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mercoledì 25 giugno 2014

I Rolling Stones al Circo Massimo - La celebrazione dei misteri

Perché i Rolling Stones sono dei grandi?
Ci sono tanti motivi, ma ce n'è uno indicativo, riassuntivo, simbolico.
E cioè, che hanno scritto Gimme Shelter E NON NE HANNO MAI FATTO UN SINGOLO.
Qualsiasi gruppo avrebbe venduto membri della propria famiglia in numero corposo pur di avere in repertorio un pezzo del genere, qualsiasi musicista di una band i cui autori si fossero presentati con tale canzone avrebbe ringraziato il creatore in lacrime, dicendo "magari avremo successo solo con questa, ma intanto che colpo", e loro invece nulla.
Cosa devi avere al tuo arco per rinunciare a un singolo così?



E infatti nella domenica del concerto a Roma, città del Papa e giorno di messa, il primo mistero celebrato della saga Stones, tra i vari, è stato proprio questo:
come mai Gimme Shelter non è mai stata un singolo?
Non lo sanno nemmeno loro, probabilmente; forse perché appunto volevano dimostrare di saper fare anche gli album (e il precedente Beggar's Banquet, Let It Bleed che la contiene, il successivo Sticky Fingers e poi Exile lo dimostrano), ma a tutto c'è un limite.
E la sontuosa versione eseguita, con la solita Lisa Fischer sugli scudi, ha ribadito il mistero.

Il secondo mistero è come mai Roma, con 80.000 persone in pieno centro, non sia diventata una bolgia, ma lì c'entrano gli organizzatori: meno male, comunque.

Il terzo mistero riguarda la possibilità di scegliere una canzone della scaletta in una rosa diversa per ogni data, messa in rete e sulla app del gruppo (che io ho e, anche qui chissà perché, ho dimenticato di consultare nelle settimane prima del concerto: altro mistero):
perché a Roma le canzoni proposte erano Sweet Virginia, Loving Cup, If You Can't Rock Me, When The Whip Comes Down, Respectable e Ain't Too Proud Too Beg , belline ma non succulente quanto quelle di Madrid (ovvero Just My Imagination, Bitch, Street Fighting Man, Rocks Off, Get Off Of My Cloud e Like A Rolling Stone)?
Metterle così significa che in un caso scegli comunque una canzone meno bella e nell'altro sacrifichi svariati pezzoni; ma forse è perché, se avessero suonato Street Fighting Man avremmo assaltato Palazzo Chigi a mani nude.

Il quarto mistero è: perché, in quella rosa che comunque qualcosa di interessante lo presentava, gli spettatori di Roma hanno votato Respectable? Carina, eh, ma niente de che.

Il quinto mistero, quello della loro longevità, è ormai ampiamente celebrato. Ma Jagger si allena da sempre prima dei tour: Richards abusa della sua tempra, Jagger se la gestisce.

L'ultimo è: cari giornalisti, ma invece di parlare di organizzazione, costi e altro, talvolta importante talvolta chissene, parlaste un po' di musica?
Anche per dirne male, eh, ma visto che di concerto si parla...

giovedì 12 gennaio 2012

La corista dei Rolling Stones


Come tantissimi, ho sempre amato Gimme Shelter dei Rolling Stones: anche i non fan amano questo classico che misteriosamente non è mai stato un singolo.
Una sera del '9qualcosa, presumo 8 o del genere, scoprii che in radio avrebbero trasmesso un concerto della band e io, da buon fan, volevo registrarlo. Non avendo una piastra funzionante, però, telefonai ad un'amica che l'aveva e andai da lei. Arrivai che era già iniziato e gli speakers stavano dicendo che versione strepitosa della canzone gli Stones avessero appena suonato. Me l'ero persa ma poco male: poco dopo uscì il live di quella tournée, No security, e così potei ascoltarla, anche se la data non era la stessa.
Era una versione classica ma suonata con il giusto calore, e con una bella voce femminile a eseguire quella parte che già costituiva una delle meraviglie della versione originale.
Tempo dopo una ragazza di un forum mi passò il video di un concerto a Rio di quello stesso periodo: Gimme Shelter era tra le prime e lì scoprii che la fanciulla che cantava non aveva solo una gran bella voce. Il video infatti rivelava una donna nera di rara bellezza, che con metafora banale si potrebbe definire un’autentica pantera, morbida nel corpo e dalle ammalianti movenze con le quali duettava con Mick Jagger animando una versione del pezzo meno grintosa di altre: non una bellona e basta, o una ragazzetta, ma una Donna con due D maiuscole, un’apparizione di femminilità profonda e bollente. Se non si fosse capito, fu amore immediato.
Fortunatamente il video non era uno di quelli ballonzolanti realizzati da qualcuno del pubblico in lotta tra teste che impallano la videocamera, spallate e servizio d’ordine che ti punta le lucine nell’obiettivo (o con una distanza che spiana tutto): si trattava di riprese televisive, realizzate con macchine professionali ed una regia, benché di quelle televisive che documentano senza grandi lampi di inventiva.

Regia che rendeva sì la grande bellezza della cantante, ma quelli – i  lampi - me li aspettavo invece da Scorsese quando seppi del suo film-concerto sugli Stones: andai a vederlo aspettandomi, oltre che grande musica e grande cinema, anche le meraviglie che sarebbero uscite da un grande regista che filmava siffatta creatura.
All’inizio il regista lo annuncia, le scalette degli Stones sono imprevedibili: e alla fine del film, infatti, ci ritroviamo con un bilancio di 4 canzoni da Some Girls, due da Undercover e niente Gimme Shelter. Film grandioso, grande cinema e grande musica come previsto: ma da questo punto di vista autentica delusione.
Certo, Lisa Fischer (questo il nome della bellissima, che in carriera ha inciso qualcosa per suo conto oltre che fare la corista anche per Tina Turner) nel film si vede, e non solo nel momento in cui viene presentato il gruppo; ma mancava il pezzo che, oltre ad essere un classico, la metteva in mostra nella sfavillante meraviglia delle sue qualità sia canore sia estetiche.
Il guaio è che ho un sospetto sul perché. Nel film, forse per aumentarne l’appeal, ci sono anche degli ospiti che duettano con il gruppo: un intenso momento blues con Buddy Guy, la title track con James White degli White Stripes (che dimostra di essere un vero adolescente dei ’90 con quell’aria da “sì, sono molto contento di essere qui, ma non mi sconvolgo più di tanto”) e ... Christina Aguilera. Già.
Che ci faccia lei coi Rolling Stones non è dato sapere, se non mettere in scena la figurina della cantante tutta grinta e cuore, sfoggiandone una versione banalissima e di pochissimo spessore (com’è il personaggio d’altronde, con la sua precisissima e stucchevole tecnica r’n’b).
Ed è qui secondo me il motivo per cui nel film non c’è Gimme Shelter: la performance di Lisa Fischer avrebbe fatto a pezzetti le pretese e i poveri mezzi della Aguilera, senza pietà e senza neanche impegnarsi troppo, ché le sarebbe bastato fare il suo solito per mostrare senza ombra di dubbio alcuna chi era che comandava.
Peccato.
Per fortuna che c’è youtube:




sabato 13 marzo 2010

PRO OPERA SORDIDA – Dirty Work dei Rolling Stones



L’anno in cui cominciai io, il 1982, non era il migliore per innamorarsi dei Rolling Stones: è vero che suonarono in Italia, ma a Torino e Napoli, che per un 13enne che viveva a Roma erano troppo lontane (e poi iniziai poco dopo).

Non era un buon anno anche perché il successivo 1983 portò un disco come Undercover nel quale i pezzi rock, a parte un paio, erano banali e moscetti e quelli migliori erano un reggae e due funky: per la mia rigida idea di “rock” e di “commerciale” questi ultimi due erano troppo in là - come Torino e Napoli, in pratica. Il disco aveva inoltre, e ha tuttora, anche una copertina orrenda, il che non aiutava (questa tenetela a mente).

Un disco che oltretutto non portò neanche un tour, dunque per me buono a niente. In compenso gli anni successivi portavano notizie di liti e di probabile scioglimento della band, cosa che mi angosciava tremendamente perché rischiava di saltarmi il concerto: non li facevano, ma finché c'era il gruppo potevo sperare.

Poi un giorno arrivò l’annuncio di Dirty Work, che non portò il tour lo stesso ma almeno gli Stones, per il momento, esistevano ancora (riuscirò a vederli nel 1990, infine).

Era l’epoca (molto) pre-internet e le cose si sapevano dalle riviste - o dai quotidiani quando ne avevano voglia. A ridosso dell’uscita TuttiFrutti Settimanale, l’opinabile rivista di musica che compravo allora (non molto in sintonia coi miei gusti, in realtà, ma all’epoca a quello arrivavo), fece invece cosa apprezzata pubblicando un’ampia anticipazione del disco (peraltro graziosamente illustrata con i bei disegni del video di Harlem Shuffle), nella quale se ne tessevano lodi annunciandolo come un gran bell’album di rock.

Lo comprai il giorno dell’uscita, cosa che avrei fatto comunque ma che feci molto più volentieri dopo l’articolo, e praticamente lo consumai.

Trovai infatti che un bel disco di rock lo fosse davvero: magari non grande come diceva l’articolo, magari non “il migliore dai tempi di Exile On Main Street” (o Some Girls, ora non ricordo il paragone: con i successivi scoprii che a ogni disco degli Stones i recensori dicono una cosa del genere, salvo poi ribadirla al disco successivo), ma grezzo come da premesse e con svariati pezzi che apprezzai parecchio.

La tesa One Hit (to the body) col bell'attacco cassa-charleston-acustica e lo strano tempo di entrata di tutto il gruppo (tipo Start Me Up), il quasi punk della canzone omonima (con un accenno di jam alla fine e breve insolito rap di Jagger), la cover di Harlem Shuffle Keith-izzata come le loro cover migliori, la delicata, conclusiva Sleep Tonight con dedica a Ian Stewart morto durante le registrazioni: un buon bottino, tutto sommato, non troppo rovinato dalla maniera di Hold Back, Fight e Winning Ugly e condito dai divertenti giochi dub di Too Rude, dal funketto di Back To Zero e dalla grezzata di Had It With You.

Se a queste premesse si aggiunge anche l’età, appare ovvio che il mio giudizio fosse condizionato; ma quando l’ho riascoltato più avanti, ai tempi in cui avevo imparato a riconoscere in modo non soltanto istintivo i suoni commerciali da rock radiofonico anni ’80, non ci avevo trovato grossi obbrobbri: il produttore Steve Lillywhite, famoso per dare alla batteria un suono fragoroso (ascoltare i primi 3 degli U2 per farsi un’idea) e però capace anche di eccessi di pomposità (Sparkle In The Rain dei Simple Minds), qui non lillywhiteggia nemmeno troppo. Toh, qualche splash di rullante e poco altro, ma pienamente nella decenza: per sentire cantanti dei ’60 ammazzati da produttori modaioli 80s rivolgersi a Eric Clapton, al Dylan di Empire Burlesque - e peccato perché i pezzi meritavano, al Bowie di Tonight, ecc…

Mi è sempre risultata perciò piuttosto oscura l’opinione diffusa su questo disco, la quale emerge spesso parlando di musica in rete o altrove: ossia il marchio di infamia suprema che si porta dietro, la nomea di punto più basso della carriera di Jagger e soci, di più ignobile calata di braghe davanti al suono degli anni ’80 e di più ignominiosa caduta nel “commerciale” (secondo le mitologie 1 – dell’artista che a un certo punto “si commercializza”, 2 – degli anni ’80 come gli anni della musica commerciale).

Di solito basta chiedere a chi esprime questi giudizi se ritenga migliore Undercover per trovarsi davanti al silenzio, il che, insieme al fatto che tra gli imperdonabili difetti dell’album si nomini la copertina con le giacche colorate anni ’80 (riecco le copertine), dimostra che molti non sanno di cosa parlano.

Indicarlo come la pietra dello scandalo della discografia degli Stones è infatti per lo meno ingeneroso (soprattutto quando non la si conosce), oppure è appunto segno che o non si è ascoltato davvero il disco o non si conoscono gli altri che lo hanno preceduto e seguito.

Il discorso de “il migliore dai tempi di Exile On Main Street”, ha infatti una sua ragion d’essere nel fatto che Exile è in effetti l’ultimo grande disco degli Stones: i successivi seguono la formula 2-3 pezzi molto belli, qualcuno medio/di maniera e qualcuno proprio brutto. Le proporzioni tra questi 3 gruppi di canzoni in genere determinano il giudizio complessivo sul disco, ma in genere non ci sono grossissime variazioni.

Voglio dire che Dirty Work si colloca all’interno di un filone di opere che non splendono certo di fulgore aureo, è uno dei tanti dischi tardi della band, tra i quali non sfigura, anzi forse è anche tra i meno peggio.

Guardando gli altri, infatti, e ribadendo che in ognuno ci sono almeno un paio di canzoni meritorie, a partire dal ’73 abbiamo il moscetto Goat’s Head Soup, l’affaticato It’s Only Rock’nRoll (ascoltare con che altra grinta suonano l’omonima su Love You Live) anche se migliore degli altri, un caldo Black and Blue (ma basato sulla nuova musica nera pericolosamente vicina alla disco, per chi pensa a “non rock = commerciale”), un Emotional Rescue fiacchissimo come il secondo lato di Tattoo You (eccettuata Waiting On A Friend, ma hanno dovuto farci il video sennò non l’avrebbe ascoltata nessuno, sepolta com’era alla fine di una serie di noiosissimi e mal riusciti soul lenti), il già nominato, alterno Undercover, mentre le grandi lodi tributate a Some Girls non le ho mai capite (qualche tentativo di punk venuto maluccio, un grande singolo come Miss You, una title track banaletta, Beast of Burden che parte come il pezzo più fico e paraculo del mondo e dopo un minuto e mezzo ha già stufato: forse, avendo venduto uno sfracasso, a parlarne bene è un riconoscente ufficio stampa).

Dopo Dirty Work, invece, abbiamo il catalogo dei vari stili-Stones di Steel Wheels, e gli altri 3 che, con una produzione costantemente buona che schiva le cadute del passato, continuano a ripetere lo schema suelencato: 2-3 notevoli, il resto tra maniera carina e maniera anonima.

Come si vede, nulla per cui gridare al miracolo se non pezzi isolati: non a caso il loro disco più apprezzato degli ultimi 30 anni circa è stato Stripped: un live semiacustico nel quale suonano versioni abbastanza fedeli di quei classici di prima fascia e mezzo (non Satisfaction, per capirsi) più la cover di Like a Rolling Stone: non certo la novità ... (tra l’altro: la piantiamo di tradurre l’espressione e il nome del gruppo con “pietra/e che rotola(no)”? Significa “vagabondo”, e si sa da 47 anni circa).

Da qui le mie perplessità. Un conto è Between The Buttons, che nel decennio dei singoli-leggenda e di album come Beggar’s Banquet o Let It Bleed fa la figura del vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro; ma non capisco davvero questo accanirsi su un disco che abita tranquillo vicino a tanti fratelli simili e che tra l’altro provava - magari velleitariamente, ma ci provava – a farla finita con le moscezze produttive che avevano afflitto praticamente tutti i dischi post-’72 (errore che infatti dopo non faranno più) e che, oggettivamente, NON è più "anni '80" o "commerciale" degli altri.

Secondo me è la copertina. Che di regola, però, andrebbe anche aperta…

giovedì 22 maggio 2008

Elegia del rock di provincia - Riciclo 1

Nonostante io scriva col contagocce, ogni tanto mi parte la logorrea, e riesco addirittura ad avere degli articoli, o genericamente degli scritti, inediti.
Se no di solito languo, poltrisco e arranco: così, gli inediti tornano bene, perché da una parte nutrono il blog, dall'altra il blog dà loro la possibilità di essere letti (del tutto teorica: non ho idea del numero di visite che ricevo, ma tra me e Grillo non ci separano solo alcuni punti di vista, mi sa...).

Così, rivogo questo vecchio scritto, in cui tessevo le lodi del rock che ho sempre suonato: quello di base, quello marginale, quello squattrinato (ma mi rifarò con gli interessi: garantito che tra un anno all'Olimpico di Roma ci saranno un centinaro de mila persone adoranti, mettice la firma, che mi degnerò di accontentare solo se avrò finito gli scrutini: sono una persona (quasi) seria io, mica no). L'articolo nasceva da un concerto col gruppo precedente ai due con cui suono ora, in un'estate 2005 che non si era ancora colorata di buio pesto.

Così, eccolo:

CLEVELAND (OHIO) COME VARALLO POMBIA.

"Nel villaggio globale non si è più niente (...) l’unica cosa che ti collega al passato è la terra, dove ci sono le colline che ti osservano, dove ci sono le montagne che dominano, dove il vento soffia, dove ci sono gli alberi e i frutti, dove cresce l’erba. Tutte queste cose sono le uniche che non ti mentono mai" (David Thomas, intervista a Blow Up)

"Il rock consiste per lo più nel trasportare grosse scatole nere da una parte all'altra della città con la macchina" (Pere Ubu)

Sarebbe facile, arrivando per suonare in questo paese del Piemonte tra le colline e i fiumi, credere che qui non conoscano la consapevolezza fatalistica e ironica dei Pere Ubu; o che Ziggy Stardust sia arrivato soltanto come un'altra rockstar qualsiasi lasciando nei boschi circostanti lo specchio che un giorno mise davanti a quelli come lui, togliendogli buona parte dell'innocenza. Facile credere che qui il rock significhi ancora semplicemente corde pelli e valvole per la libertà, una fuga con rivoluzione in pochi accordi.

E' facile pensare che qui in provincia le novità arrivino poco dimenticando, oltre al villaggio globale, anche il fatto che in Italia qualche Michelangelo, se non da Pittsburgh, veniva da un paesino di nome Caravaggio, che il più grande poeta veniva da Recanati e Leonardo veniva da Vinci (e qui a Varallo P., per esempio, ci è nato Bertinotti...).

Quanto al rock, però, se si eccettua qualche cover più recente o più scafata, il nostro gruppo e quello dei ragazzi che gentilmente hanno risparmiato ai nostri amplificatori un viaggio di 400 km. sono sempre sulle covers, e per lo più anni '60-'70 come dei veri provinciali del rock.

Ma la provincia è uno stato mentale che alligna anche nelle metropoli, piene infatti di gruppi come i nostri. E hai voglia a dire che fare musica propria copiando i Television è un passo avanti rispetto a fare covers di Rolling Stones, Lou Reed, Iggy Pop, ecc..: sarà vero, ma non si può neanche dedurne che questa New York musicale sia poi tanto "new".

Provincia come luogo dello spirito, che neanche significa necessariamente conservazione e immobilismo, anche se è vero che ascoltare le canzoni degli Stones ha fatto sognare fughe, ma suonarle difficilmente ti porta lontano.

E poi come ignorare la poesia infinita di questo rock marginale, di base, fatto di spostamenti delle scatole nere nei luoghi dei concerti -per lo più improbabili e improvvisati-, degli amici convocati a forza al concerto (se suonano poi andrai tu a sentire il loro), del "finalmente il palco!", della felicità di una batteria che pesta alle tue spalle in una cover di Queen Bitch, mentre l'amplificatore trasferisce nell'aria col colore elettrico della furia le strutture create dalle tue dita, trasformandole da piccoli gesti silenziosi tracciati sul manico dello strumento nella grinta di un suono che, miracolo!, sembra quello dei dischi che hai adorato?

Anche la fuga è uno stato mentale, e nemmeno obbligatorio: può tradursi in uno sguardo diverso alla cittadina in cui vivi tutto sommato bene, perché riesci a goderne i pregi e a superarne i difetti. Può bastarti quell'attimo davanti al pubblico ogni tanto senza dover vendere per forza milioni di dischi o andare in città (magari a rischiare il destino di Syd Barrett...).

E quando la sera dopo vedo il gruppo dei nostri amici che, dopo aver -guarda caso- aperto il concerto proprio con Ziggy Stardust, radunano sul palco tutti i membri dei loro vari gruppi per una jam finale, quando vedo il secondo batterista che si mette in piedi accanto all'altro e comincia a pestare selvaggio sul timpano l'attacco di Sympathy for the Devil come se col tam-tam chiamasse a raccolta tutta la giungla, non sono più da nessuna parte, tra le scatole nere e le colline non c'è più nessuna differenza, e in testa cominciano a risuonarmi le parole di un'altra canzone: Hey hey, my my...