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giovedì 22 luglio 2021

BENEDETTA LA PIZZA CATTIVA - GENOVA 2001

Io una cosa ho sempre capito poco di Genova 2001, ma ancor più di certa sinistra degli anni ’90: l’ottimismo.

Sarà che ci sono poco portato, sarà che l’attitudine mi è stata rafforzata dalla scoperta di spiriti affini come Robert Smith, Albert Camus, Marcel Proust e Ian Curtis (ma qui si pone un problema di uovo e gallina), ma insomma: per età mi ricordavo l’infanzia negli anni ’70, con quel movimento e quello slancio, e poi invece quegli anni ’80 (che chissà perché tanti rimpiangono e mitizzano) della superficialità, dell’arrivismo, del liberismo-giungla, dei lustrini fintissimi, anni che già sapevano di retroguardia e sconfitta, in cui le cose buone erano underground e quasi mi bastava ascoltare i Rolling Stones, non gli Psychic TV, per essere un alternativo - e attenzione: frequentavo un liceo deove c’erano il figlio del carabiniere ma anche i figli di Fuksas, non andavo al professionale del Quadraro.

Un decennio che si è chiuso con la caduta del Muro e, visto che non ne avevo capito del tutto le implicazioni, due anni dopo con la fine dell’URSS e conseguente canea di chi ne approfittava per dire che QUINDI il Socialismo era sbagliato in assoluto, molto silenzio nella parte di chi avrebbe dovuto distinguere, e Mauro che disse “co’ ‘sta storia di comunismo non si potrà parlare per una trentina d’anni”. Il pessimismo era diffuso, alimentato magari anche dallo “sconfittismo" di un Guccini, che confondeva l’odiare l’arroganza dei vincitori che ti faceva stare dalla parte dei “perdenti” (la schifosa retorica del “vincente” e dell’Esclusivo) col gusto di essere degli sconfitti: un equivoco poetico ma pericoloso.

Poi sì, i movimenti li facevo, mi sembrava doveroso, ma con ben poche speranze, se non quelle di vittorie parziali (rarissime anche quelle), mentre fuori, passato il breve sollievo per la scomparsa del CAF, c’era un centrosinistra che in pratica ti diceva che si poteva essere solo moderati per non spaventare gli elettori, una prospettiva da sconfitti quasi più dannosa delle politiche blairiane che poi ha fatto, mentre qualche criminale che scriveva su Cuore (mi sa il tremendo Roversi, il peggiore di tutti) diceva che non eravamo più classe o popolo ma ormai potevamo essere solo “consumatori consapevoli” (che a me ha sempre dato l’idea dei polli in batteria che si sentono liberi perché scelgono quale chicco beccare tra quelli che gli hanno messo davanti). E non nomino nemmeno il cumenda pidduista, che già bastava così.

Mi ricordo faticosissime e ingrate assemblee, che però si dovevano fare perché almeno ci provavi - perché poi i movimenti non finivano: sapevamo che ogni tanto ritornano, com’era successo in passato, e speravi che il tuo fosse quello buono: speranzoso ma ampiamente pronto al peggio, figuriamoci, ché di segnali positivi non ne arrivavano tanti e la mia impressione era che rispetto al sorgere del Sol dell’Avvenire noi fossimo più o meno in corrispondenza delle 2 di notte.

Seattle mi aveva un po’ fatto sperare, anche perché le manifestazioni erano state appoggiate dagli operai portuali e Genova… beh, il movimento contro la globalizzazione liberista (non ci dimentichiamo questo aggettivo che cambia tutto) mi pareva perfettamente in linea con l’essere comunisti, che lo sapessero o no i partecipanti. E di certo penso, o spero proprio, che nessuno si aspettasse di bloccarla con tre cortei a Genova.

Di quei giorni ricordo che a Radio Capital, NON Radio Alice o Telesoviet, invitavano gli ascoltatori a dire per quale motivo si sarebbe dovuto andare a Genova, cosa bisognava chiedere: del G8 si parlava come della circostanza in cui, siccome tutti i maggiori potenti della Terra erano lì, chi pensava che qulcosa al mondo non andasse bene poteva andare lì a dirlo in piazza: una cosa tranquilla, insomma.

Insomma, tranquilla: avevo sentito qualcuno, forse a un’iniziativa sul Chiapas, che aveva detto che in Messico i governi si preoccupano davvero quando vedono cortei in cui le immagini della Madonna stanno accanto a quelle di Zapata, perché vuol dire che si stanno saldando le due anime del popolo, e potrebbero venirne guai: devono aver pensato lo stesso qui (“macelleria messicana”, forse, non a caso) davanti agli autonomi che sfilavano con Pax Christi e hanno reagito col pugno di ferro (ti immagini che pericolo poteva venire da Pax Christi? E dai…). Poi l’11 settembre ha sconvolto tutto, ma i movimenti contro la guerra li facevamo, e come sempre anche altri, perché periodicamente ripartono

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A Genova non c’ero per motivi di lavoro, ma era un movimento nel quale stavo tranquillamente, le mie idee e le mie ragioni c’erano - e la ragione ce l’hanno data la crisi del 2008 e quella ambientale, anche prima della pandemia.

L’unica cosa che posso dire ancora è che un’amica che doveva dormire alla Diaz si sentì male di stomaco e decise di tornare a casa sua: benedetta la pizza cattiva che aveva mangiato a cena.

mercoledì 21 luglio 2010

9 anni fa, Bob Dylan

Il lavoro che facevo nel 2001, e che avrei fatto ancora per quasi tutti gli anni '00s, non mi consentì di andare a Genova nessuno dei 3 giorni. Però la sera del secondo riuscii, con fidanzata ed amici, ad andare a La Spezia a sentire Dylan.
Durante il tragitto telefonai all'amico/coinquilino Sergio, che mi diede la notizia di Carlo Giuliani.
Il resoconto del live che scrissi per il sito napster.it raccontava cosa volle dire seguire il concerto con quella notizia in testa.
Lo ripubblico (il sito, come detto, non c'è più) come lo scrissi: la formattazione l'ho corretta, le ingenuità no.



(l'immagine l'ho presa da Maggie's Farm, IL sito italiano su Bob Dylan)

BOB DYLAN sul palco
La Spezia 20 luglio 2001

Bob Dylan continua a suonare in giro per il mondo. Anche quest'anno il suo "Never Ending Tour" ha fatto tappa in Italia. Tra le altre date, La Spezia 20 luglio. Qualcuno aveva detto che questo concerto era stato organizzato per disturbare le manifestazioni di Genova contro il G8, ma sembra un'ipotesi assurda: il pubblico infatti è decisamente numeroso né sembra troppo "genovese". L'atmosfera che si respira è positiva e gioiosa, come se nessuno avesse sentito la notizia della morte di Carlo Giuliani avvenuta solo poche ore prima.
Mentre aspettiamo che inizi il concerto mi chiedo se Dylan dirà qualcosa al riguardo, lui che notoriamente ai concerti apre bocca soltanto per cantare, non dice mai neanche "buonasera" o "arrivederci" e per ringraziare fa gli inchini; infatti non ci spero molto.
Dylan si presenta sul palco accompagnato da basso, batteria e due chitarristi, formazione country rock essenziale. Infatti gli album "country" saranno piuttosto gettonati nella scaletta della serata: All Along the Watchtower, Wicked Messenger, Tonight I'll be staying here with you e Country Pie.
La musica scorre bene, il gruppo funziona, passano classici come Like a Rolling Stone, Rainy Day Women 12 & 35, Love minus zero/No limit e Highway 61 Revisited e il pubblico risponde con calore. Ma è impossibile ascoltare Dylan e le sue canzoni dalle parole pesanti e pensanti senza fare associazioni mentali con quanto è successo nel pomeriggio pochi chilometri più a nord. Lui, come previsto e come d'abitudine non dice nulla; le canzoni più impegnate del suo repertorio, però, ci sono quasi tutte. Che sia questo il suo modo di commentare i fatti di Genova, usando le canzoni invece delle parole? La mia impressione è questa, chissà se è così.
Il secondo brano in scaletta è la storica The Times They are a-changin, e viene da pensare che in realtà non cambiano per niente: come nel '60 scontri a Genova, come allora la morte in piazza. E se i tempi cambiano, evidentemente non cambiano mai abbastanza, o non necessariamente in meglio.
Parte Masters of War, l'invettiva contro i potenti della terra, sembra scritta apposta per il vertice del G8 e invece ha quasi 40 anni; suona I shall be released; suona Chimes of Freedom, e oltre al perché del destino di Giuliani ci si chiede anche quando suoneranno mai queste campane della libertà. La risposta, ovviamente, "soffia nel vento": Blowin' in the Wind, anche lei in scaletta.
Ma anche quando suona canzoni non politiche le parole hanno echi sinistri: Tangled up in blue, avvolti nella tristezza o, peggio, Knockin' on Heaven's Door: non si possono ascoltare versi come "posa quelle pistole, non posso piu' sparare" senza una stretta al cuore.
Il pubblico invece li ascolta e canta tranquillamente, con gioia, dietro al ritornello. E alla fine è anche comprensibile: al di là di quello che le canzoni evocavano, questa è una serata di ottima musica,che ha il potere di lenire in qualche modo le ferite e in una certa misura di consolare.
Esco con due pensieri in testa: il primo è che è strano che questo compito di consolare e di distrarre lo svolga proprio Dylan, che per primo fece entrare esplicitamente nelle parole del rock la storia, la politica, quello che succedeva nella società e nel mondo. L'altro è il titolo di una sua vecchia canzone: "Va tutto bene, sto soltanto sanguinando".