti uno come buono e uno come cattivo tifo per il buono; se articoli la questione ok, articolo anche io il giudizio; ma questi sono due stronzi maniaci che hanno ampiamente stufato, Joker dal 1940 Bullseye da un po’ meno (il 1976), hanno rotto: tanto non cambiano, restano quelli e non li salvi. Beccaria, tolleranza, rieducazione ok, ma se hai davanti un Simoncino di Dogman c’è poco da fare: prima provvedi e meglio è (te possino, Marcelli’…).
“Ma sono personaggi di carta, dai” mi si dirà, “poi ci sono le esigenze narrative, sono due personaggi potenti”: certo, certo, però raccontami una volta tanto che il male e sta gente dannosa te li puoi levare dalle scatole una buona volta, dammi l’ottimismo di potercela fare.
“Ma i fan li amano”: ho capito, ma esistono da decenni. Fai l’autore di fumetti? Ecco, lavora: inventati personaggi nuovi invece di riciclare sempre gli stessi per andare sul sicuro, e intanto dammi la soddisfazione di vedere ‘sti due fuori daico una volta per sempre (perché a un certo punto sembrava che ce l’avessimo fatta, poi qualcuno ha avuto la brillante idea di riportarli in vita).

Chiaramente, però, dopo il successo del film dedicato al ghignante nemico di Batman, che non ho visto ma voglio vedere presto, questa mia speranza è destinata a rimanere delusa.
E allora faccio una piccola lista delle storie fondamentali, per chi ha visto il film e non conosce il fumetto ma si è incuriosito. L’albetto di presentazione della prossima miniserie Batman/Dylan Dog ne presenta già due, provo ad ampliare. Non è una lista dettagliata, batmanologi preparati vi diranno di più, ma su queste indicazioni penso siano d’accordo tutti.

Iniziamo con la più bella: The Killing Joke, scritta da quel genio di Alan Moore e illustrata da Brian Bolland, uno con le mani d’oro. Disegnata con inquadrature già da film, è uno sguardo empatico verso il Joker che mostra anche che lui e il Pipistrellone hanno più di qualcosa in comune (ovvero che anche il “buono” tanto sano non è). Obbligatoria.

L’altra fondamentale è Arkham Asylum, scritta da Grant Morrison e disegnata da quell’altro maestro di Dave McKean. Qui si approfondisce il tema della precedente, cioè che l’ossessione per il crimine di Batman non è priva di aspetti di squilibrio e malattia.

Per avere però un quadro più generale io ricorrerei al primo volume di Arkham, una collana da edicola uscita qualche anno fa nella quale ogni numero era dedicato a un nemico diverso: il primo appunto è dedicato al ghigno malefico del nostro, e raccoglie storie di tutte le epoche: da quelle rozze e scure dei primi anni passando per il periodo in cui Batman era colorato, camp e centrato molto su Robin, prima che Neal Adams a inizio anni ’70 e soprattutto Frank Miller nel 1986 facessero tornare il personaggio ad atmosfere cupe, noir e ossessionate. Una panoramica che funziona come quadro generale e che sfoggia in copertina un disegno clamoroso sempre di Bolland.

L’ultimo consiglio riguarda qualcosa di meno noto. È una storia in 4 parti apparsa negli anni ’90 sulla testata Legends of Dark Knight, quella dedicata alle storie “d’autore”, e racconta un Joker che prova a tornare “normale” oltre ad approfondire di nuovo la questione che Joker e Batman in qualche modo dipendono l’uno dall’altro.
Si chiama Going Sane, “diventare sano” che però suona anche come “diventa pazzo” (go insane) ed è opera di J. De Matteis, un autore spesso bravo ad approfondire le psicologie, mentre i disegni NON sono al livello delle altre opere citate. Dopo una vecchia edizione italiana, è stata ristampata da poco col titolo Joker: Guarigione.

Poi ce ne sarebbero altre, tipo quella in cui, dopo aver ucciso il secondo Robin, Joker diventa ambasciatore all’ONU di un paese arabo (ebbene sì…) (Morte in famiglia) o quella in cui non ricordo se Batman o Gordon a un certo punto perde la pazienza e gli spara a un ginocchio, oltre a ricordare che - a proposito di inventare nuovi personaggi - quello “recente” più iconico e riuscito, ossia Harley Quinn, nasce in stretto legame col Joker; ma per ora teniamoci su queste.

Buona lettura

sabato 4 gennaio 2020

Immondizia


Io lo so che l’inquinamento è come l’evasione fiscale, cioè che quello/quella che fanno le grandi aziende e i grandi gruppi economici è molto più grave rispetto a quello/a dei singoli, dei privati ed è quello su cui bisogna lavorare davvero; ma anche questo non è secondario, a mio parere, specie per l’inquinamento da rifiuti.
Io vivo a Viareggio,e  fino a poco tempo fa nel mio quartiere non avevamo il porta a porta ma i cassonetti. Siccome il generico (o indifferenziato) lo ritiravano solo nel weekend, di solito la domenica mattina raccoglievo tutta l’immondizia e con mia figlia, che si divertiva a buttare il vetro nella campana per sentire il rumore del vetro che si infrangeva*, andavamo ai secchioni  a liberarcene.
In quell’occasione potevo quantificare il volume di immondizia che producevamo.
Di generico/indifferenziato avevo un sacchetto; rispetto a quello, la plastica era due volte e mezza/tre volte tanto, la carta una e mezza/due, mentre organico, vetro ed alluminio messi insieme facevano l’equivalente di mezzo sacchetto di generico.
Questo significa che differenziando io riducevo a circa un 1/6 l’immondizia che finiva nella discarica o negli inceneritori, significava ogni settimana l’equivalente di circa 5 o 6 sacchetti in meno.
Teniamo conto che a Viareggio ci sono 60.000 abitanti, e la famiglia media è di 3 persone: 20.000 famiglie tipo la mia, dunque, più città e paesi dei dintorni e gli esercizi commerciali (ristoranti, supermercati, alberghi, negozi vari). Riciclare, differenziare i rifiuti significa quindi almeno 5 sacchetti moltiplicati per ventimila in meno nelle discariche, solo di famiglie, solo a Viareggio, ogni settimana.
Per cui ok le grandi industrie, gli scarichi, i depuratori: ma anche il riciclo individuale non mi pare trascurabile, manco per niente.

__________
* Che nella mia famiglia si chiama “Scocciareccia” (“rumore di cocci”, nel senso di oggetti di vetro o di porcellana che si scontrano, che si rompano o meno).

venerdì 3 gennaio 2020

Trump e il cecchino incapace


Non ricordo più dove ho letto una barzelletta, che mi pare russa, ambientata nelle trincee della prima guerra mondiale. Faceva così:

Un ufficiale va a a ispezionare le trincee e chiede com’è la situazione.
- Tutto bene signore, a parte un cecchino nemico che tiene sotto tiro le nostre postazioni.
- Ah, perbacco. È un bravo cecchino? Ci ha causato molte perdite? - chiede il generale.
- Nossignore: è un incapace totale, ha una mira pessima, rispondono i soldati.
- E allora perché non ve ne siete liberati?
- Perché se lo uccidiamo il nemico lo sostituirebbe con uno bravo; invece, finché c’è lui non corriamo rischi.

Ecco, l’elezione di Trump l’avevo interpretata così: invece di una guerrafondaia esperta e preparata come la Clinton, ritenevo che fosse meglio un fanfarone che abbaia ma poi viene ricondotto alla ragione, uno che qualsiasi cosa dica riceve critiche, uno che minaccia casini ma poi interviene Putin che se lo rigira come vuole (tu guarda se uno deve apprezzare un destro del KGB come paciere…) e alla fine le cose si placano.
L’unico motivo per cui Trump (che comunque ha preso il 25% dei voti ed ha vinto solo per le storture del sistema elettorale americano) è lì, è questo: un incompetenza che limita i danni, tanto a portare avanti le cose ci pensano le strutture dirigenziali dei ministeri.
Se però mi combini casini come questo recente con l’Iran, allora… e su, dai...
(la minaccia di bombardare i siti archeologici, poi, è da caricatura dell'americano ignorante e nazista).

I hope that yankees love their children too...

mercoledì 1 gennaio 2020

Marvel vs DC


(più di un anno di assenza... ops...)

È buffo: quando iniziò coi supereroi, la Marvel si distinse ed ebbe successo perché, rispetto agli “eroi giovani e belli” della DC, presentava “supereroi con superproblemi” e tra i buoni annoverava veri e propri mostri (Hulk, la Cosa, i reietti mutanti, mentre la supereroina per eccellenza della DC, per capirci, si chiamava Wonder Woman).

Poi però è stata la DC a fare la linea Vertigo di fumetti adulti e horror (d’altronde lo dice anche Bret Easton Ellis nel suo ultimo libro Bianco che i film horror facevano crescere);
e mentre la Marvel, dopo vari tentativi cinematografici non riuscitissimi, ha lanciato un fortunato cineuniverso fatto di apprezzati e coloratissimi - ma un po’ disneyani - kolossal, è stata la DC ad affidare il Batman del grande schermo a gente tipo Tim Burton e Christopher Nolan, a fare un film sui suoi due eroi più famosi ammazzandone uno alla fine, e a centrare due film (Suicide Squad e Joker) su criminali pesantemente disturbati, diventati cattivi a causa di traumi psicologici (e anche sociali) seri.
Le cose girano.

mercoledì 7 novembre 2018

I LIBRI DI IPERBOREA: UN DECENNALE


Si avvicina il Pisa Book Festival e, come ogni anno, una delle tappe sarà lo stand di Iperborea, la casa editrice specializzata in letteratura nordeuropea una scelta dei cui romanzi è stata anche pubblicata in edicola di recente.
Conosciuta quando ho notato lo strano formato e il titolo Musica rock da Vittula, il primo che lessi è stato Il figlio del dio del tuono, che mi regalò l’amico Luca per i 40 anni. Da allora, grazie anche allo scambio di opinioni allo stand durante il festival, ho approfondito un po’ la conoscenza di questo mondo, comprando ogni anno uno o due titoli, spesso poi rimasti per un po’ ad attendere.
Quest’anno, però, arrivo al Festival in pari: i libri loro che ho in casa li ho letti tutti, e visto che questo è il decimo anno che andrò allo stand di questo editore mi sembra giusto tirare giù un bilancio sommario (molto sommario) di quanto letto finora.

Partiamo appunto da Musica rock da Vittula di Mikael Niemi: appartiene al filone diciamo comico, nel senso del registro con cui racconta la sua formazione e la sua gioventù. Anche Trash europeo, di Ulf Peter Hallberg, racconta di gioventù e formazione ma con un tono più serio. L’arte di collezionare mosche, di Fredrik Sjoberg, è un libro interessante e divertente - non si limita, ovviamente, all’argomento del titolo. Ha dei seguiti. Piccoli suicidi tra amici è opera della star della casa editrice, il recentemente scomparso Arto Pasilinna, che ha scritto anche Il figlio del dio del tuono che nominavo prima: è un autore che tramite la comicità ritrae satiricamente il suo paese (ma non solo) e il suo tempo: divertente davvero (per me più il primo, ma siamo lì). Sempre al filone dei libri comici appartiene Il blues del rapinatore di Flemming Jensen: non me lo ricordo benissimo ma ricordo che volava leggero.
Riguardo a quelli più seri, neanche Perduto il paradiso di Cees Noteboom mi ricordo benissimo: mi pare di ricordare pagine molto belle, forse un finale sospeso. Nella casa del pianista di Jan Brokken è una biografia del pianista Yuri Egorov: bel libro (anche se un po’ anticomunista per i miei gusti…). Volvo di Erlend Loe non mi aveva colpito molto; non era brutto ma fa parte di un ciclo e senza gli altri si capisce poco. Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? Di Johan Harstad ha qualche eccesso di enfasi qua e là ma è veramente un bel libro, con un’atmosfera e un tono peculiari. E ancora più bello è Miraggio 1938 di Kjell Westo, gioco sottile tra ottimamente delineati personaggi sospesi nell’anno di vigilia del titolo.
Chiudendo col migliore e col peggiore, diciamo che forse il più bello tra quelli che ho letto è Il medico di corte di Per Olov Enquist: un romanzo storico che è insieme lucido e attuale ritratto di come funziona il potere (anche se ambientato a fine ‘700) e storia d’amore quasi metafisica - ma anche molto carnale. Consigliatissimo.
Mentre devo dare la maglia nera a Il porto dei sogni incrociati di Bjorn Larsson. Non che manchino le idee o che i personaggi siano mal tratteggiati, anzi: la trama è particolare, i personaggi azzeccati e tutto si svolge coerentemente. Quello che lo rovina sono delle improvvise e ripetute cadute nel sentimentalismo, nella banalità, nella retorica: roba da caricatura dell’idea di letteratura che ha Baricco. Si cade in piedi, certo, però c’erano momenti insopportabili.

In generale, al di là di normali flessioni, comunque un bel leggere davvero: e festeggio volentieri questo decennale invitando ad avvicinarsi, se non proprio allo stand, almeno al catalogo, mentre mi auguro altri 100 anni di letture e conversazioni.

martedì 21 agosto 2018

UN UTILE ESERCIZIO PER L'ORTOGRAFIA

Come sapranno bene i miei colleghi, spesso l’ortografia dei nostri alunni si rivela carente; dobbiamo allora aumentare i nostri sforzi e insistere con gli esercizi mirati, onde evitare errori orribili su H e accenti.
Ecco quindi un esercizio da me predisposto da sottoporre alle vostre classi: lo dono per il progresso della nostra cultura.

NELLE FRASI SUCCESSIVE FAI UN CERCHIO INTORNO ALLA FORMA CORRETTA TRA QUELLE PROPOSTE:

- (A, ha, ah) Roma per dire che la vita alterna abbondanza (e, è, eh) carestia si dice “quando (a, ha, ah) tordi e quando (a, ha, ah) grilli”.
- (A, ha, ah) rimbambito, non l’ (ai, hai, ahi) visto lo stop?
- Chi te l’ (a, ha, ah) data la patente, l’ (ai, hai, ahi) vinta coi punti della Conad?
- (A, ha, ah), ‘sto mondiale! Gli altri (a, ha, ah) giocarselo (e, è, eh) noi (a, ha, ah) casa (a, ha, ah) magnasse il grasso del còre.
- Adulatore... scommetto che lo dici (a, ha, ah) tutte...
- (O, ho, oh) di riffa (o, ho, oh) di raffa quello se la sfanga sempre.
- (O, ho, oh) visto cose che voi umani non potete neanche immaginare.
-Ma va’ (a, ha, ah) mori’ ammazzato! - (a, ha, ah) soreta!
- Ma che telefono (ai, hai, ahi)? (A, ha, ah) ancora il display in bianco (e, è, eh) nero...
- Io della vita non (o, ho, oh) capito una beata.
- (A, ha, ah) morte l’imperialismo!
- Come fai (a, ha, ah) battere i pugni sul tavolo se (a, ha, ah) Bruxelles non ci vai?
- La donna, la donna... (o, ho, oh) l’omo?
- Io non (o, ho, oh) sentito storie, anche stavolta (o, ho, oh) votato (a, ha, ah) Berlusconi.
- Guarda che il ministero te lo danno anche se non parli (a, ha, ah) vanvera.
- Quando (o, ho, oh) un disguido per colpa di quelli che lavorano male, mi rivolgo sempre (ai, hai, ahi) loro morti.

LA VISIONE DEGLI ASTRI

LA VISIONE DEGLI ASTRI 

Mignolo

Spigolo

Moccolo.

martedì 24 aprile 2018

SOTTRARSI


I video delle notizie che mi fanno patire non li guardo: mi basta la notizia, mi ci manca pure il video. Faccio a fidarmi. Quindi non ho visto il video del collega aggredito verbalmente dal 15 a Lucca, ma faccio un'ipotesi, forse sbagliata, forse più generale.
È vero che certe scene ci sono sempre state e che “i bei tempi andati” è un mito del cavolo: ammesso che oggi la situazione sia peggiorata davvero, in caso lo è per l’incrocio dell’antintellettualismo (berlusconiano e non solo) con la mentalità mercantile per cui “a che serve la scuola?” “non fa arricchire quindi non vale niente” ma anche per quella, sempre mercantile, che ha portato le scuole a essere ditte che si contendono gli iscritti, cosa che espone i DS (i presidi) alla tentazione di non essere troppo rigorosi nelle regole per non infastidire e quindi perdere alunni e di conseguenza cattedre, finanziamenti ecc…

Non penso sia colpa dello smartphone: quello anzi ci ha permesso di vedere quella scena, ha impedito che rimanesse in classe. Chi l’ha filmata e diffusa, infatti, non ha capito che prof e alunni potevano essere interessati, ognuno per motivi diversi, a non far trapelare all’esterno quanto successo: gli alunni per le punizioni, il prof. per la figura. Ha attirato l’attenzione, ha fatto discutere, ha suscitato l’allarme (e anche un mare di idiozie, come sempre, tipo appunto “i bei tempi andati”, “il rispetto che c’era una volta” et al.), ha impedito che passasse sotto silenzio.
Eppure, non so se quella del collega  sia stata davvero una brutta figura: cosa doveva fare, in fondo?
Picchiare l’alunno? A parte che non si può (e che il collega, causa problemi recenti di salute, forse non era al suo massimo di energie), ma poi è roba da reazionari e da ottusi, da gente che ignora del tutto Beccaria (ovvero più o meno chiunque), da benpensanti che davanti a ciò che non conoscono o che esula dai loro paraocchi reagiscono con una violenza protetta, istituzionale, cancellatoria: a volte due schiaffi ci vorrebbero, ok, ma in generale un certo tipo di reazione è il modo sicuro di creare un irrecuperabile nemico della scuola, processo che è già a buon punto e che non è il caso di accelerare.
E allora?
Allora, come mi ha detto un amico, anche lui docente, un anno che mi rammaricavo di aver promosso due alunni che invece in sede di esame avrei dovuto prendere a sberle (e se il giudice avesse visto un filmato dell’esame mi avrebbe dato una medaglia, altro che condanna), allora sottrarsi.
Dico, al gioco messo su da chi non ha capito che i professori che uno ha davanti sono un’opportunità, che vanno vampirizzati dei loro saperi, scolastici o meno (cosa che non hanno capito in tanti, compreso il sottoscritto); che finché lo Stato paga per metterteli a disposizione bisogna prendere TUTTO quello che possono dare. Poi deciderai come usarlo, qualcuno magari non avrà moltissimo da dare, ma intanto bisogna predare, proprio, tutto quello che si può.
Invece, tolti i teppisti veri (proletari o meno) ma in parte anche loro, alunni tipo questo usano il docente per sentirsi grossi ma in situazione protetta, una versione malata di quando da bambino giochi a carte con tuo nonno e lui ti fa vincere per farti acquistare fiducia. L’unico uso che sanno fare dei docenti è quello di polo polemico, di punching ball per fare i forti ma senza rischi (infatti con certi docenti non si permettono), perché sanno che più di tanto il professore non ti può fare, e ciò che rischiano è la bocciatura o altre conseguenze scolastiche delle quali è evidente che, a questo punto, non gli importa nulla.
E allora sottrarsi: a Roma l’atteggiamento sarebbe “Hai finito co’ sta sceneggiata? Dura ancora tanto? Vatte a sede’, va’”, ma più accademicamente, davanti all’impossibilità di un dialogo o di cambiare questi ruoli, la risposta è  “Non accetto questo gioco”, è non mettersi allo stesso livello né mostrare, con reazioni strillate, la debolezza di rivelarsi colpiti o messi in difficoltà, di mostrare che quell’atteggiamento ha toccato un problema, uno di quelli che in quanto essere umano ti porti sicuramente dietro.
La scuola c’è anche per questa parte del processo di crescita, certo, e quando fai il professore ti prendi in carico parte dell’evoluzione caratteriale dei tuoi alunni, ok; ma se è solo quello allora no. Allora il 6 te lo do, ti do anche il diploma: sai benissimo che è vuoto, sai che non si vede ma sotto la sufficienza c’è scritto “vai, vai nella vita reale a fare queste scene, vediamo quanto duri; vai a farle con gente che non ha i freni umani, culturali e legali che ha un professore; vai a rispondere così a un datore di lavoro, vai a imparare le cose in maniera ruvida e senza riguardi” (un “vaffa” implicito, insomma).
Certo, non siamo a Hollywood, quindi è inutile e ingenuo aspettarsi finaloni con scene madri tipo lo studente che davanti alle tramvate prese dalla vita si ravvede e ripensa a quanto gli diceva l’insegnante, o peggio che torni a cercarlo per ringraziarlo: non siamo ridicoli, dai. Tutt’al più, quando crescono e sistemano qualche problema e ti rincontrano diranno, scherzando un po’ per autoassolversi un po’ perché davvero minimizzano, “l’abbiamo fatta impazzire, eh?”, ma nulla più. Normalmente, parte di questi resta arrogante, molesta e socialmente dannosa, com’era a scuola, e un’altra parte invece, con l’età, si dia una almeno parziale calmata.
Ma quello che faranno dopo, anche se parte del lavoro è proprio prepararceli, è un altro discorso e ci riguarda fino a un certo punto: conta cosa fare quando sono lì.
E finché si può provare a fare qualcosa si prova; dopodiché non mi ci ammazzo, fa’ un po’ come te pare.
Non c’è scritto ufficialmente, ma anche “prenditi le conseguenze di quello che fai” è parte del programma.

mercoledì 18 aprile 2018

LA PIOGGIA SUL PIGNETO


Per scrivere una poesia sulla mia città di origine è stato necessario pensare un gioco di parole cretino sul titolo di una poesia celebre, scritta vicino a dove andai a vivere dopo Roma e ambientata vicino a dove abito ora. Tutto si tiene, alla fine.

LA PIOGGIA SUL PIGNETO

Non taci.
Sulle soglie del centro
non odo parole che dici
banali,
ma idee meno sòle
che sgorgan da dentro
le teste anormali.
Ascolta,
piove sulle truppe sparse
la cener di idee
e di conquiste arse,
piovono i tristi rimbombi
di idee-zombi
che speravam morte e sepolte
e invece ritornano
a volte,
ed ora folte
fioriscon nelle menti corte;
piovon minchiate
più che mai forti,
e lerci
i contorti berci di chi,
in tempi retrivi e tristi,
ce l’ha con gli artisti
e gli alternativi.

Piove sui vivi pensieri,
piove sui neri
di viso,
su un quartiere sveglio
che non è il paradiso
ma in cui vivon meglio,
non chissà che,
ma meglio,
sempre problemi
ma meglio
ché forse non sciala
come altrove la mala,
ma piove,
comunque.

Piove sull’hipster
(che poi, alla fine,
chissà se esiste)
e sulle patatine, il sacchetto
di Cipster
sul binario negletto,
forse rifiuto
del baretto.
Piove sul mur graffitato,
piove su Roma,
imper disgraziato,
che è altri che graffia;
piove sulla mafia,
sulla Magliana
forse non tanto lontana.
Piove sui vecchi
e sui nuovi pericoli,
sui tornanti gianicoli
- tonante il cannon negli orecchi
e il croscio del traffico tardo,
e il guardo
s’ incanta
davanti a una parte tanta
del pian ramno-lucero-tito,
davanti
a questo paesone infinito.


Piove sulle vie dell'urbe,
sulle sue manie
e le sue turbe;
sulle innumeri vie,
sui vicol coi panni
appesi
che sanno di anni lontani ed accesi,
san dei contesi settanta,
i sampietrini sui quali piove e piovea
adesso e nei lunghi
secol papalini
(come i settanta,
 dai lumi dagli ardui destini).
E le vedi insieme queste ere,
non come a Berlino dove
l'una all'altra sta vicino,
ma fuse;
e piove sulle locali genti, use
a contemplar ascese e cadute,
e a commentar scaltro
con chiose argute
"Vai, eccone 'n altro".
le glorie novelle ben presto perdute.
Piove sui mille suoi anfratti,
su ogni suo dove
sui suoi mille gatti,
sul suo vasto suolo
che per conoscerlo intero
ci vuole un viaggione
come Ulisse o Marco Polo;
a narrarlo ci vuol l'ispirazione
di Omero, di chi scrisse
l'Odissea
o Er Mijone.


E insiste sto tempo da chien
che infuria qui:
tornando al quartiere bohemien,
probabile è che io mi illuda
di favola bella, davanti
a un’epoca cruda,
a una città ruvida;
eppure mi sembra che qua,
vicino a Salaria e Pantanella,
sia l’aria,
non sol perché la monda
la pioggia,
mi sembra qui l’aria
un po’ meno immonda,
mi sembra più bella.
E temo di sì,
ma spero che tardi o mai qui
entri,
col suo carico d’aumenti,
il gentry, e di guai;
il gentry che incombe, che pende,
minaccia ben peggio che il gender:
ove arriva caccia
e conquista;
e che fine trista,
sarebbe.

17/03/2016