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mercoledì 21 agosto 2024

VOLEVI UNA HIT?

- Vuoi un successone da classifica? Ho un’idea.

- Tipo?

- Un giro di Do su cui cantare “Ti amo”

- Daaai… il meno proprio.

- Funziona, scommetti?

****

- Vuoi un pezzo bomba che darà finalmente successo al gruppo? Ce l’ho.

- Com’è?

- Allora, parte con un coro senza strumenti, poi diventa un lento, poi fa uno stacco di un paio di minuti tipo opera lirica, poi diventa un rock blues sporco poi torna all’inizio. Dura sei minuti.

- Tu sei sicuro, eh?

****

- Ho in mente una canzone da numero 1 in classifica.

- Bene! descrivimela.

- C’è una voce che fa “Ah Ah Ah Ah” tutto il tempo come base ritmica e una cantante che canta ma più che altro recita un testo dedicato a Superman, e ogni tanto c’è qualche altro strumento.

- Ma sei serio? E chi la canta: qualche diva che qualsiasi cosa tocchi diventa oro?

- No, Laurie Anderson, quella cantante d’avanguardia.

- …

****

- Ho un’idea per una hit da discoteca.

- Tipo?

- Prendiamo “Tu vuoi fa’ l’americano” di Carosone, ci mettiamo un ritmo coatto, semplifichiamo il ritornello a livelli barbari in “Pa pa americano” e ci mettiamo una tastiera irritante: che te ne pare?

- Fa talmente schifo che potrebbe funzionare.

- Visto?

****

- Dammi un’idea per vincere il David di Donatello per la canzone di un film.

- Giro di Do col titolo del film stesso?

- Dai… e chi canta?

- Jovanotti.

- Allora mi vuoi male.

- Guarda, vinciamo.

****

- Oh, ti porto la più clamorosa hit italiana degli anni 2000.

- Cioè? Mega lentone d’amore con una bella melodia cantata da una con una voce clamorosa?.

- No: una satira sulla superficialità dell’amore di certi per le filosofie orientali, fatta con citazioni e giochi di parole, suoni orrendi da discoteca e un po’ di moralismo alla fine. C’è anche un genitivo sassone nel titolo e uno vestito da scimmione che balla.

- “La più grande hit”… certo, una formula ovvia, come no.

- Fidati.

****

- Ho in mente un successone mondiale.

- Vai.

- Ritmo reggaeton, giro di Do, ogni tanto “iiihh” che rimane in testa e sopra una spruzzata di esotismo da cartolina e di spiritualità un tanto al chilo.

- Mi pare ottimo. Ma che vuol dire “Jerusalema”?

- È la parola nota ma cambiata così incuriosisce.

- Andata, vai.

*****

Hanno gentilmente partecipato: Umberto Tozzi, i Queen, Laurie Anderson, Carapellese-Lodi-Mango, Jovanotti, Francesco Gabbani e Master KG-Noncebo.

Qui sotto invece un altro dj italiano, Guglielmo Bottin, aveva creato una canzone partendo da You Wanted A Hit degli LCD Soundsystem proseguendo poi diversamente: quando l'autore l'ha sentita gliel'ha approvata e ne ha autorizzato la pubblicazione.Voilà:




lunedì 19 agosto 2024

MANIFESTO DEI CONCERTARI DURI

 MANIFESTO DEI CONCERTARI DURI


Cittadini! Musicisti! Organizzatori! Promoter! Gestori! Assessori eccetera!

Questo è il documento in cui noi,


noi concertari duri,

noi frequentatori assidui di locali-club-arene-teatri-palisports, insomma di tutti quei posti in cui c’è qualcuno con degli strumenti e qualcun altro davanti,

noi che abbiamo visto più tipologie di posti da concerto di quante ne abbiano viste i Rolling Stones, 

noi contemplatori seriali di palchi,

noi che se c’è qualcuno che vogliamo sentire usciamo pure di martedì sera a febbraio con l’allerta meteo,

noi che manteniamo i musicisti coi dischi e i biglietti,

noi che “vado al concerto perché basta coi dischi, ne ho troppi” e poi andiamo al concerto e compriamo pure il disco,

noi che diffondiamo le notizie agli amici che non seguono, facendo conoscere loro artisti che poi ameranno e informandoli di concerti che altrimenti non avrebbero visto;

noi insomma, i cui denari contribuiscono a mandare avanti la baracca, magari non tanto quanto il grande pubblico del pop o quello più occasionale ma sicuramente in modo più continuo,


noi insomma diciamo:


BASTA! CI SIAMO ROTTI!

È ORA DI FINIRLA CON


1. I TOKEN, accidenti a chi li ha inventati e a chi ha stabilito PURE una quota minima da comprarne: sono scomodi, aumentano i prezzi già alti all’interno delle aree concerto, sono EVIDENTEMENTE un metodo per farti perdere il conto e farti spendere di più. Se temete per il contante, carte. E al limite 2 monete maneggiatele e non rompete.


2. IL SUONO, PERDIO: se pago tanto per un concerto, il minimo è che si senta come si deve: o è una scelta estetica, oppure visto che è musica vogliamo sentirla BENE, o quantomeno come il gruppo vuole. Troppa sociologia sul concerto come raduno, come socialità: è vero, ma la musica rimane il centro, si deve SENTIRE, i raduni all’aperitivo.


3. I BIGLIETTI ALTI: vi ci vorrebbero un paio di annetti di ritorno degli autonomi degli anni ’70, con certi prezzi allucinanti ve li meritereste: 7 euro di prevendita? 3 euro in più perché NON mi stampo il biglietto ma per comodità lo vorrei solo sul telefono? Gli artisti saranno pure diventati più esosi da quando sono crollate le vendite dei dischi, ma poche storie: ve ne state approfittando e stop. Avete rotto.


4. I MEGACONCERTONI/MEGA EVENTI: intanto, se c’è più pubblico non si vede perché debbano costare di più (semmai un po’ meno). Poi sono scomodi, vedi da lontano (se vedi), il suono per forza è quello che è e sono una bolgia. Qui ci rivolgiamo anche ai musicisti: più date in posti più piccoli e gestibili: il vostro lavoro è SUONARE quindi SUONATE.


Già ci toccano gli incompetenti (cosa ben diversa dal curioso che viene a vedere, attenzione), i casinari fuori luogo, gli ultratelefonari (il souvenir foto/video piace a tutti, ok, però per la miseria… anzi, la MISURA…), l’abbandono dei teatri modello antico (gli antichi avevano capito tutto: gradinate a scendere intorno al palco, dovrebbero essere tutti come Fiesole);

poi, se andate avanti così, se per caso vi viene in mente di rispondere “liberi di non venirci”,

(che di fatto significa NON vedere un musicista o un gruppo, se di spettacoli fa solo quelli di quel tipo),

vi lasciamo con quel pubblico lì, che a un certo punto si stuferà anche lui e vi ritrovate come nel lockdown. Non vi piacerà.



Oscar Wilde diceva che “esperienza” è il nome che si dà ai propri errori:

NOI ESIGIAMO CHE L’ESPERIENZA LIVE NON SIA QUESTO!


VOGLIAMO CONCERTI SANI!


sabato 12 novembre 2022

GUARDANDO SU YOUTUBE IL RITORNO SUL PALCO DI JONI MITCHELL NEL 2022 A NEWPORT


Ci son cantanti splendidi
e quelli solo buoni,
ci son quelli bravissimi
e poi c’è Mitchell Joni.

Canta a 75
anni, ancor con carisma,

e ciò dopo aver pure

avuto un aneurisma.


“Rispetto” è un concetto

per me un po’ misterioso

ma è ciò: sbaglia due note

e tu stai silenzioso.


Ben tanti ben la sanno

canora luminare

ma troppi il pregio ignorano,

maggior di quel che appare:


neanch’io so tutti i dischi

ma ancor più chi li ignora

si faccia un bel regalo:

esploriamoli ORA!


Giochiamo a circolare 

negli anni e le stagioni,

nei molti volti delle

sue miliari canzoni


in un viaggio stupendo 

per rose e prati estivi,

da Woodstock fino al canyon

insieme blu e giulivi,


sul grande taxi giallo, o

di Amelia sulle rotte

beviamo di lei una cassa

(però attenti al Coyot(t)e),


con Charlie e le signore

tra corti di scintille,

figlie scavezzacollo,

nuvole in corsa a mille.


Guardando entrambi i lati:

storico e musicale,

scrittura e arrangiamento,

la musica e il testuale,


aprendo orecchie e spirito

mentre vibran le casse,

lieto d’amor risuoni:

che donna cool, che classe!

estate - autunno 2022

domenica 2 maggio 2021

LANE MEMORY

20 anni fa, mentre ero in un negozio di dischi (mi pare a Roma, via Nazionale, verso piazza Esedra) trovai un disco che mi incuriosì: era Sex O’Clock di Anita Lane (suo secondo disco da sola), che avevo sentito nominare riguardo a Nick Cave, ma oltre al nome e al bel titolo mi intrigava il fatto che tra le canzoni c’era elencata… Bella ciao! Che ci fa un canto partigiano nel disco di una indie australiana, con tailleur celeste e copertina da elettronica francese?


Mi feci convincere, lo comprai e feci bene: era un bel disco effettivamente francese - in quel periodo scoprivo Gainsbourg e in effetti ricordava il periodo Melody Nelson, anche perché Mick Harvey, che arrangiava e suonava, è anche lui amante del cantante francese. Bella ciao, invece, era effettivamente quella nostra, resa in una versione lenta e suggestiva (e tradotta in inglese). All’epoca scrivevo per il defunto sito napster.it e colsi l’occasione per una tripla recensione al femminile (le altre due erano Nada e Tori Amos), anche se di differenza ne so poco ora e ancor meno allora (a rileggerle, però, meglio di quanto temessi).

La cosa buffa fu quando la feci sentire al mio amico e allora coinquilino Sergio, appassionato tra le altre cose di musica popolare, che apprezzò molto la versione e il disco in generale; così andò in rete a cercare notizie su di lei: ce n’erano poche ma a un certo punto trovò qualcuno che ne parlava: non fece in tempo a dire “ma allora oltre a me e Giulio…” che si accorse che era la mia recensione, che qualcuno aveva copiato e messo sul suo blog (col mio nome, per fortuna: grazie).

In realtà l’amavamo in tanti: peccato non averla mai vista dal vivo e non averglielo potuto dire di persona.

Intanto, a ridosso delle feste rosse, riascoltiamola:





Questa, invece, era la tripla recensione, così com’era

(si vede che è del 2001, quando l’idolo polemico per colpire il pop da classifica era Britney Spears; si vede che avevo 20 anni di scrittura in meno, con le ingenuità e le precisazioni rivolte a un pubblico generalista):


QUELLO CHE LE DONNE DICONO


Nada, Tori Amos, e Anita Lane non hanno bisogno di ricorrere a Enrico Ruggeri per parlare di sé e del loro essere donne in termini espliciti, consapevoli e lontani dai luoghi comuni. Tre ottimi dischi di tre grandi artiste.


NADA: L'amore è fortissimo e il corpo no


In effetti, per dare voce ai suoi sentimenti più intimi l'artista livornese ha avuto bisogno all'inizio di un aiuto maschile; ma l'uomo in questione era Piero Ciampi, uno dei più raffinati e sensibili cantautori italiani, scomparso ormai 22 anni fa. Furono infatti lui e il suo fido collaboratore Gianni Marchetti a comporre e produrre Ho scoperto che esisto anch'io, il disco con cui nel 1973 Nada cominciò a cercare di togliersi di dosso l'immagine da Britney Spears di allora che le avevano cucito addosso i discografici.

Nada allora era una divetta da Sanremo; e il disco, che è un autentico capolavoro, ovviamente non ebbe granché successo: troppo diverso dai suoi binari usuali fino a quel momento. Dopo si è alternata tra il pop leggero e progetti più impegnativi, giungendo con il penultimo Dove sei sei (che conteneva Guardami negli occhi, con la  quale partecipò a Sanremo '99) e questo ultimo lavoro a una piena maturità anche come autrice.

Nel disco, infatti, Nada tratta con mano salda un ventaglio di sentimenti, umori e temi tipici di una donna che ha vissuto intensamente, che scava nelle proprie esperienze per raccontarcele senza mediazioni. Esemplare in questo senso è Meraviglioso, sorta di punk in stile CSI con un testo che dimostra che Nada non ha paura di affrontare in termini franchi argomenti anche spinosi,come il rapporto di conflitto con i genitori e il sesso (in fondo "L'amore è fortissimo e il corpo no"); contravvenendo in questo caso alle convinzioni bigotte del mondo del pop che vorrebbero che una signora non toccasse certi argomenti (ma Nada in questo senso si era già espressa: dai doppi sensi di Ti stringerò (1980) e Vieni mai alla ben più esplicita Glu glu, entrambe dal penultimo).

A parte l'iniziale parabola di Gesù (il personalissimo rapporto con la religione è uno dei temi ricorrenti del disco) il resto è un viaggio nell'universo femminile, sia suo personale che generale. Conosciamo così Giulia, che pensa che "Dio è scarico"; ascoltiamo l'autrice nei momenti disperati di un amore finito (Suonano alla porta) o in quelli sereni ("Grazie per avermi spezzato il cuore, per avermi anche amata nel momento migliore"), o mentre con piglio di bambina invita a una danza leggera, o mentre si chiede "In generale dove ho sbagliato? Tra un ramo che si spezza e una donna che si lancia da una finestra che cosa ci passa?". 

Alla fine, con l'ultima canzone, Nada domanda "La vuoi questa donna?", completando così questo ritratto sfaccettato e coraggioso di una femminilità insieme antica e nuova. Nella speranza che i "sì" siano numerosissimi ...


ANITA LANE: Sex o'clock


Su un morbido tappeto musicale che richiama certi dischi di Serge Gainsbourg, Anita Lane torna a parlarci di sé dopo  il precedente e lontano Dirty Pearl.

Il richiamo al celebre cantante francese scomparso non è casuale: le musiche di questo disco sono opera (eccettuate tre covers) di Mick Harvey, storico collaboratore di Nick Cave (per inciso, ex-fidanzato della Lane) e titolare di due album di tributo a Gainsbourg nei quali traduceva in inglese numerosi suoi classici. A questi due dischi aveva partecipato attivamente la stessa Anita Lane, e non è strano rievocare, per un disco in cui il sesso è presente come argomento centrale fin dal titolo, l'autore che scandalizzò il mondo sussurrando "Je t'aime moi non plus" insieme a Jane Birkin (in uno dei due dischi di Harvey ne è presente una versione cantata da Nick Cave e dalla Lane).

In realtà questo disco parla anche d'altro: dell'amore come grande passione fisica ma anche come annullamento di sé (I love you, I am no more);  del senso di estraneità a sé stessi e agli altri (A light possession); della rivendicazione orgogliosa di una propria identità indipendente dai tentativi di sottomissione da parte della persona amata, come in The Next Man I See e, come anche Nada, del rapporto conflittuale con la famiglia (Home is where the hatred is, che è una cover, ma non credo sia un caso se è stata posta in apertura di disco).

E come nel disco di Nada, ci troviamo davanti il ritratto di una donna non comune, che pur senza proclamare grandi rivoluzioni cerca una via personale in un mondo che cerca soltanto schiavi sottomessi, e l'unica differenza che ammette nelle donne è quella di essere schiave.

Dev'essere per questo che il disco si chiude con una cover (in inglese!) di Bella Ciao; non si capisce però, allora, come mai nella traduzione siano sparite le ultime due strofe. Problemi di traduzione? A parte questo la cover, lenta e suggestiva, sebbene sembri più focalizzata sulla morte che sul partigiano, è davvero di rara bellezza, e chiude alla grande un disco notevole, che piacerà a chi si non vuole rassegnarsi a pensare che la "musica al femminile" si limiti alle varie Anastacie, Pausine, Marie Carey, Britneys varie.


TORI AMOS: Strange Little Girls.


Qui la questione della differenza sessuale viene posta esplicitamente. Il disco, infatti, è composto di dodici covers di canzoni scritte da uomini, con l'intenzione deliberata da parte di Tori Amos di rovesciarne il punto di vista. Brani di Neil Young, Depeche Mode, Tom Waits, addirittura Eminem e gli Slayer vengono riletti dalla sua voce limpida e dal suo piano. In alcuni casi, come il brano degli Stranglers che intitola il disco, con risultati superiori all'originale; in altri, ad esempio "Enjoy the Silence" dei Depeche Mode, i risultati sono controversi: personalmente ho apprezzato, altri no.

Va detto che i motivi della scelta di alcuni brani non risultano molto chiari: Heart of Gold di Neil Young o Time di Tom Waits non hanno testi così "maschili" da disorientare se cantati da una donna. Nel caso di Bonnie and Clyde 97 di Eminem e di Raining Blood degli Slayer, invece il contrasto è abbastanza evidente; così come ha un effetto piuttosto straniante sentirle cantare la splendida Real Men, una canzone che analizza i ruoli sociali dei due sessi con cui Joe Jackson dichiarò la propria omosessualità. In I don't like mondays dei Boomtown Rats di Bob Geldof, poi, la protagonista del brano passa semplicemente a parlare in prima persona.

Di Heart of Gold, completamente riarrangiata rispetto all'originale, non si capisce come mai sia stata trattata in modo tale che sembra più I wanna be your dog degli Stooges che non Neil Young; trattamento analogo ma decisamente migliore come risultati, ha ricevuto Happiness is a warm gun, un capolavoro di John Lennon contenuto sul doppio bianco dei Beatles, che è stata trasformata in un lunghissimo brano acido con voci che si rincorrono. Insomma, musicalmente ci troviamo di fronte all'alternanza tra brani sommessi per voce e piano e altri con soluzioni sonore più audaci che è tipica dei suoi dischi.

Nel complesso, Strange Little Girls è un'opera decisamente particolare per concezione, e rappresenta un confronto coraggioso con brani di autori illustri (o quasi: Eminem si può apprezzare, ma definirlo "illustre" ...). Già in passato Tori Amos si era cimentata con brani altrui (ricordiamo una magica Smells like teen spirits dei Nirvana per voce e piano), e questo disco si colloca sia nel suo personale filone di reinterpretazioni che nella sua militanza femminista. E se si può concordare col recensore di www.allmusic.com che l'intento della rilettura di canzoni maschili da un punto di vista femminile emerge chiaro più dalle interviste che non dal disco, è anche vero che ci sembra davvero ingeneroso il suo commento che "questo è un classico disco di Tori Amos, solo meno interessante perché non ha scritto lei le canzoni": e che Lou Reed, Neil Young, Tom Waits, Lennon/Mc Cartney, Loyd Cole e Joe Jackson sono scartine?

martedì 31 gennaio 2017

Sanremo 2017: pre-giudizio

Da buon amante del rock non ho mai amato il Festival nazionale, anche perché negli anni '80 ero pienamente nella prospettiva, certo non solo mia, che nella musica ci fosse il Muro di Berlino: di qua il rock e la musica "vera", il "Bene"; e di là il pop, il "commerciale", cioè il MALE. E essere comunista, quindi naturalmente diffidente verso il mercato, non aiutava.
Poi sì, qualche eccezione la ammettevo, e fino a un certo punto i gusti non erano così rigidamente definiti. In più ero adolescente, e se questo da una parte porta rigidità dall'altra significa indefinitezza; per cui a qualche "guilty pleasure" mi capitava di cedere. E poi era la musica della mia epoca, non potevo essere del tutto impermeabile, e per finire, col tempo, ho imparato non solo a sfumare i giudizi e a rivalutare qualcosa (senza esagerare, eh) che inizialmente avevo bollato come "male (e che magari lo era pure), ma anche a capire che certo pop dev'essere così: leggero, divertente e anche sciocchino e va bene.
Per il Festival la questione era simile: mi pareva una baracconata della più banale e passatista tradizione italiana nella sua versione peggiore, declinata nel modo più superficiale e meno coraggioso possibile. E non avevo, né ho, davvero tutti i torti.
Ma anche qui ci sono i però: le eccezioni, ad esempio, e il fatto che alla fine in famiglia un occhio ce lo buttavi sempre. E una volta uscito di casa per andare all'Università, non avevo nemmeno la tv in casa né la cercavo per Sanremo; ma perfino durante la Pantera un paio di occhiate gliele demmo (ricordo pochi secondi di Dee Dee Bridgewater che gorgheggiava su Uomini soli e il momento in cui col telecomando passai su Rai 1 e vidi Cutugno che in quel momento cantò "Accesi, spenti e stupidi speciali / due consonanti perse in tre vocali" e, folgorato dal secondo verso, decisi che poteva bastare).
E più tardi, tra il gusto di divertirsi col trash e gli amici gay, alla fine Sanremo lo guardavo ogni anno (e qui sul blog l'ho commentato pure). Anche perché da un certo punto in avanti qualcuno deve aver capito che il pubblico non era più fordista-generalista, ma che toyotisticamente esistevano tanti pubblici diversi, e quindi Sanremo iniziò sempre più a sembrare compilato col manuale Cencelli: due vecchi, un vecchissimo, qualche affermato strafamoso, 2-3 bravi davvero, un paio di icone gay e qualche ignoto, con gli insiemi che si intersecavano: e così, tutti accontentati. Se poi c'era un presentatore vivace e qualche ospite buono, o un Fazio che con una mano ti fa il pretino e con l'altra ti fa vincere gli Avion Travel o ti porta Caetano Veloso e Antony meglio ancora.

Però...
...però poi i nodi vengono al pettine; e va bene che siamo in tempi di compromessi, di moderazione, tempi in cui molti si sono dimenticati che a posizioni alternative sarebbe il caso di far corrispondere anche gusti un po' audaci e orientati verso il nuovo, tempi in cui molti non sanno più che "indie" era un misto di suono e posizioni politiche entrambi critici del mercato, e ci fanno le battutine cretine sugli hipster;
va bene che intorno a te c'è un coro di "eehh... ma che ti metti a fare? E dai, non essere estremista a sproposito", e ok che tutto si rivaluta (ahimè), e che "dai, la dicotomia commerciale/non commerciale non ha senso, è da rigidi fuori tempo massimo";
e mettiamoci pure, da una parte, un bel libro, per quel poco che ne ho letto, come Nonostante Sanremo, che parlando di tutto il bello passato al Festival dovrebbe ammorbidire le posizioni ma in modo saggio (non come gli argomenti che ho elencato nelle righe scorse); e dall'altra il fatto che il Festival te lo guardi senza aspettarti troppo, così, per curiosità e perché tanto d'inverno in mezzo alla settimana stai a casa, dunque...

Mettiamoci tutto, ma poi tanto i nodi vengono al pettine, ribadisco, e tanto poi va a finire come diceva Churchill, che accetti "il disonore per evitare la guerra e alla fine [avrai] il disonore E la guerra", e accetti i compromessi in cambio di qualcosa e poi se lo rimangiano.
Non parlo del fatto che segui una trasmissione per una settimana per poi veder vincere Cristicchi con una canzone di un retorico che dovrebbe essere perseguito penalmente, o che comunque ti sorbisci, per poche cose valide, una tonnellata di musica obbrobbriosa o al massimo carina (ma se va bene) e dell'intrattenimento per lo più veramente commerciale, perché purtroppo Sanremo è Sanremo per davvero; o che ti fai davvero un torto a cadere nella terrificante mentalità del luogo comune "vabbè, ma Carlo Conti alla fine è spigliato, è bravo, un po' di musica la conosce, magari fa una cosa divertente" (quando pensi così il Male/capitalismo mediatico/conformismo/ristrettezza culturale ti ha contaminato): o quantomeno non parlo solo di questo.
Il Sanremo di Carlo Conti è per lo più tremendo, il cast di quest'anno fa addrizzare i capelli (la Mannoia e il cantante dei Subsonica, Samuel, non bilanciano il resto) e 5 serate di Maria De Filippi sono una pena alla quale nessun tribunale mi ha condannato né sono così autolesionista da infliggermela da solo.
Per certe cose il Festival sarebbe pure divertente, non lo nego, così come il gioco di commentare con gli amici (pure quelli etero) e la curiosità te la stimola; ma per come si preannuncia no, non ce la posso fare: non rinnego la passata consuetudine di guardarlo in famiglia o con gli amici, non rinnego i commenti e ringrazio per i Quintorigo e tanti altri, ma quest'anno no way, no se puede.
Poi finirà che cenando un pezzo lo guarderò lo stesso, ma probabilmente finirà anche, com'è già successo, che in certi momenti cambi canale, becchi un bel film e rimani a guardare quello: viste le premesse, mi sa che è il caso di andare direttamente al film.

mercoledì 25 giugno 2014

I Rolling Stones al Circo Massimo - La celebrazione dei misteri

Perché i Rolling Stones sono dei grandi?
Ci sono tanti motivi, ma ce n'è uno indicativo, riassuntivo, simbolico.
E cioè, che hanno scritto Gimme Shelter E NON NE HANNO MAI FATTO UN SINGOLO.
Qualsiasi gruppo avrebbe venduto membri della propria famiglia in numero corposo pur di avere in repertorio un pezzo del genere, qualsiasi musicista di una band i cui autori si fossero presentati con tale canzone avrebbe ringraziato il creatore in lacrime, dicendo "magari avremo successo solo con questa, ma intanto che colpo", e loro invece nulla.
Cosa devi avere al tuo arco per rinunciare a un singolo così?



E infatti nella domenica del concerto a Roma, città del Papa e giorno di messa, il primo mistero celebrato della saga Stones, tra i vari, è stato proprio questo:
come mai Gimme Shelter non è mai stata un singolo?
Non lo sanno nemmeno loro, probabilmente; forse perché appunto volevano dimostrare di saper fare anche gli album (e il precedente Beggar's Banquet, Let It Bleed che la contiene, il successivo Sticky Fingers e poi Exile lo dimostrano), ma a tutto c'è un limite.
E la sontuosa versione eseguita, con la solita Lisa Fischer sugli scudi, ha ribadito il mistero.

Il secondo mistero è come mai Roma, con 80.000 persone in pieno centro, non sia diventata una bolgia, ma lì c'entrano gli organizzatori: meno male, comunque.

Il terzo mistero riguarda la possibilità di scegliere una canzone della scaletta in una rosa diversa per ogni data, messa in rete e sulla app del gruppo (che io ho e, anche qui chissà perché, ho dimenticato di consultare nelle settimane prima del concerto: altro mistero):
perché a Roma le canzoni proposte erano Sweet Virginia, Loving Cup, If You Can't Rock Me, When The Whip Comes Down, Respectable e Ain't Too Proud Too Beg , belline ma non succulente quanto quelle di Madrid (ovvero Just My Imagination, Bitch, Street Fighting Man, Rocks Off, Get Off Of My Cloud e Like A Rolling Stone)?
Metterle così significa che in un caso scegli comunque una canzone meno bella e nell'altro sacrifichi svariati pezzoni; ma forse è perché, se avessero suonato Street Fighting Man avremmo assaltato Palazzo Chigi a mani nude.

Il quarto mistero è: perché, in quella rosa che comunque qualcosa di interessante lo presentava, gli spettatori di Roma hanno votato Respectable? Carina, eh, ma niente de che.

Il quinto mistero, quello della loro longevità, è ormai ampiamente celebrato. Ma Jagger si allena da sempre prima dei tour: Richards abusa della sua tempra, Jagger se la gestisce.

L'ultimo è: cari giornalisti, ma invece di parlare di organizzazione, costi e altro, talvolta importante talvolta chissene, parlaste un po' di musica?
Anche per dirne male, eh, ma visto che di concerto si parla...

mercoledì 12 febbraio 2014

La musa


Nei Campi Elisi dove, dopo la dipartita dal mondo terreno, si radunano le persone di ingegno, c'è Freak Antoni che sta parlando con Guido Gozzano. Entrambi hanno un'aria sconsolata.
Poco accanto ci sono il bluesman Muddy Waters e Lou Reed.
Freak indica il primo e dice al buon Guido:
"Ma te guarda: quello lì come seguaci, come allievi che dichiarano di essersi ispirati a lui, ha i Rolling Stones.
Quell'altro, quello de New York, c'ha tutti: da David Bowie ai Jesus & Mary Chain, più un altro migliaio.
E noi chi c'abbiamo? Giulio Pasquali.
Ma dimme te".
Gozzano fa una pausa, prima di rispondere. Poi dice:
"È vero. Ma pensa a quei due", e indica in lontananza Bunuel e Truffaut: "quando Ligabue ha fatto il film ha detto di aver riguardato i loro per ispirazione".
Freak ci pensa poi "Oddio, in effetti... via, va': va bene così".



(mi sto sKassando le balle di scrivere necrologi: finché si tratta di commentare fenomeni di costume tipo Michael Jackson o Amy Winehouse passi, ma che nel giro di poco tempo me se ne vadano Lou Reed e Freak Antoni no, ekkekkàspita: due muse, due ispiratori, Freak poi è veramente una musa principe del sottoscritto.

Su di lui e sugli Skiantos poi ho scritto qualche articolo, tipo questo, e un libro digitale, aggiornato però al 2007. Ma più che altro, sigh sigh sob... )

domenica 27 ottobre 2013

Sunday evening, and we're crying

Devo "ringraziare" gli organizzatori della tournée italiana di Lou Reed del 2006, i quali ebbero la brillante idea di far viaggiare lui, 64enne, su un pullman anche di notte, costringendolo a dormire -poco e male- seduto: in questo modo, quando arrivò a Firenze per il concerto era stravolto e poco disponibile (il ben noto caratterino, peraltro non aiutava), e così un saluto cortese ai due presidenti del sito italiano, Daniele e Paola lo fece, ma a noi del forum che eravamo arrivati un po' prima del concerto no.
Così non ho avuto l'occasione di conoscerlo: avrei voluto ringraziarlo per la grande musica, i grandi dischi e i grandi testi, per l'evoluzione positiva che aveva dato al mio gusto musicale - e non solo: quell'approccio ha detto tanto a me e ad altri (chi ha capito la bellezza raggiunta con tre cose in croce, almeno) - e magari fargli qualche domanda.
Insomma, mi avrebbe fatto piacere scambiare qualche parola con un musicista che ascoltavo dall'85 grazie a una cassetta che avevo chiesto alla buonanima di Felice, cugino di secondo grado che sapevo essere fan di lui e di Bowie, e al quale avevo allora chiesto compilation dei due, che conoscevo a frammenti (da un certo punto in poi, ascoltare Lou Reed era anche un modo di ricordarlo).
Da allora era stata una presenza forte tra i miei ascolti, era nel gotha personale, e se dovevo scegliere 3 gruppi uno erano gli Stones, l'altro i King Crimson e poi i Velvet Underground.
A un certo punto avevo anche scritto insieme all'amico Brunero una versione teatrale di Berlin per il suo gruppo di teatro amatoriale (3 repliche, alla prima c'era il Teatro Rossini di Civitanova Marche pieno: piccole ma splendide soddisfazioni), e non per caso il regalo di laurea che mi fecero gli amici fu il cofanetto dei Velvet Underground.
Forse non gli avrei raccontato della tradizione che avevamo io e mia sorella di ascoltare la domenica mattina la c-90 con VU & Nico da un lato (e Who's Next dall'altro, per completezza); o di quando l'amica Francesca morì improvvisamente e per giorni ebbi fissi in mente alcuni versi del capolavoro Magic and Loss, nel quale traeva dal lutto poesia altissima; o di quant'era bella Piazza dei Cavalieri a Pisa con un faro che proiettava su uno dei bei palazzi che la circondano l'ombra sua mentre cantava il tardo capolavoro Vanishing Act.
Forse nemmeno di un pomeriggio da 17enne quando mi trovai a lenire un momento di angoscia adolescenziale accanto allo stereo con Rock'n'Roll da Rock'n'Roll Animal, benedicendo quella musica che dava il titolo alla canzone e al disco: e quale altro pezzo poteva essere? D'altronde quelli sono i sensi del rock: uno questo, cioè accompagnarti da giovane mentre cerchi di capire come metterti davanti a sto pianeta del menga in cui sei capitato; l'altro, la condivisione.
Riguardo alla quale, grazie al suddetto forum italiano di Lou Reed ho conosciuto una serie di persone splendide, lì e su quello di Bowie (cui arrivai appunto da quell'altro). Anche qualcuna molesta, certo, ma that's life, bro, e per i primi accetto i secondi.
Nulla, non l'ho salutato, se non quando 2 anni fa a Pistoia lo vidi live per l'ultima volta: cantava bene come mai, ma fisicamente arrancava, e pensavo che difficilmente lo avrei rivisto in tour. Alla fine ne ha fatto un altro ma non in Italia, e così il saluto è stato quello.

E dunque ciao e grazie ancora di cuore.
Sono contento che una serie di amiche siano infine riuscite a vederlo, sono contento che abbia chiuso la sua discografia col controverso Lulu (altra provocazione), soprattutto, sono contento di averlo conosciuto e ascoltato per tutto questo tempo.

"There's a bit of magic in everything
and then some loss to even things out"

Voglio ricordarlo con quest'altro tardo capolavoro, particolarmente adatto:


E con quest'autoritratto sbarazzino:





Goodbye, mister.


mercoledì 9 gennaio 2013

Buon Compleanno, Duca!

Breaking news!!!!
(stavo per scrivere Breaking Glass)

Nuovo disco per David Bowie: The Next Day uscirà a marzo | News | SENTIREASCOLTARE 1.0


Evidentemente stimolato dalla poesia che gli ho dedicato qui, Bowie ha pubblicato oggi la notizia del nuovo album e il video del nuovo singolo (nonché la canzone stessa in versione digitale, acquistabile sui soliti canali):


Una sorpresa vera, visto che non pubblicava praticamente nulla di nuovo dal 2003 dell'incerto Reality, il quale peraltro si chiudeva con quel capolavoro di Bring Me The Disco King, il cui testo era uno struggente e magnifico addio che ben avrebbe chiuso la sua storia discografica (e l'infarto avuto verso la fine del tour seguente ha rischiato di piegare la vita all'arte: morire sul palco dopo aver inciso il proprio estremo saluto).

Già, l'infarto: da allora silenzio, tranne sporadiche apparizioni live e collaborazioni più qualche foto rubata che lo mostrava casalingo. Era andato in pensione? Si dedicava solo alla pittura? Era gravemente malato, come circolava voce, anche più che dei postumi dell'infarto? E il post sul blog di Robert Fripp nel quale il chitarrista parlava di Bowie al lavoro sulla musica andava preso sul serio?

Dieci anni di domande, che investivano non solo la carriera di Bowie ma anche qualche questione più generale sul rock.
Da una parte ci si chiedeva questa pausa che senso avesse: è come Billy Joel, che quando pubblicò il suo disco di pezzi strumentali per piano confessò che non scriveva una canzone da 10 anni? O come gli Stones i quali, seguendo quella legge per cui col procedere della carriera i dischi si diradano, avevano fatto passare 8 anni tra Bridges To Babylon (1997) e A Bigger Bang (2005)? Loro però in mezzo ci avevano messo un'antologia e una tournée, e segnali di vita comunque ne davano; Bowie? Difficile da capire, manca una casistica (penso da anni che il rock'n'roll sia ancora troppo giovane per fornirne una con leggi riconosciute su cosa fa un cantante rock da vecchio: se il r'n'r will never die, come da profezia di Neil Young, avremo tempo e ci vorrà il tempo di veder morire di vecchiaia 3-4 generazioni di rocker per poter capire come funziona).
Lui sembrava semplicemente aver smesso, anche per un motivo legato alla poetica e al suo modo di fare come l'aveva sempre messo in atto.
Nel senso che questa poetica era fatta di un mix tra la sua bravura come autore di canzoni e un fiuto abilissimo nel cogliere le tendenze più interessanti che si agitavano nell'avanguardia, intercettarle quando ancora erano note solo ai più attenti, rielaborarle a modo suo e renderle popolari al mondo, indicandole come strada possibile (vedi Low, per dire il più eclatante, ma anche l'operazione sulla black music di Young Americans o il modo in cui, dietro alla facilità spaccaclassifiche di Let's Dance insinuava elementi new wave - ma quasi tutti i suoi '70 seguivano il copione).

Questo aveva fatto sì che i momenti peggiori della sua carriera fossero quelli in cui la penna era carente, ma soprattutto quelli in cui arrivava in ritardo sulle tendenze e/o non interveniva nel processo di creazione dei dischi con i suoi noti stakanovismo e intuito, come per sua ammissione succedeva negli anni '80 (decennio passato a portare le canzoni ai produttori facendo lavorare loro, mentre lui andava alle feste; e fatte poche eccezioni non erano nemmeno le migliori canzoni).

Di qui l'importanza della tanto vituperata esperienza Tin Machine, con la quale invece tornava in sala prove, in studio, a discutere e a creare, come quando registrava Ashes To Ashes litigando col batterista per farsela suonare in controtempo come voleva lui, e come farà a partire dal primo album post-Tin Machine, Black Tie White Noise, nel quale il produttore Nile Rodgers (quello degli Chic) lavorerà sulle direttive di Bowie e non regnando sovrano come ai tempi dell'altra collaborazione (su Let's Dance).
Coi Tin Machine, poi, ricominciava a guardarsi intorno, cogliendo nell'aria che arrivava dagli USA una voglia di ritorno al rock (che tra l’altro lui stesso aveva manifestato - e fallito - con Never Let Me Down, 1987): il gruppo non coglie gli elementi di novità che il grunge portava con sé, ma sta di fatto che una delle popstar simbolo degli anni '80 vira al rock aggressivo due anni prima che Nirvana e Red Hot Chili Peppers riportino in classifica le chitarre elettriche, il fragore e la durezza.

Da lì in avanti, pur non tornando a essere un faro come negli anni '70, sarà capace di cimentarsi bene con le tendenze circostanti: il jazz funk del succitato Black Tie (1993), l’ispirato e personale mix tra il proprio stile e l'elettronica del momento nel capolavoro 1. Outside (1995) e quello più "normale" del successivo Earthling (1997, qui la scrittura bowiana e il suono del momento si accostano bene ma ognuno per conto proprio, senza l'efficace fusione del precedente).

Da lì in avanti, benché non sia agevole parlare di uno "stile bowie" dopo tutti i cambiamenti e le sperimentazioni della sua storia, torna ad una sua classicità pop-rock, che mantiene in filigrana vari elementi del suo passato (soprattutto in Heathen, 2002, dove perfino i suoi anni ’80 risuonano positivamente qua e là; meno interessanti e riusciti Hours, 1999, e Reality): e lo fa non solo perché una certa "tranquillità" a una certa età sia endemica (e perdonabile, visto cosa aveva dato prima), ma appunto perché, avendo sempre funto da radar delle nuove tendenze, si aveva l'impressione che nemmeno lui sapesse orientarsi in un mercato discografico e in un mondo musicale sempre più ipertrofico e frammentato, che aveva praticamente rinunciato a una gerarchia tra correnti principali e secondarie cui rapportarsi in qualche modo, sia pur polemico. Come se non sapesse scegliere da quale delle mille tendenze partire (né era il caso, per vari motivi, che si accodasse al revival 80s che dominava nel decennio).
Al riguardo, poco tempo fa aveva circolato anche la voce di un suo interessamento alla musica cinese (che come sguardo in direzioni inattese non sarebbe stato manco male…), bissato poco tempo dopo da analoghe dichiarazioni da parte di… Baglioni (fare tendenza, sia pure così, evidentemente è un vizio).

E così si arriva al suo 66esimo compleanno con la notizia bomba del nuovo singolo e del nuovo album (e conseguente rinnovo del sito, abbandonato per anni a una mal invecchiata grafica Reality-style), bomba soprattutto perché arrivata a ciel sereno, cosa inaudita nell'epoca dei leaks e della comunicazione globale istantanea e ennesima dimostrazione di autonomia; e così qualche risposta è arrivata.



I sound and vision del nuovo singolo dicono già parecchio, proviamo a riassumere per punti:

1) Lo stile è quello pop da star adulta, realizzato con gusto e ispirazione, che ricorda un po' il cabaret decadente della vecchia The Shadow Man: non sarà un nuovo classico ma rispetto a come il pop lo faceva negli ’80, o a Reality, qui c’è un’altra eleganza. Niente musica cinese o incursioni nel dubstep (ma su questo bisogna aspettare l’album), solo un rifarsi al suo stile con mano disinvolta, le sperimentazioni come echi lontani ma impliciti; un procedere senza un’audacia che nessuno pretende più ma con classe.

2) C’è anche arguzia: il titolo, Where Are We Now? sembra ammiccare alle domande che tutti si sono posti negli anni del suo silenzio e il testo, evocando Berlino, ammicca invece a una fase ben nota e illustre della sua carriera.

3) Nella vaga malinconia retrospettiva che era già del concept di Hours (la cui copertina e il primo video erano basati sul cantante che guarda il suo doppio più giovane, qui ripreso nell'accostamento tra il suo volto anziano e quello della ragazza proiettati su dei supporti che ricordano quelli dell'Earthling tour), il clip di questa canzone è quello che avrebbe dovuto fare Lou Reed per Who Am I, ossia un video-confessione a cuore e rughe aperte, magari in b/n, col testo che scorre, come accade qui: sarebbe stato l’ideale per il doloroso e fiero bilancio esistenziale tracciato nel testo di quel capolavoro tardo del musicista di New York. Magari Bowie non pensava a questo, ma intanto ha colto l’occasione non sfruttata dall’amico.

4) Per chiudere sul faceto, poi, in questo frangente, non posso non ricordare l’utente del forum di www.velvetgoldmine.it detta "stellina", la quale, in occasione di una cena con cover band per il compleanno del Duca disse “qui tutti mi dicono buon compleanno: ma quale compleanno? Oggi è NATALE!” (aggiungendo poi “e dunque il 15 gennaio è Capodanno”).
Una vaga idolatria, ma se ha ragione lei il regalo ai fan (o: devoti) lo ha portato.

E dunque ci siamo: a marzo sapremo tutto, nella speranza che ci scappi anche qualche concerto. Nel frattempo, buon compleanno, Duca!
(o: buon Natale).

giovedì 11 ottobre 2012

Distintamente Bianchiccio

Questa è dedicata a un cantante che apprezzo, ai suoi dischi.

Distintamente Bianchiccio.
(Del Biondino Di Britannia)


Son uomo di parola e melodia,
son cosmica stranezza ma perfetta;
son quel che 'l mondo tutto dette via,
e che disse il su e il giù di una starletta.

Fanciulle immagin, cani adamantini
vivi e ameridi vidi giovinetti;
quale Aladin sano presi cammini
da stazione a stazione. I cosiddetti

eroi non amo, su un palco più basso
io abito, con mostri orripilanti,
Pierino, il lupo e Baal che invito al passo
di danza questa sera. Dilettanti

noi siam nel labirinto, tu però
non mi deluder. Io son due apparecchi
metallici, emetto un bianco rumor
che in cravatta nera giunge agli orecchi.

Son Budda dei bordi della città,
terrestre fuori, pagano per ore,
che narra storie di ragni e chiarore
lunar, ma or taccio. E questa è la realtà.



(il titolo è perché ho deciso che "thin" era riferito a "white" e non a "duke")

martedì 25 settembre 2012

CARMA, PAOLI': sul concerto fiorentino dei Radiohead, al volo


Butto qui al volo due note sul concerto dei Radiocapoccia, riprendendo la risposta che ho dato a un amico - costui - che chiedeva com'era andata. 
Premessa: l'ultimo loro disco ha lasciato un po' perplessi alcuni ascoltatori a causa della poca orecchiabilità e della spinta in là di una svolta elettronica iniziata, pur con avvisaglie precedenti, con Kid A, del 2000 e proseguita nei tre dischi compresi tra quello e appunto l'ultimo.

La parte che ha funzionato meglio è stata proprio The King Of Limbs (che è meno disossato di quanto sembri) e i pezzi analoghi (recenti ma non solo), cioè quelli lunghi, da viaggio in trance in un mondo nuovo (quello di certa elettronica che certi rockettari si perdono da decenni e/o che certo pubblico se la fanno altri fischia ma dai Radiohead la accettano).
Quello che non funzionava erano certe "canzoni", anche recenti ma che avendo una più classica struttura inizio-centro-fine sembravano un po' messe lì, visto che né la sequenza né le pause tra un pezzo e l'altro riscattavano quell'impressione.
Voglio dire: mi fai un concerto che è un viaggio in paesaggi astratti disegnati dall'elettronica? Benissimo e bellissimo, e lo era; ma quando la canzone singola, per come è fatta, non può essere allungata, non crea il flusso, crealo con la sequenza, attaccale:
in una parola, fai elettronica? MIXA!
(sono convinto da tempo che il metronomo andrebbe usato non solo durante le canzoni ma anche per stabilire durata e ritmo delle pause, sennò si perde di tensione: come insegnano agli attori, anche quando non fai nulla sei COMUNQUE in scena).

Poi, anche l'ordine... non voglio insegnare niente a un gruppo che suona da 20 anni almeno, ma la sequenza delle canzoni non m'ha convinto.
La prima parte, quella del viaggio, bellissima, ma anche lì c'erano un paio di brani che interrompevano il continuum.
Ma poi avrei capito un'ora oltranzista e il finale a canzoni per accontentare un po' il pubblico più generalista (e tutto sommato anche l'altro), ma da un certo punto in poi era una scaletta un po' carente di bussola, di ritmo, che vagava tra un pezzo e l'altro:
splendida Karma Police, che non interrompeva semmai dava requie, poi si poteva ripartire.
Invece avanti con singoli brani notevoli ma in generale s'era persa la tensione.

Everything In The Right Place alla fine sta bene se hai fatto una sequenza killer che culmina in Paranoid Android o Idioteque,  dopo le quali quella come titoli di coda è perfetta: così boh
(ma bella l'idea di cantarci The One I Love dei R.E.M. sull'intro).

Delusione, invece, la versione appunto di Idioteque: la adoro, ma ieri è stata suonata troppo veloce, tirata via (tranne la parte centrale, con assolo in linea con le ultime cose: stranamente lì funzionava).

Io non sono per i concerti juke-box, accetto anche di non sentire i classici se il gruppo in quel momento è musicalmente un'altra cosa; ma leggendo le scalette avevo fatto la bocca a Paranoid Android, mi piaceva sentirla visto che chissà se li rivedrò dal vivo...

Per cui bello, grande gruppo, ma un concerto sul quale lavorare ancora. Nel senso che con pochi aggiustamenti viene grandioso.



P.S.: ho visto veramente tanti concerti, svariati anche grossi, ma un simile rapporto numero di persone-assenza di casino era la prima volta. Sarà che il Parco delle Cascine disperdeva...
P.S. 2: tra incendiare i palchi per l'autoriduzione da una parte e pagare in silenzio 50 euro di biglietto, 10 di prevendita, 6 di panino e 3 per una bottiglietta d'acqua dall'altra si può trovare una via di mezzo? Che ne dite?

martedì 26 giugno 2012

Note al volo sul concerto per l'Emilia


Ci voleva un terremoto per vedere Raffà-Guccini sullo stesso palco.
La Caselli steccava, Ligabove no; ciononostante, mille Caterine forever.
D'altronde, erano 42 anni che non cantava su un palco-io però la batto: quasi 43.
Curreri, con quell'aria mista di impiegato, nerd e boy-scout e quella voce da cornacchia, è uno dei frontman rock più improbabili: però a suo modo funziona.
Non bastava il terremoto, bisognava anche accanirsi col duetto Cremonini-Pausini (che se possibile è quasi più sguaiata della Nannini: un successo che non mi spiego)..
Ma com'è bella la corista di Mingardi più vicina alla telecamera.
Che concerto per l'Emilia nè uno senza gli Offlaga, senza Le luci della centrale elettrica, senza gli SKIANTOS?
Bella l'Ave-rsione dell'Ave-Maria, benché io continui a preferire quella di Christian De Sica in Borotalco...

E Vasco, Vasco dov'era?

lunedì 5 marzo 2012

Nell'aria, canzoni

Non che mi interessino le feste religiose ma oggi, già 10 giorni dentro la Quaresima, si è concluso il Carnevale anche a Viareggio.
L'anno scorso di questo periodo, essendo io pigerrimo, NON scrissi un post che avevo in mente, che doveva chiamarsi On The Air e parlare di quattro canzoni che giravano nell'aria. Lo riprendo ora, visto che due erano le classiche canzoni del carnevale viareggino, tornate appunto on the air come sempre di questo periodo.
Una è Come un coriandolo, un 2/4 ultra popolare che ti si ficca al cervello in maniera assassina.
E a poco serve cambiare il verso "queel viso d'angelo / vorrei che assomigliasse un po' più a te" con "Giaaan-franco D'angelo vorrei che..ecc.": quando parte il Carnevale, che a Viareggio come detto dura più di un mese, è la fine: basta andare in giro e la senti ovunque. Quest'anno ci ha parzialmente salvato il gelo, che tenendo in casa teneva lontano da bar e diffusori pubblici, ma più di tanto non la scampi.
L'altra canzone carnevalesca non so come si chiami, ma il ritornello fa "Viareggio! Viareggio!", cosa che a me diverte perché mi torna in mente il racconto di un mio vecchio padrone di casa, Alfio buonanima, che una volta raccontò di essersi trovato costretto, mentre andava verso l'India, a fare uno scalo di 6 (sei) ore all'aeroporto di Bucarest. Siccome c'era ancora la cortina di ferro, narrava che per tutte le sei ore gli altoparlanti della sala d'attesa avevano mandato di continuo 'ste canzoni di regime che a sentir lui facevano tipo "Ceausescu! Ceausescu!".
La melodia che accennava raccontandoci l'episodio era tipo quella di "Viareggio! Viareggio!", da lì l'associazione - ma credo anche dalla pari molestia.
La terza canzone era quella Hello! di Martin Solveig, che l'anno scorso impazzava, e a me suonava curiosa perché usava l'effetto del cd incantato come bordone facendolo somigliare alle pennate di una chitarra punk, e anche la voce era impertinente e sfacciata come certe cantanti punk (quelle d'epoca, non la pur bellissima Avril Lavigne). Non è canzone di Carnevale, ma qualche sera fa Solveig è andato a Sanremo e mi dicono che ha suonato quella, dunque ci risiamo.
La quarta l'ho dimenticata, e amen. Però potrei cogliere l'occasione della scomparsa del grande Lucio Dalla (benché io l'abbia apprezzato/seguito fino circa a Viaggi organizzati) e parlare di una sua.
Nell'aria c'è molto Caruso, ma è un pezzo che non ho mai amato particolarmente, soprattutto per un motivo.
Mi spiego: tu scrivi una canzone dove c'è Napoli, 'o mare, la notte, l'ammore, nella quale il cantante napoletano più famoso del mondo si abbandona 'e core in un "TE VOJO BEEENE AASSAI", e poi, come secondo verso, prosegui con "ma tanto tanto tanto bene, sai"?
Crolla tutto, su; quel "sai" sembra piemontese (o Marina di Un posto al sole), è affettato, formale, non ci sta a fare niente, ammazza la passione (e c'erano a disposizione mai, guai, fai, amai...) oltre al fatto che in napoletano dovrebbe essere assaje e non assai.
No, meglio ricordarlo con quest'altra, che vola leggera, di un allegrotto sornione e aperto, nell'aria.
Ciao Lucio.

giovedì 26 gennaio 2012

Diaframma live


Per i fan di quel cantante bravo e coerente, che per questo ha ricevuto apprezzamenti ma non lautissimi guadagni al punto di potersi soprannominare Federico Few Money, posto qui le scalette di un paio di suoi concerti cui ho assistito e, crepi l'avarizia, pure qualche foto dai suddetti, potenti, spettacoli.
Nel primo si esibiva da solo, nel secondo col gruppo.


Federico Fiumani, Pisa, Caracol, 17 aprile 2010.


-Gennaio
-Caldo
-L'amore segue i passi di un cane vagabondo
-Amo lei
-Labbra blu
-Fine di una relazione (tronca)
-Vaiano
-Verde
-Oceano
-Un giorno qualunque
-Tre volte lacrime
-Boxe
-L'odore delle rose
-Diamante grezzo
-Un temporale in campagna
-Siberia
-Dottoressa
-Fiore non sentirti sola
-Il disco dei Replacements
-Un giorno balordo
-Vita nomade
-Libra

 




Diaframma, Livorno, The Cage, 21 gennaio 2012
-Siberia
-Entropia
-Absurdo Metalvox
-Gennaio
-Labbra blu
-Vaiano
-Io sto con te (ma amo un'altra)
-Vivo così
-Madre superiora
-L'odore delle rose
-Niente di serio
-Nilsson
-Grande come l'oceano
-Carta carbone (interrotta per mettersi il suo cappotto rosso, dicendo "poi sennò dicono che non me lo metto mai", poi ricominciata ed eseguita tutta. Alla fine si è tolto di nuovo il cappotto)
-Diamante grezzo
-La nostalgia
-I giorni dell'IRA
-Paternità
-Un giorno balordo
-Pop art
     bis:
-Fiore non sentirti sola
-Verde
-Trecento balene
-Le Alpi
-Amsterdam