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mercoledì 1 gennaio 2020

Marvel vs DC


(più di un anno di assenza... ops...)

È buffo: quando iniziò coi supereroi, la Marvel si distinse ed ebbe successo perché, rispetto agli “eroi giovani e belli” della DC, presentava “supereroi con superproblemi” e tra i buoni annoverava veri e propri mostri (Hulk, la Cosa, i reietti mutanti, mentre la supereroina per eccellenza della DC, per capirci, si chiamava Wonder Woman).

Poi però è stata la DC a fare la linea Vertigo di fumetti adulti e horror (d’altronde lo dice anche Bret Easton Ellis nel suo ultimo libro Bianco che i film horror facevano crescere);
e mentre la Marvel, dopo vari tentativi cinematografici non riuscitissimi, ha lanciato un fortunato cineuniverso fatto di apprezzati e coloratissimi - ma un po’ disneyani - kolossal, è stata la DC ad affidare il Batman del grande schermo a gente tipo Tim Burton e Christopher Nolan, a fare un film sui suoi due eroi più famosi ammazzandone uno alla fine, e a centrare due film (Suicide Squad e Joker) su criminali pesantemente disturbati, diventati cattivi a causa di traumi psicologici (e anche sociali) seri.
Le cose girano.

mercoledì 21 settembre 2016

Suicide Squad: il film

Visto il film sulla Suicide Squad. E visto che nell’incarnazione anni ’80-’90, è uno dei miei fumetti preferiti (e sul quale mi sono espresso qui), butto giù qualche considerazione.

L’idea di un film con protagonisti “cattivi”, mantenuta dal fumetto (nella fattispecie, supercriminali utilizzati dal governo USA per missioni coperte e pericolose), a quanto pare attrae nonostante non sia nuova: ma “Quella sporca dozzina” è lontano, Diabolik e Fantomas sono roba europea, e, benché “Dexter” invece sia vicino, in quel reame dell’innocenza che per tanti versi è ancora l’America (ma anche nel mainstream generale) il cattivo deve essere in qualche modo “buono”, o riscattarsi, concetto che nel fumetto di Suicide Squad, e anche nel film, c’è poco.
I personaggi infatti sono proprio cattivi, e però umani e sfumati; all’eventuale eroismo o alla bontà ci arrivano quasi per caso, per vie oblique, perché umani e contraddittori, o perché “i cattivi così cattivi non sono mai”, come diceva Fossati, e questi accanto ad un’indubbia stronzaggine mostrano per lo più devastazione interiore, disincanto (in primis verso sé stessi) a livelli di guardia, follia da traumi subiti o autocausati e molti una solitudine quasi disperata: per immedesimarsi ci vuole uno sforzo superiore a quello richiesto da certi altri cattivi-con-codice-morale da Hollywood, cosa non nuova ma per gli USA evidentemente rara; e il resto del mondo probabilmente non se l’aspetta da un film americano di supereroi, genere visto ancora come oasi di moralità ben definite.
Da qui, probabilmente, l’interesse - con conseguenti incassi - per una pellicola anche divertente di un umorismo crudele e nella quale gli attori sono in generale bravissimi (anche se Will Smith - confesso che non avevo mai visto prima d’ora un film con lui - è vagamente stucchevole, e per di più mi ricorda un po’ Fiorello piccolo un po’ un certo Domenico che conosco, cosa che mi fa strano, e Leto mi sia piaciuto sì, ma col personaggio del Joker comincio ad avere problemi).
Il film però è stato generalmente giudicato male: ma a me non è dispiaciuto anche se trovo che un difetto grosso ce l’abbia, dovuto a un mix tra una certa caratteristica dei film di supereroi e questa trama specifica, più che ad altri.
Il problema infatti non è che il film sia basato sulla versione a fumetti più recente, meno “rivoluzionaria” e scritta da autori meno bravi rispetto all’altra: era ovvio che avrebbero scelto questa, anche perché c’è Harley Quinn, uno dei pochi personaggi creati recentemente davvero potenti (a livello di successo e di colpo sull’immaginario, come dimostra tra l’altro il gran numero di cosplayer che la scelgono).
L'Amanda Waller originale,
che teneva testa pure a Batman.
Tra l’altro, la serie alla fine non è neanche male (e nel numero 16 della testata italiana, da poco uscito in edicola, ci sono anche delle riflessioni interessanti sui personaggi e sul gruppo), benché non abbia né possa  avere la forza dell’altra. E poi una delle belle idee che ebbe l’autore del fumetto degli anni ’80, il John Ostrander omaggiato anche nel film (in una scena compare un palazzo in cui ha sede una compagnia col suo nome), era che il funzionario del Governo che creava la squadra era una donna, per di più nera e grassa. Nel fumetto nuovo, stesso nome, genere e colore ma magra - una specie di modella, il che ci era un po’ dispiaciuto (poi si scopre che è la nipote), sembrava un imborghesimento. L’Amanda Waller del film, invece, è più vicina all’originale: meno Halle Berry e più donna "vera".
L'Amanda cinematografica


E il problema non è nemmeno la trama confusa (mi sembra invece abbastanza chiara), o una certa lentezza iniziale, che è innegabile ma serve a introdurre l’idea e i personaggi. E rispetto ad altri esempi di questo genere, qui manca quella goffaggine che hanno certe volte i film di supereroi nel tradurre in scene di carne cose pensate per il fumetto - l’Uomo Ragno disegnato funziona ed è bello, una persona reale con la tutina che spenzola da un palazzo e l’altro funziona, risulta e la accetti meno, l’incredulità non la sospendi altrettanto volentieri. Qua è tutto fluido e abbastanza “naturale”, per quanto si possa (al limite qualche danza dell’Incantatrice non è proprio naturale, ma è veramente un dettaglio).

Il punto secondo me è un altro [e nel paragrafo dopo questo SPOILERO, quindi occhio]: un film di supereroi è diverso da un fumetto perché, banalmente, di fumetti ne escono almeno 12 episodi l’anno mentre di film ne fai uno ogni tanto (ci sono i sequel, ma al massimo 3/4). E dunque, mentre il fumetto presuppone una sequenza continua di storie, una regolarità (nonostante occasionali scossoni di trama e status del personaggio), il film da parte sua è in genere un episodio solo che fa storia a sé, e la storia oltre a essere più ampia deve avere un inizio un centro e una fine, arrivare a una conclusione. Che il gruppo o il personaggio continuino è sottinteso, e la Marvel sta facendo film collegati tra loro per dare più respiro alle trame e all’universo immaginario dei personaggi, ma non si arriva mai alle proporzioni del fumetto.
Questa caratteristica, unita al fatto che l’unica missione che la Squadra affronta nel film sia di fatto nata dalla creazione stessa della Suicide Squad, fa sì che la storia del film alla fine sia: una pazza che crea questa squadra di criminali, ne segue un casino, la squadra lo risolve (con perdite, come da tradizione), e poi torna in carcere. Non è la storia del governo e delle sue azioni coperte unita a quella degli umani che le compiono, non è la storia di una donna di carattere che sa sporcarsi le mani quando è il caso e portarne il peso: sembra piuttosto la storia di un delirio di una squilibrata cinica che vorrebbe risolvere problemi e invece li crea, ottenendo come massimo successo il metterci una pezza dopo, dopo centinaia di vittime. Il tutto, dando tipo 10 anni di sconto di pena a gente che ha tre ergastoli, come dice Captain Boomerang, e che sicuramente non sarebbe andata a rischiarci la vita.
Ecco, mi pare che si sia perso il senso originale della serie, sia vecchia che nuova, senza che ne sia stato dato uno nuovo. Annunciano il sequel, ok, ma è strano, visto che in questo primo episodio non ne hanno posto granché le premesse.

Avrei voluto essere un critico cinematografico vero, di quelli capaci di dire che sguardo dà e restituisce il film sul e al mondo, che idea di corpi e di visione e di destino c'è, ma non lo sono; e dunque mi limito a dire che poi certo, questo è un film di supereroi e vado a cercarci colori, casino, ritmo, battute, se ci scappa pure qualche riflessione, e tutto questo c’era; in più, con personaggi cui voglio bene.
E alla fine mi sono divertito una cifra e il sequel me lo andrò a vedere di corsa: I don’t see the hour!

martedì 29 settembre 2009

Altro che Nostradamus: fumetto profetico

Un vecchio articolo del 2002 scritto per Made in U.S.A. online ma mai pubblicato. Rispetto ad allora, la Planeta-DeAgostini ha preso il posto della Play Press come editore della DC Comics in Italia, pubblicando parecchio ma, ahimè, non la Suicide Squad. Della quale peraltro sono uscite all'inizio degli anni 2000 un paio di nuove serie negli USA, una delle quali ad opera proprio di Ostrander: in Italia non si sono viste neanche queste, ma visto che nel 2011 dovrebbe uscire un film tratto da questo fumetto magari prima o poi pubblicheranno qualcosa.


Scena: Manhattan. Titolo della storia: “Battleground: Manhattan”. Svolgimento: Dopo una panoramica sul cuore della Grande Mela, accompagnata da didascalie che parlano del suo grande potere ma anche della sua fragilità, un gruppo di supercriminali comincia a seminare morte e distruzione tra la popolazione. Alla fine della loro azione, dichiarano alla tv: “Siamo la Jihad. Ognuno di noi proviene da un paese che è in guerra a causa dell’intervento più o meno diretto del governo americano. Questa notte proverete ciò che hanno provato le nostre terre d’origine”.




Ci fermiamo qui. Qualcuno dirà “Bene, finalmente anche il fumetto americano ha deciso di affrontare i temi politici del momento con coraggio. L’esempio di Authority e degli ultimi X-Men è servito”. Qualcun altro si chiederà se è l’inizio di una nuova serie o un nuovo episodio di quelle appena citate. Qualcuno infine troverà di cattivo gusto l’aver messo sotto la vignetta che raffigura le Torri Gemelle la didascalia “Mecca per alcuni” (riferito a cosa rappresenta l’isola nell’immaginario delle persone), ma in generale gli amanti del fumetto impegnato saranno contenti di sapere che qualcuno ha deciso di parlare del dramma dell’11 settembre in toni un po’ meno retorici di quelli dell’albo speciale dell’Uomo Ragno.


Nulla di tutto ciò: il fumetto in questione è uscito nel settembre del 1988 (esatto, OTTANTOTTO) ed era per l’appunto il numero 17 di Suicide Squad, una serie durata 64 numeri uscita per la DC Comics tra il 1987 e il 1992.


In essa si narravano le gesta di un gruppo di superesseri che svolgevano in segreto missioni “spinose” o delicate e particolarmente rischiose per conto del governo americano. La cosa particolare era che, a parte un nucleo più o meno fisso, i supertipi in questione venivano reclutati ... tra i criminali! Il governo proponeva loro di svolgere una missione e in cambio avrebbero avuto una riduzione della pena.


La premessa è già insolita, ma non era l’unico elemento originale della serie: intanto il funzionario governativo che comandava il gruppo era una donna nera (e grassa, per di più); poi non si sapeva mai chi sarebbe arrivato vivo alla fine dell’albo: i personaggi morivano davvero. Né l’intenzione dell’autore (John Ostrander) era quella di raccontare storie nelle quali il cattivo, messo a lavorare per il suo paese, arrivava a capire l’importanza del bene e a redimersi: i partecipanti alla missione avevano tutti un bracciale che avrebbe fatto saltare loro un braccio se avessero provato a scappare o a toglierselo; quanto al bene, le missioni non erano esattamente quanto di più immacolato (benché nessun membro della Suicide Squad abbia mai tirato missili su un matrimonio...).


Ovviamente, bisogna dimenticarsi del tipico eroismo e dell’abnegazione classica dei fumetti di supereroi: se mai arrivava a manifestarsi qualcosa di simile ciò avveniva per vie strane: il realismo e l’umanità dei personaggi erano tali che, se non erano buoni nel senso classico, non erano nemmeno totalmente cattivi, e nei loro comportamenti poteva sempre trovare posto anche un moto di bontà, fosse sincero o dettato da interessi personali. Tutto ciò rendeva le storie imprevedibili: come già detto, non si sapeva mai chi sarebbe arrivato vivo alla fine dell’episodio (e state tranquilli che non risorgevano ...) né cosa avrebbe combinato un personaggio: le missioni potevano fallire per i più svariati motivi. Nel corso di questa serie abbiamo assistito anche a tentativi di controllo più stretto del gruppo da parte di qualche politico; a membri della Squadra che impazzivano; al capo, Amanda Waller (uno dei più grandi personaggi dei fumetti DC), che a un certo punto finisce per un anno in carcere; e anche alla nascita di Oracolo (le copertine di quei due numeri ovviamente sono di Bolland).


Ma a parte questo, era il clima delle storie ad essere assolutamente peculiare: per fare un esempio, in uno dei primi numeri c’è una scena memorabile in cui Captain Boomerang (un vecchio nemico di Flash, personaggio fisso della serie di Suicide Squad) sta per avvertire un’altra del gruppo che stanno per spararle alla schiena; poi però si ricorda che lei l’aveva umiliato davanti agli altri prima della missione e non la avvisa, lasciando che la uccidano. Non è esattamente il tipo di comportamento cui ci avevano abituato Superman o i Vendicatori ...


Figlia sicuramente di Watchmen e del suo approccio rivoluzionario alla figura del supereroe, ma senz’altro originale per contenuti e toni, visto che per trovare qualcosa di simile abbiamo dovuto aspettare Authority (sia Ellis che Millar), gli X-Men di Morrison, la X-Force di Milligan (nota successiva: anche gli Ultimates, sempre di Millar), questa serie all’epoca risultava decisamente nuova e insolita. Chiuse per disaffezione del pubblico, ma non certo perché le storie fossero scadute di qualità. All’autore Ostrander furono anche concessi sei numeri in più (rispetto a quello con cui avrebbe dovuto chiudere la serie) per chiudere tutte le trame lasciate in sospeso. Fu anche sfortunata: come raccontò Ostrander, l’idea che il governo americano finanziasse operazioni “sporche” e segrete in altri paesi era assolutamente nuova, e per qualcuno avrebbe anche potuto risultare sconvolgente; poi, qualche mese prima dell’uscita del numero 1 scoppiò lo scandalo dell’Irangate, e l’idea della serie ne risultò disinnescata: la realtà era tranquillamente al passo con la fantasia.


È un peccato che in italia questa serie si sia vista poco (qualcosa in occasione di crossovers tipo Invasione e basta), né c’è speranza di vederla ora: già ai tempi in cui la Play Press pubblicava ancora testate da edicola i suoi redattori affermavano che non avrebbero pubblicato “materiale pre-Crisis” (prima) e “pre-Ora Zero” (dopo); e nonostante la loro attuale iperproduzione di volumi da libreria dubito che ne vedremo qualcuno dedicato alle gesta del gruppo di Amanda Waller. È un peccato, dicevo, perché oltre che bella questa serie aveva anche precorso tendenze delle serie attuali. E non solo tendenze, anche elementi precisi: il capo di X-Force, infatti, non è il primo personaggio che storia dopo storia si trastulla con l’idea del suicidio. A parte un personaggio che a un certo punto lo commette davvero, c’è il Conte Vertigo che per gran parte del corso di Suicide Squad medita e riflette se farsi sparare o no da Deadshot; e che squadra suicida sarebbe se non ci fosse stato in ballo qualcosa del genere? E l’ultima scena dell’ultimo numero, giustamente, risolveva finalmente la questione...