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mercoledì 18 aprile 2018

LA PIOGGIA SUL PIGNETO


Per scrivere una poesia sulla mia città di origine è stato necessario pensare un gioco di parole cretino sul titolo di una poesia celebre, scritta vicino a dove andai a vivere dopo Roma e ambientata vicino a dove abito ora. Tutto si tiene, alla fine.

LA PIOGGIA SUL PIGNETO

Non taci.
Sulle soglie del centro
non odo parole che dici
banali,
ma idee meno sòle
che sgorgan da dentro
le teste anormali.
Ascolta,
piove sulle truppe sparse
la cener di idee
e di conquiste arse,
piovono i tristi rimbombi
di idee-zombi
che speravam morte e sepolte
e invece ritornano
a volte,
ed ora folte
fioriscon nelle menti corte;
piovon minchiate
più che mai forti,
e lerci
i contorti berci di chi,
in tempi retrivi e tristi,
ce l’ha con gli artisti
e gli alternativi.

Piove sui vivi pensieri,
piove sui neri
di viso,
su un quartiere sveglio
che non è il paradiso
ma in cui vivon meglio,
non chissà che,
ma meglio,
sempre problemi
ma meglio
ché forse non sciala
come altrove la mala,
ma piove,
comunque.

Piove sull’hipster
(che poi, alla fine,
chissà se esiste)
e sulle patatine, il sacchetto
di Cipster
sul binario negletto,
forse rifiuto
del baretto.
Piove sul mur graffitato,
piove su Roma,
imper disgraziato,
che è altri che graffia;
piove sulla mafia,
sulla Magliana
forse non tanto lontana.
Piove sui vecchi
e sui nuovi pericoli,
sui tornanti gianicoli
- tonante il cannon negli orecchi
e il croscio del traffico tardo,
e il guardo
s’ incanta
davanti a una parte tanta
del pian ramno-lucero-tito,
davanti
a questo paesone infinito.


Piove sulle vie dell'urbe,
sulle sue manie
e le sue turbe;
sulle innumeri vie,
sui vicol coi panni
appesi
che sanno di anni lontani ed accesi,
san dei contesi settanta,
i sampietrini sui quali piove e piovea
adesso e nei lunghi
secol papalini
(come i settanta,
 dai lumi dagli ardui destini).
E le vedi insieme queste ere,
non come a Berlino dove
l'una all'altra sta vicino,
ma fuse;
e piove sulle locali genti, use
a contemplar ascese e cadute,
e a commentar scaltro
con chiose argute
"Vai, eccone 'n altro".
le glorie novelle ben presto perdute.
Piove sui mille suoi anfratti,
su ogni suo dove
sui suoi mille gatti,
sul suo vasto suolo
che per conoscerlo intero
ci vuole un viaggione
come Ulisse o Marco Polo;
a narrarlo ci vuol l'ispirazione
di Omero, di chi scrisse
l'Odissea
o Er Mijone.


E insiste sto tempo da chien
che infuria qui:
tornando al quartiere bohemien,
probabile è che io mi illuda
di favola bella, davanti
a un’epoca cruda,
a una città ruvida;
eppure mi sembra che qua,
vicino a Salaria e Pantanella,
sia l’aria,
non sol perché la monda
la pioggia,
mi sembra qui l’aria
un po’ meno immonda,
mi sembra più bella.
E temo di sì,
ma spero che tardi o mai qui
entri,
col suo carico d’aumenti,
il gentry, e di guai;
il gentry che incombe, che pende,
minaccia ben peggio che il gender:
ove arriva caccia
e conquista;
e che fine trista,
sarebbe.

17/03/2016

mercoledì 4 marzo 2015

ABBECEDARIO ROMANO

Come se 'mpareno le cose a li regazzini?
Ovvio, coll'esempi.
Ecco qua quindi un elenco/abbecedario romano, a uso delle creature.


A  come  ANVEDI
         (ma anche come: AO, AMMAZZA!, ANACAPITO, ANCEFALITICO, APEZZO DEMM***A,
           ALLANIMADELIMEJOMORTACCITUA)
AA  come  "...AA COSO: VEDI MPO' DE FALLA FINITA".

AAA  come  AAA-NNAMO BENE, ANNAMO POPO BENE!

B  come  BADA! (= "attenzione", "perbacco!", "guarda lì")
         (anche con A: ABBADA)
C  come  CAPITOCOME?

D  come  DAJE!
        (ma anche DAVERO?, espressione di stupore e incredulità.
         Se ne trova una variante alla M).
DD  come  DDUPALLE, DDUCOJONI (="questa cosa mi tedia").

E  come  ECCHIME!
         (ma anche come: ER (articolo), EMBE'?, ESTICAZZI, EKKEKKOJONI, EKKEDDUPALLE,
          EANNAMO SU [="dai, mica insisterai ancora a cercare di convincermi di ciò?"])
F  come  FICO!
         (anche come FATTE 'N CARETTO DE C***I TUA CHE CAMPI CENT'ANNI)
G  come  GAJARDO!

H  come  HACAPITO... (= "Ma guarda un po'... mica me l'aspettavo...")

I  come  ITO  (="andato": "se n'è -", "me ne so' -". 
                              I mai come articolo, perché diventa LI -
                              né prima di nasale, perché cade: 'NFATTI, 'NZOMMA, 'MPARATO)
J   come  JAAMMOLLA   (= "è cosa di pregio")

K  come  KEKKOJONI  (esprime noia e seccatura), 
                            o KITTESENCULA (= "ti presto poca bada")
L  come  LIMORTACCI TUA!
            (versione extended: L'ANIMADELIMEJOMORTACCI TUA, oppure vedi A;
                per quella breve, invece, vedi M e T).
                Va da sé che L sta anche per LAZZIOMMERDA.
M  come  MORTE'!
         (versione corta della precedente. Secondo alcuni sarebbe un'esclamazione
          francese, scritta "MORTAIT"). C'è anche MA CHE, DAVERO DAVERO?,
          frase con cui si dice che qualcosa è inaccettabile, che il limite è stato passato,
          e anche MAGARA! che sta per "magari", come in MAGARA C'AVESSE L'ASSO
          DE DENARA!
N  come  'NFATTI, 'NZOMMA, 'NCESECREDE...

O  come  ORKAZZOZZA....
    (o anche ORKAMISERIALADRA, che di solito segue subito dopo)
P  come  PORO
         (= "povero". apposizione da mettere prima del nome di una persona defunta.
         es: QUANN'ANCORA C'ABBITAVA PORO AUGUSTO)
Q  come  QUARCHEDUNO

R  come  ... 'o devo di'? R come URBE!

S  come  SCRAUSO   (= "di scarso pregio o efficacia")

SS  come  SSORIA, SSUDIO, e altre S più consonante dentale.
                 (es.: SSO A SSUDIA' SSORIA CO' QUOO SSRONZO)

T  come  TACCITUA, TEPOSSINO

U  come  UREGAZZINO
         (articolo craso con la parola che regge)
V  come  VATTELA A PIJA 'NDER C**O
         (extended version: VEDI D'ANNATTELA A PIJA' ecc...)
W  come  WOLTERWELTRONI
        (l'ecs-sindaco, quello che je piaceva de fa' l'americano a Roma e poi diceva
         che Nando Mericoni era de Trastevere)
X  ... no, metti 1 che oggi vincemo.

Y  come  IZZILON (e come che, sennò?)

Z  come  ZEROCARBONELLA (= "non ce n'è più", "niente"),
           ZINCARE (= "rubare" - da zinco, quello che riveste l'interno delle bare
                     in pratica sta per "fare fuori"))
                    e sì, pure come ZEROCALCARE
                    (ma anche S dopo articolo maschile: ER ZOLITO, QUER ZOLA...).

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Ecco qua. Capito come?

lunedì 8 dicembre 2014

Pena Capitale

Tsk.
Tangentopoli.
Pfui.
Dilettanti.
Craxi, Tognoli, Pillitteri... seee...
E quanto a Chiesa, preti e malaffare, altro che Mario co gli alberghi: noi stiamo a un altro livello, di Chiesa c'abbiamo l'unica e l'originale.
Milano era da bere? E se so bevuti* tutti pure a Roma.
Altro che qualche politico e qualche imprenditore, quella è roba (anzi ROBBA) da regazzini: noi ci mettiamo Mafia, neofascisti e criminali, mica se scherza, chiamiamo tutto er cucuzzaro, en plein, non ci facciamo mancare niente, serviZZio completo.
Perché Roma, nel bene e nel male, è l'Italia al cubo: come bellezza e come obbrobbri, come città affascinante e come luogo in cui tireresti fuori il mitra 20 volte al giorno, come eccellenze e come disorganizzazione che manco i bimbetti. Perché non diventi capitale di un Impero se non eccelli anche nel male.
E Capitale rimaniamo, anche nella pena.


______________
* In romano, "se lo so' bevuto" significa "l'hanno arrestato".

mercoledì 25 giugno 2014

I Rolling Stones al Circo Massimo - La celebrazione dei misteri

Perché i Rolling Stones sono dei grandi?
Ci sono tanti motivi, ma ce n'è uno indicativo, riassuntivo, simbolico.
E cioè, che hanno scritto Gimme Shelter E NON NE HANNO MAI FATTO UN SINGOLO.
Qualsiasi gruppo avrebbe venduto membri della propria famiglia in numero corposo pur di avere in repertorio un pezzo del genere, qualsiasi musicista di una band i cui autori si fossero presentati con tale canzone avrebbe ringraziato il creatore in lacrime, dicendo "magari avremo successo solo con questa, ma intanto che colpo", e loro invece nulla.
Cosa devi avere al tuo arco per rinunciare a un singolo così?



E infatti nella domenica del concerto a Roma, città del Papa e giorno di messa, il primo mistero celebrato della saga Stones, tra i vari, è stato proprio questo:
come mai Gimme Shelter non è mai stata un singolo?
Non lo sanno nemmeno loro, probabilmente; forse perché appunto volevano dimostrare di saper fare anche gli album (e il precedente Beggar's Banquet, Let It Bleed che la contiene, il successivo Sticky Fingers e poi Exile lo dimostrano), ma a tutto c'è un limite.
E la sontuosa versione eseguita, con la solita Lisa Fischer sugli scudi, ha ribadito il mistero.

Il secondo mistero è come mai Roma, con 80.000 persone in pieno centro, non sia diventata una bolgia, ma lì c'entrano gli organizzatori: meno male, comunque.

Il terzo mistero riguarda la possibilità di scegliere una canzone della scaletta in una rosa diversa per ogni data, messa in rete e sulla app del gruppo (che io ho e, anche qui chissà perché, ho dimenticato di consultare nelle settimane prima del concerto: altro mistero):
perché a Roma le canzoni proposte erano Sweet Virginia, Loving Cup, If You Can't Rock Me, When The Whip Comes Down, Respectable e Ain't Too Proud Too Beg , belline ma non succulente quanto quelle di Madrid (ovvero Just My Imagination, Bitch, Street Fighting Man, Rocks Off, Get Off Of My Cloud e Like A Rolling Stone)?
Metterle così significa che in un caso scegli comunque una canzone meno bella e nell'altro sacrifichi svariati pezzoni; ma forse è perché, se avessero suonato Street Fighting Man avremmo assaltato Palazzo Chigi a mani nude.

Il quarto mistero è: perché, in quella rosa che comunque qualcosa di interessante lo presentava, gli spettatori di Roma hanno votato Respectable? Carina, eh, ma niente de che.

Il quinto mistero, quello della loro longevità, è ormai ampiamente celebrato. Ma Jagger si allena da sempre prima dei tour: Richards abusa della sua tempra, Jagger se la gestisce.

L'ultimo è: cari giornalisti, ma invece di parlare di organizzazione, costi e altro, talvolta importante talvolta chissene, parlaste un po' di musica?
Anche per dirne male, eh, ma visto che di concerto si parla...

giovedì 28 novembre 2013

Osteria numero uno



L'osteria è, com'è noto, luogo di convivio alcoolico, improntato ad un'informalità noncurante di freni inibitori linguistici o comportamentali: le risa e i canti (ma anche le liti) cui ci si abbandona spinti da Bacco, infatti, sono improntati in genere ad uno scarso rispetto dei concetti di "limite" o "misura", sono per definizione sfrenati, come indicano le espressioni "linguaggio / battute / canzoni da osteria", con le quali si intende indicare che la loquela è piuttosto scurrile e l'argomento è di quelli che il pudore vuole di solito esclusi dalle pubbliche conversazioni (i.e. riferimenti sessuali e/o corporali).

Ma le "osterie" sono anche un tipo di composizione popolare nata in questo spirito, nella fattispecie strofette (anonime come composizione e diffuse oralmente come genuina tradizione popolare vuole) con una musica e una forma precise: non si possono definire come un genere letterario/canoro vero e proprio (si trovano infatti spesso raccolte sotto l'unico nome di "Canzone delle osterie"), ma hanno appunto una forma ben codificata, ancorché semplice e duttile (da qui il successo).

Probabilmente non sono neanche nate proprio nei locali da cui prendono il nome, sembra piuttosto un'operazione letteraria consapevole, ancorché popolare, che ambienta nelle osterie qualcosa scritto in quello spirito, con quel tipo di umorismo: un umorismo crasso e popolano, che denuncia la propria origine geografica romana non solo nel dialetto in cui sono composti i versi, ma anche nel modo in cui spesso si accanisce irriverentemente contro il clero.

Operazione letteraria o meno, però, ciò non toglie che alcune di queste composizioni sappiano cogliere situazioni social-esistenziali in pochissimi versi e con estrema precisione nonché grande capacità evocativa.

Qui vogliamo analizzarne una, proprio la numero uno (che non è la prima visto che esiste, e in molte varianti, anche la numero zero), procedendo dapprima ad un'analisi generale della forma di queste "Osterie", poi verso per verso.

Dicevamo della semplicità e della duttilità di questa forma poetica: il verso infatti è l'ottonario, ossia il più facile e cantabile (da "Qui comincia l'avventura / del signor Bonaventura" a Tom's Diner passando per Margherita, se ne trovano esempi a vagoni), e la musica su cui vengono cantate è quella dell'introduzione de I Watussi di Edoardo Vianello - ma qui non sappiamo se venga prima l'uovo o la gallina.
La strofa invece è composta da quattro versi: i primi due, sorta di "fronte", vedono un incipit sempre uguale eccetto che per il numero o il nome dell'osteria in cui si presume sia ambientata (o raccontata) la storia che seguirà (appunto "Osteria numero..."), cui segue un secondo verso, in rima col primo, nel quale si enuncia la situazione. Entrambi, a causa del tono sospeso richiesto dalla natura introduttiva dei due versi, sono seguiti da un contrappunto che consiste nell'onomatopea "para-ponzi ponzi pò", ripetuta dopo ognuno dei due e abbandonata nei successivi.
I quali, anch'essi in rima tra di loro, sono quelli in cui di solito esplode la comicità - vera o presunta - rivelando il paradosso o l'eccesso della situazione o volgendola verso esiti o linguaggio sconci (ma a volte si parte già dal secondo verso, vedi una delle varianti della numero mille o l'irripetibile "Osteria del Vaticano").
Il componimento poi, sull'onda delle risate suscitate (anch'esse vere o presunte), si chiude con una sirma, o coda, facile e sempre identica, ovvero "dammela a me biondina, dammela a me biondà".

Nel primo verso dell'osteria in questione, come detto, ci si limita a enunciare il nome o il numero dell'Osteria:

Osteria numero uno

(apparentemente di poco conto, in realtà l'incipit svolge la funzione di assegnare un numero/titolo al componimento stesso).
Nel secondo

a casa mia non c'è nessuno

si enuncia la situazione: in questo caso, a prima vista, banale, con un verso che sembra a basso tasso di informazione; c'è però un dettaglio che alla luce del seguito acquista rilevanza e su cui torneremo.
I versi finali li leggiamo insieme:

c'è mi' nonno in mutandoni
che se gratta li cojoni

cui segue la suddetta coda "dammela a me" ecc... e che è irrilevante ai fini dell'analisi.

Fine; ma con che rara potenza icastica questi due versi finali descrivono un mondo!
Il mondo di un povero signore anziano, escluso ormai dal ciclo produttivo, che gironzola in casa sopraffatto dalla noia di una vita talmente vuota che l'attività più rilevante della giornata consiste appunto nell'assolvere a una funzione tanto banalmente corporale e quasi automatica quanto proverbialmente simbolo appunto di tedio da inattività.
Due versi che già a una prima lettura squarciano un universo; ma guardando ai dettagli si colgono ancora più a fondo i termini drammatici della situazione.
"A casa mia", ad esempio: chi parla è per forza il nipote (chiama l'anziano "nonno"), e se il nonno è in mutandoni a casa vuol dire che abita lì, perché i nonni, quando vanno a trovare i figli/nipoti/parenti vari, di solito si vestono eleganti, secondo gli antichi dettami del costume dei dì di festa. Si tratta dunque, quasi sicuramente, di un vecchio vedovo - quindi ancora più solo, che non ha più neanche una casa propria (o la giurisdizione della sua, se sono i discendenti ad essere andati ad abitare con lui).
I "mutandoni", poi, costituiscono un dettaglio rivelatore di molteplici elementi: in primis, col loro essere capo d'abbigliamento di un'antichità quasi grottesca avviliscono ulteriormente l'immagine dell'uomo, rafforzando al contempo quella di anzianità fuori dal tempo che lo definisce.
Ma oltre ad essere anche indicativi della sua esclusione dal ciclo produttivo (è in mutandoni, oltre che in casa, perché non deve vestirsi per andare a lavorare), se ci si riflette bene possono suggerire un quadro di disagio urbano ancora più marcato.
Per stare a casa in mutandoni, infatti, anche a Roma c'è bisogno che sia estate (in Sicilia potrebbe bastare una primavera avanzata, ma a Roma ci vuole l'estate); e se è estate, la casa potrebbe essere vuota perché la famiglia è partita per le vacanze, lasciando a casa il povero vecchio che ormai è considerato un peso; abbandonandolo nella solitudine delle città agostane, costretto in casa mentre la famiglia si rinfresca al mare e lui, siccome la tv come ogni anno ha detto che gli anziani non devono uscire nelle ore calde, non può manco andare arbarétto (il vino fa male, soprattutto d'estate, e poi probabilmente il posto è chiuso per ferie) né a guardarsi due operai che scavano una buca per strada come da buona tradizione di pensionato (anche perché nelle ore calde magari manco lavorano).
Un drammatico squarcio di desolazione urbana, al cui centro c'è questo pover'uomo del quale, nel secondo verso, si dice "nessuno", a sottolineare ancora di più la bassissima considerazione in cui il capitalismo avanzato tiene coloro che non sono più in grado di nutrire l'economia moderna con la sua natura di vampiro delle energie umane.
In pochi versi, un trattato di sociologia che non rinuncia alla potenza di sintesi del linguaggio poetico.

Certo, è un quadro ormai invecchiato: tutto questo infatti era vero (o più diffuso) prima della crisi.
Oggi invece il valore economico del nonno nella famiglia si è accresciuto, e il nipote lo guarda come colui che lo salva grazie alla pensione (maturata in tempi in cui il lavoro veniva tartassato un po' meno che non nei tempi neomedievali odierni), pensione da cui escono quelle occasionali elargizioni che per il giovane precario costituiscono provvidenziale boccata d'aria a soccorso delle sue finanze ballerine.
Ciò non toglie che la scena, ancorché (ma non del tutto) passata d'attualità, sia stata delineata con rara precisione ed evocatività.

Lode dunque all'osteria: non solo quella in cui si annegano i propri dispiaceri, quanto la forma poetica capace di restituiirci immagini di vita contemporanea storicamente determinate, ma vivide e potenti.
Prosit! (o: dammela a me biondina, dammela a me... ecc...)

mercoledì 6 febbraio 2013

L'ARTE È ROTONDA (e segue un moto di rivoluzione).

Domanda: calcolando che c'è una corrispondenza tra gli anni più divertenti della mia vita e quelli in cui non seguivo per niente o quasi il calcio (non dico causalità: dico corrispondenza), perché mi capita ancora di accalorarmici?
In teoria, chissenefrega: non vivo in una situazione in cui tifare una squadra ha significati sociopolitici, e bandiera e appartenenza a) li riservo al socialismo b) in certe forme sono roba da militari e quindi fuck.

È che nei suoi momenti migliori considero il calcio una forma d'arte: disciplina umana che richiede sapienza, visione e creatività. Si può fare anche in maniera anonima e meccanica, ma ha anche possibilità appunto d'arte.
E sull'arte ho idee ancor meno moderate che in politica: mi piace quella che azzarda, quella improntata alla stranezza e alla forzatura dei canoni, quella "demente", quella che cerca l'armonia dove non sembra esserci, o che se ne inventa una nuova. Non dico oltranzismo-sempre-e-comunque, perché apprezzo anche la bellezza di una creatività semplicemente leggera e arguta, o una poetica armonicamente compiuta e soprattutto la bellezza della classicità piena -che però è sempre feconda (se uno guarda dietro le cristallizzazioni da manuale/cartolina nasconde sempre spunti interessanti) e sicuramente quando comparve era rivoluzionaria, oltre al fatto che nella sua armonia superiore c'è l'immagine di quell'armonia collettiva e individuale che si insegue con la rivoluzione.
Perché è tutto collegato, e se una canzone o un libro non bastano di sicuro a farti assaltare il palazzo (e tantomeno una partita), è pur vero che un pensiero rivoluzionario non lo aiuta un'arte accomodante, pigra, timorosa, addormentata sui binari del consueto per convenienza o paura della disapprovazione (benché esistano artisti rivoluzionari che però nella vita sono conservatori, e rivoluzionari veri dai gusti artistici timidi).
Perché se la rivoluzione parte innanzitutto da una liberazione mentale, 'sta mente va scossa, spinta, tirata.
Per questo mi piaceva Zeman (e anche perché sono cresciuto con la Roma di Liedholm, che del bel gioco faceva una religione, e al riguardo anche negli anni successivi l'AS Maggica vantava una buona tradizione di scommessa [e non di calcio-scommessa, come invece qualcun altro] sul nuovo, vedi Eriksson e Spalletti): audacia e bellezza, calcio non opportunista ma con una visione diversa.

[anche troppo: non per lui, ma perché si è diffusa la strana idea che siccome azzardava allora doveva essere perfetto (quindi i rimproveri che "non vince", come se ogni anno non ci fossero una ventina abbondante di allenatori che NON vincono nulla), nonché il curioso dogma dell'onnipotenza di Zeman, per cui qualsiasi cosa combini la squadra è colpa sua (strano perché di solito ai dogmi ci credono i fedeli, a questo invece credono i detrattori), dimenticandosi che lui è strano, ok, è pure un personaggio, ma alla fine è un allenatore come gli altri cioè con pregi e difetti, con un suo tipo di gioco che è adatto a certi organici e ad altri meno, tutto qui]

Questi sono i motivi per cui mi piace.
Il culto romantico dell'artista genio e incompreso? Lo slancio verso l'utopia?
Balle: sono un materialista dialettico, il romanticismo c'entra zero, sul culto degli artisti mi sono espresso qui, e l'utopia vagheggiata come sogno bello e irrealizzabile la lascio a quella malaugurata e dannosa categoria di persone che tutte le sue aspirazioni al meglio le confina nel reame dell'ideale, dell'irrealizzabile, finendo così, nel concreto e nel quotidiano, per calarsi le braghe davanti a tutto il peggio: tanto il cambiamento è utopia…
Nella canzone che gli ha dedicato, "La coscienza di Zeman", Venditti fa una cosa del genere dicendo: "il sogno non si realizza quasi mai" - che potrebbe sembrare realistico e conseguente agli indubbi limiti dell'essere umano.
Beh, io invece rispondo con Gaber e il suo "un uomo concreto come un sognatore", e ribatto che "umano" è l'appellativo che Majakovskij usa come lode somma a Lenin, uno che insieme a Marx l'ha piantata con l'utopia ideale e si è messo ad analizzare le condizioni concrete e reali per il cambiamento, per la rivoluzione.
Perché l'utopia è il quadro, l'idea generale verso cui muoversi, ma tocca mettersi a lavorare sul reale per metterla in pratica, perché si può, perché volendo si vince.
E che c'era di più saggiamente realistico che farsi sostenere una rivoluzione, sia pur calcistica, dai soldi dei capitalisti americani (quando uno dice "sporcarsi le mani…")?
Certo, il realismo avrebbe dovuto imporre alla dirigenza italiana di guardare alcuni dettagli tipo appunto la realtà.
E cioè: dopo lo scudetto del '42, in 71 anni la Roma ne ha vinto uno con un altro utopista come Liedholm (che al primo anno arrivò settimo e lo scudetto lo vinse al quarto) e uno con Capello (al suo secondo anno -al primo lo vinse alazzie- e però con campagna acquisti da bancarotta) poi BASTA, non è che li perde solo quando arriva Zeman; che le altre volte che lo ha sfiorato era sempre con allenatori dal gioco originale (unica maniera per supplire - e manco sempre - alle minori disponibilità economiche e al minor potere a palazzo); che la Juve ha sbagliato 4 campagne acquisti negli ultimi anni, prima di rivincere; che Inter e Milan ancora non hanno ricostruito a dovere la squadra; che hai una difesa di ragazzini sudamericani più un nazionale spompato dall'europeo e un Burdisso ultratrentenne, inadatto a quel gioco e reduce da un infortunio tosto; che due anni fa è finita la squadra che era stata quasi uguale per tutti i secondi anni 2000 e che la stai ricostruendo; che anche quando hai soldi le squadre si costruiscono col tempo; che quest'anno hai visto il più spettacolare campionario a memoria d'uomo di errori individuali in difesa (più qualcuno degli arbitri, un po' degli attaccanti, e il buon Murphy appostato con la carabina) - e sì, qualcuno anche di Zeman, ma anche tanti momenti di gran gioco che ben promettevano per il futuro.

Invece lo hanno licenziato, mossa con cui la dirigenza italiana ha dimostrato sia poco realismo sia poco slancio verso l'arte e verso una rivoluzione che sarebbe stata soprattutto culturale: vincere senza svenarsi in campagne acquisti da sceicchi e attraverso la bellezza (e temo che il problema per il sistema/mercato calcio fosse e sia proprio l'eventuale vittoria di un'idea del genere).
Soprattutto poca convinzione nelle proprie scelte, quasi paura.
Tra l'altro, mettendolo in discussione prima ed esonerandolo poi hanno anche dato troppo potere ai giocatori nonché confermato l'idea, del tutto delirante, che siccome Zeman è un allenatore "strano" allora avrebbe meno autorità di un altro, allora lo puoi discutere: boh… questi non sanno nemmeno quello che m'hanno insegnato a 16 anni per fare l'animatore/custode di bimbetti ai campeggi dell'YMCA: che esistono situazioni, e una squadra è una di quelle, in cui l'autorità non deve mai mostrare crepe e/ dissensi, altrimenti perde di efficacia (perché il sospetto di una mezza rivolta della squadra aleggia...).

Niente, quindi delusione: il ritorno di Zeman alla Roma lo aspettavo da 12 anni, perché ci tenevo che la squadra per cui tifo (ma a questo punto con molto meno entusiasmo) si facesse promotrice di una rivoluzione se non altro culturale, guidata dalla e diretta verso la bellezza.
(e dico culturale perché le persone temo siano tutti una banda de destri senza speranza, a parte un paio tra i quali NON c'è Zeman: al riguardo, possibile che dobbiamo sfigurare davanti a quel destro de Sirvio, che quando prese Sacchi dalla serie C, davanti alle prime difficoltà andò negli spogliatoi a dire "l'allenatore è lui, pure se andiamo in serie B"? Così si difende una scelta).

E invece nulla: la rivoluzione ha perso un'altra battaglia.
E ha perso anche un po' l'arte.

giovedì 4 febbraio 2010

Pennac: resoconto di un incontro col pubblico

Tra le mille cose per cui si può usare un blog questa non mi era ancora venuta in mente.

Anni fa (parecchi) andai in Campidoglio, credo presso la sala della Protomoteca ma non ne sono sicuro, ad assistere ad un incontro tra Daniel Pennac e il pubblico.
Naturalmente assistetti a poco: arrivato lì la sala era già piena, e io e altri fummo fatti accomodare in una saletta vicina nella quale c'erano delle casse acustiche che diffondevano almeno l'audio dell'incontro.
Non ricordo come ebbi l'idea di prendere appunti, ma l'ho fatto.
Certo, non è una trascrizione fedele: sono i miei appunti di quello che diceva l'interprete di Pennac, tra lo scrittore e voi ci sono almeno due filtri; e per di più in un paio di punti gli sono stato poco dietro, ho ricostruito.
Però è una testimonianza, ciò che diceva era interessante, quindi divulgo.
Buona lettura.

Appunti dell’incontro con Daniel Pennac, Roma, Dicembre ‘95.

Daniel Pennac: Ho iniziato facendo satira politica, poi un saggio, un po’ come Bulgakov; poi ho deciso di rompere con la priorità data al senso e di iniziare a raccontare storie: non potevo credere che nessuno, neanche gli intellettuali, avesse più voglia di ascoltare storie.

Intervistatore: Come mai un buono assoluto? Perché ha scelto un Malaussène come protagonista, cioé un buono assoluto? Pennac è un autore straordinario e coraggioso.

D.P.: Non sono un autore straordinario, l’altro giorno alla radio un critico stava dicendo “Non lo reggo proprio Pennac, è un coglione”, con una veemenza che gli faceva onore. Per quanto riguarda Malaussène, è la conseguenza dell’invenzione delle professioni, e viene giudicato per quello che fa. Il capro espiatorio ha una funzione sociale; io mi sono detto che un capro espiatorio unico, salariato, sarebbe più economico. L’idea viene da un libro del semiologo Renée Girard e l’ho caricata un po’. Poi da un’idea é diventata un romanzo. Céline ha detto che se alla fine della scrittura del romanzo l’idea da cui è nato è ancora lì, il romanzo é un fallimento.

Int.: Malaussène non esce mai da Parigi: potrebbe vivere in un’altra città, tipo Roma?

D.P.: Penso di sì, Malaussène è il prodotto di una città; io vivo a Parigi e scrivo lì. Se fossi stato romano M. sarebbe stato romano, e così via. Il fatto che voi siate qui dimostra che avrebbe potuto essere romano.

Int.: La saga di Malaussène sta finendo: non sono d’accordo!

D.P.: I critici che mi odiano mi fanno onore, perché vuol dire che sono diventato la ragione d’essere di qualcuno. Sulla fine di Malaussène ho un argomento: non si può trasformare un capro espiatorio in una gallina dalle uova d’oro.

Int.: Malaussène è già morto, in fondo; il problema è il figlio, Signor Malaussène, che promette bene.

D.P.: Riguardo alla “Prosivendola”, una signora mi ha scritto: “Ho letto il libro fino a pagina … (dove Malaussène viene apparentemente ucciso): dopo quello che lei ha fatto non potrò più essere sua lettrice”. Poi, dopo tre settimane mi ha riscritto dicendo di considerare nulla la sua lettera precedente perché una sua amica le aveva detto che Malaussène era vivo. Non è una tragedia che Malaussène finisca: in fondo finisce con una nascita, come nella vita. Il motivo è che mentre scrivevo “Il paradiso degli orchi” ho avuto l’idea de “La fata carabina”, mentre scrivevo “La fata…” ho avuto l’idea de “La prosivendola”, eccetera eccetera; mentre scrivevo l’ultimo ho avuto altre idee e voglio portare avanti quelle.

Int.: Malaussène aveva la caratteristica di essere sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Suo figlio nasce in un obitorio: è ereditario il destino?

D.P.: Malaussène di ciò ha paura, dice che i capri espiatorii andrebbero castrati. E’ tipico degli uomini porsi problemi metafisici sulla procreazione; poi si radunano nelle case e costruiscono le bombe. Le donne sono più sagge, sopravviviamo grazie a loro.

Int.: Se hai un idolo, qual è? Cosa consigli come lettura buona e avvolgente?

D.P.: A queste domande semplici è difficile rispondere. Non amo gli idoli; ho amici, una moglie, non ho idoli. Per la seconda domanda, Johnathan Coe, “La famiglia Winshaw”. Struttura comica, ma perfetta. In confronto Malaussène è un manuale di razionalismo.

Int.: Modelli letterari?

D.P.: Johnathan Coe, anche se non lo sapevo ancora.

Int.: Conosce Rodari?

D.P.: No, ma tutti i bei libri che non conosciamo abbelliscono il nostro avvenire; ad esempio per voi Johnathan Coe…

Int.: Tornando ai modelli?

D.P.: E’ difficile, perché leggiamo, leggiamo, e tutto crea una base da cui nasce qualcosa. E’ più interessante vedere cosa si fa quando si ha voglia di leggere e si è già letto Johnathan Coe, per cui bisogna aspettare. In quei casi rileggo Shakespeare, anche se in modo stupido perché penso sempre che Desdemona ce la faccia. Leggo anche le novelle di Checov.

Int.: Un biglietto con una domanda dal pubblico: “Siamo contenti che Pennac sia a Roma, ma dov’è Julie Corrençon?”

D.P.: Riguardo a Julie ho già spiegato che non faccio autobiografia, te le devo dare? Quando uno crea una donna che piace, tutti pensano che l’autore stia parlando della propria. Julie è un archetipo: è una giornalista militante, moralista. Malaussène però la commuove, lui e questa famiglia, e anche Malaussène è attratto dall’umanità che vede in lei e che cerca di aumentare.

Int.: La traduttrice italiana?

D.P.: Ne sono contento, i Malaussène sono difficili da tradurre, alcune cose sono impossibili. Jasmine si è presa la libertà di di trasporle in un linguaggio che le rendesse, senza chiedermelo; e questo è possibile conoscendo la lingua d’origine, ma anche quella in cui si traduce. Il successo di questi libri in Italia è dovuto anche all’ottimo italiano delle traduzioni.

Int.: Il tuo rapporto con Benni?

D.P.: Devo alle traduzioni di Jasmine il fatto di essere qui, ma devo a Benni il fatto di essere pubblicato da Feltrinelli.

Benni ha a casa un trofeo, una testa di renna con grandi corna, in plastica: è una sua caricatura, c’è tutto lui. Lo conosco, ho letto in TV la novella del Bancomat ribelle. Amo questo tipo di umorismo acido.

Int.: Che vuol dire “La morte è un processo rettilineo”?

D.P.: Per rispondervi, vediamoci alla mia morte: non sarò un agonizzante esemplare perché mi arrabbierò, ma in quel preciso momento avrò la certezza che la mia vita è stata un processo rettilineo.

Int.: Il fatto che suo babbo fosse un militare ha influito sulla creazione di Belleville?

D.P.: Mio padre era un militare particolare, un sognatore; per questo non ho pregiudizi sui mestieri. Era una persona speciale. Una volta venne un suo sottoposto a dirgli “Il soldato XY chiede di essere esonerato dal servizio poichè affranto per la dipartita della consorte”; e lui “Ma che significa? Richiesta respinta!”; poi ci ripensò e disse “Ma che significa ‘affranto’?”; e il sottoposto “‘Dispiacuto’, Signore”; “E ‘Dipartita’?”; “‘Morte’, Signore”; “E ‘Consorte’?”; “‘Moglie’, Signore”. E lui “Ah, ma allora non è affranto per la dipartita della consorte, è dispiaciuto per la morte della moglie: permesso accordato”. (L’aneddoto l’ho trascritto a memoria, non è riportato fedelmente parola per parola; qualcosa è andato perduto. Il senso e la struttura erano più o meno questi, comunque)

Int.: Il nuovismo? Il nemico di Malaussène è Saint-Claire che è nuovo in tutto; lui disprezza tutto quanto è nuovo, ama i vecchietti.

D.P.: Non disprezza il nuovo, ma l’uso che se ne fa. Un sociologo inglese, in un libro intitolato La Tradizione del Nuovo ha detto che il nuovo è la più vecchia delle tradizioni. Mi danno fastidio le persone sciocche che si buttano a capofitto nel nuovo non capendo che è appunto la più vecchia delle tradizioni; come i dirigenti che cacciano il personale per lasciare un’impronta e invece creano disoccupazione.

Int.: Non c'è troppa attualità nell'ultimo?

D.P.: Si vedrà tra 30 anni, se sarà ancora letto, se l'attualità che c'è nel romanzo lo danneggia o no. Lo scrittore si nutre di memoria ma anche di attualità. E' difficile capire cosa invecchia in un libro; in Gide lo stile, in Proust nulla, in Joyce nemmeno; riguardo a Shakespeare le commedie sono più difficili da leggere nonostante facciano meno riferimento all'attualità.

Int.: Uno scrittore si nutre di tutto; oggi ci si confronta con molti mezzi di comunicazione: c'è chi esalta la differenza della letteratura e chi mischia tutto e con tutto si confronta. Pennac si confronta con tutto: cinema, fumetti, ecc…

D.P.: Credo che il romanzo rimanga lo strumento più duttile per percepire la realtà: per il romanzo bastano penna, carta, e il mio sapere, questa è la materia del romanzo. Ci sono due scrittori, Piccoli e Benacquisto, che da giovani non hanno mai letto libri, guardavano la TV, che in questo caso stranamente non ha fatto danni, e l'immagine ha creato due romanzieri. Sono prudente qundo si deve fare un confronto tra immagine e parole.

Int.: Come mai tutto questo giocare coi corpi? In Signor Malaussène c'è del … "cannibalismo eucaristico"?

D.P.: Riguardo al cannbalismo, non siamo più cannibali non perché siamo migliorati noi ma perché è migliorata la cucina. Il senso di minaccia che c'è sulla famiglia Malaussène c'è perché il tempo passa e si è portato via alcuni miei amici; per cui cerco di scherzare sui corpi, sui medici; la classe medica è l'ultimo luogo ancora antropofago, basta pensare al traffico d'organi, al sangue infetto, con un ministro in Francia che si è detto responsabile ma non colpevole. Nella prosivendola mi chiedevo come avrebbero reagito le cellule del corpo alla morte delle cellule cerebrali: questo cervello centrismo, franco-centrismo, euro-centrismo… (qui finiscono gli appunti; l'ultima frase raccolta, fuori contesto, è..:) …il telefonino è metafora del cordone ombelicale.