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mercoledì 1 gennaio 2020

Marvel vs DC


(più di un anno di assenza... ops...)

È buffo: quando iniziò coi supereroi, la Marvel si distinse ed ebbe successo perché, rispetto agli “eroi giovani e belli” della DC, presentava “supereroi con superproblemi” e tra i buoni annoverava veri e propri mostri (Hulk, la Cosa, i reietti mutanti, mentre la supereroina per eccellenza della DC, per capirci, si chiamava Wonder Woman).

Poi però è stata la DC a fare la linea Vertigo di fumetti adulti e horror (d’altronde lo dice anche Bret Easton Ellis nel suo ultimo libro Bianco che i film horror facevano crescere);
e mentre la Marvel, dopo vari tentativi cinematografici non riuscitissimi, ha lanciato un fortunato cineuniverso fatto di apprezzati e coloratissimi - ma un po’ disneyani - kolossal, è stata la DC ad affidare il Batman del grande schermo a gente tipo Tim Burton e Christopher Nolan, a fare un film sui suoi due eroi più famosi ammazzandone uno alla fine, e a centrare due film (Suicide Squad e Joker) su criminali pesantemente disturbati, diventati cattivi a causa di traumi psicologici (e anche sociali) seri.
Le cose girano.

giovedì 5 gennaio 2017

L'ora dello scassaballe - Osservazioni culturali sparse

Qualcosa che ho letto, qualcosa che ho visto. Perplessità e apprezzamenti.

- Piaciuto l'ultimo Dylan Dog ("Gli anni selvaggi", n. 364) anche se tutto sommato classico: c'è una bella dose di malinconia, e c'è la bella trovata della playlist su spotify dell'autrice: qualche scelta è un po' scontata e sarebbe stato meglio includere le canzoni citate nel testo (quelle vere, almeno, che sono anche poche - forse una), ma Cascade di Siouxsie, anche solo per la voce, mi ha ricordato i miei primi anni '90 e far conoscere Blank Generation di Richard Hell & The Voidods è cosa buona e giusta.

- Letto il mio primo libro del commissario Rocco Schiavone, Cinque indagini romane: buono, mi piace, anche se lo spaccaballe nota che accanto a battute di un romano perfetto ce ne sono alcune, in bocca agli stessi personaggi, troppo in italiano: un'alternanza un po' poco credibile, tanto che sono andato a controllare se l'autore è romano. Lo è. Boh. Difetto veniale, comunque.

- Ho iniziato a leggere un'antologia del mitico Ettore Petrolini (Teatro, ed. Garzanti): interessante, personaggione, anche se alcune battute lette oggi suonano banali. Per esempio, nello sketch di Giggi er bullo fa dei giochi di parole veramente da anni '30: più belli, comunque, e più intelligenti e divertenti delle battute che si sentono nel trailer di Natale a Londra.

- Letto Il gagà di Massimiliano Mocchia di Coggiola: il sottotitolo è Saggio sull'abuso dell'eleganza, ed è un bell'excursus storico sull'argomento, un interessante pezzo di storia del costume, anche divertente.
Lo consiglio, ma lo scassaballe che è in me non può fare a meno di notare un "hit parade" usato al posto di "hit" (ovvero "classifica di successi" al posto di "canzone di successo") e un paio di "piuttosto che" usati nel modo sbagliato che va, ahem, di moda ora. Dal libro di uno così raffinato non me lo aspetto, ecco.

- Sto leggendo un libro su Lynch intitolato Da Twin Peaks a Twin Peaks di Andrea Parlangeli e, come il pavimento della stanza rossa, ha cose buone e qualcuna che mi sveglia lo scassaballe.
Accanto a notazioni interessanti e a una notevole conoscenza dell'argomento, ho infatti trovato:
- "affianco" invece di "a fianco" ("affianco" sarebbe la prima persona del presente indicativo di "affiancare", ma vabbè);
- un commento su Inland Empire in cui dice che la trama è incomprensibile e che quando lo vide aveva cercato spiegazioni sul web senza trovare nulla, quando gli sarebbe bastato leggere un articolo su Cineforum (io lo beccai per caso, lui che scrive un libro magari dovrebbe conoscerlo, anche se non si può leggere tutto), dal quale la trama appariva di una semplicità e chiarezza che ti facevano vergognare di non averla capita subito (i significati delle singole scene sono un altro discorso, ma almeno l'impianto base...); poi nelle pagine dedicate al film riprende in effetti l'ipotesi dell'articolo, ma sarebbe stato il caso di nominarlo.
- l'analisi dei film preferiti di Lynch e degli echi che se ne ritrovano nei suoi: manca Bella di giorno, che per Mulholland Drive è fondamentale, ma forse Lynch non l'ha indicato tra i suoi film-culto.
Però neanche nel capitolo di Mulholland lo nomina: visto che per ogni film analizzato fa una lista di film di riferimento, alcuni anche molto particolari, questa è una carenza.
- La lista dei film alla fine di ogni capitolo: c'è qualche ripetizione, e sarebbe il caso, oltre al film e all'anno, di scrivere sempre il regista, cosa che non fa - per esempio quando cita Glen or Glenda la prima volta; e tra l'altro le due volte che lo cita lo fa con due date diverse.
Pignolerie a parte, però, facendo tacere lo scassaballe devo dire che è un buon resoconto della carriera e soprattutto dei temi di Lynch.

- Forse dovevo iniziare dai libri veri e non da quella, ma non ho capito perché Giorgio Manganelli abbia inserito nella sua antologia personale tutti quegli articoli di giornale: molti contengono osservazioni profonde e argute, spesso ti fa venire voglia di leggere ciò di cui parla, ma a volte "giornalisteggia", in stile Corriere o Repubblica, e lì dà ai nervi. Il pezzo sulla Santa Teresa in estasi, poi, va un po' troppo sul filosofico per me, non l'ho capito: forse avrei dovuto leggere meglio (e di più) Carmelo Bene per capire quei discorsi sull'assenza.
Ma l'intervento su Jung e la letteratura è veramente bello, pieno di spunti più che di risposte. E comunque, scrittore da esplorare.

- L'ultimo romanzo di Nada, Leonida, apre un po' il racconto rispetto alla molta autobiografia dei precedenti Il mio cuore umano e La grande casa, ma i suoi temi preferiti restano al centro. Il libro contiene ingenuità e parti interessanti, momenti "scritti bene" nel senso più ordinario del termine e ruvidezze invece interessanti. La scena del coltellino e del laghetto è assolutamente, perfettamente realistica.
SPOILER CHE SCRIVO IN CARATTERE PICCOLO:
Cara Nada, ho capito che ti piace raccontare storie di famiglie "matrilineari", che nelle discendenze ti interessa quella linea lì, ok: ma che quando una donna importante di un tuo libro mette al mondo due maschi questi siano gay, dai, non stai esagerando? (si scherza, eh).

- Ho conosciuto Jonathan Coe sentendone parlare in questa circostanza, e da allora ho letto svariati suoi romanzi, apprezzandoli. L'unica eccezione era stato Donna per caso, che parte bene ma sul finale sbraca del tutto, come se gli si fosse spenta l'ispirazione; ma per il resto mi erano piaciuti tutti, alcuni anche parecchio.
Poi ho letto Circolo chiuso e no, non ci siamo proprio. Mi ricordo male la puntata precedente, La banda dei brocchi, ma mi pareva che mi fosse piaciuto: questo invece no, per motivi sia letterari sia meno letterari.
Per quanto riguarda quelli letterari, Coe, per raccontarci cosa è successo ai personaggi, in svariati punti si affida a lunghissimi riassunti, a volte suoi a volte in bocca ad altri personaggi; contraddicendo così l'aurea regola della narrativa "show, don't tell": ci tells parecchio, invece, come se avesse elaborato troppo, e di questo troppo solo alcune cose gli interessasse show. Purtroppo lo fa anche in una scena importante del romanzo successivo, La pioggia prima che cada, che invece è molto bello.
Per quanto riguarda invece i motivi non-tanto-letterari, devo dire che in questo romanzo fa una cosa che in letteratura non amo tanto (i precedenti che ho letto io sono Amsterdam di Ian Mc Ewan, Il falò delle vanità di Tom Wolfe e Coscine di pollo di Tom Robbins): si accanisce contro personaggi che non se lo meritano e usa uno sguardo benevolo - come la sorte che riserva loro - verso altri che invece sono insopportabili, vedi tra i primi il povero Ben e tra i secondi quella m***a del fratello, o la Claire che pontifica sulle vite degli altri mentre lei è coerente a comodo suo, o la tremenda Cicely.
Dopo questo mi è un po' calata la voglia di leggere quelli successivi, anche se come ho detto La pioggia... meritava.

mercoledì 21 settembre 2016

Suicide Squad: il film

Visto il film sulla Suicide Squad. E visto che nell’incarnazione anni ’80-’90, è uno dei miei fumetti preferiti (e sul quale mi sono espresso qui), butto giù qualche considerazione.

L’idea di un film con protagonisti “cattivi”, mantenuta dal fumetto (nella fattispecie, supercriminali utilizzati dal governo USA per missioni coperte e pericolose), a quanto pare attrae nonostante non sia nuova: ma “Quella sporca dozzina” è lontano, Diabolik e Fantomas sono roba europea, e, benché “Dexter” invece sia vicino, in quel reame dell’innocenza che per tanti versi è ancora l’America (ma anche nel mainstream generale) il cattivo deve essere in qualche modo “buono”, o riscattarsi, concetto che nel fumetto di Suicide Squad, e anche nel film, c’è poco.
I personaggi infatti sono proprio cattivi, e però umani e sfumati; all’eventuale eroismo o alla bontà ci arrivano quasi per caso, per vie oblique, perché umani e contraddittori, o perché “i cattivi così cattivi non sono mai”, come diceva Fossati, e questi accanto ad un’indubbia stronzaggine mostrano per lo più devastazione interiore, disincanto (in primis verso sé stessi) a livelli di guardia, follia da traumi subiti o autocausati e molti una solitudine quasi disperata: per immedesimarsi ci vuole uno sforzo superiore a quello richiesto da certi altri cattivi-con-codice-morale da Hollywood, cosa non nuova ma per gli USA evidentemente rara; e il resto del mondo probabilmente non se l’aspetta da un film americano di supereroi, genere visto ancora come oasi di moralità ben definite.
Da qui, probabilmente, l’interesse - con conseguenti incassi - per una pellicola anche divertente di un umorismo crudele e nella quale gli attori sono in generale bravissimi (anche se Will Smith - confesso che non avevo mai visto prima d’ora un film con lui - è vagamente stucchevole, e per di più mi ricorda un po’ Fiorello piccolo un po’ un certo Domenico che conosco, cosa che mi fa strano, e Leto mi sia piaciuto sì, ma col personaggio del Joker comincio ad avere problemi).
Il film però è stato generalmente giudicato male: ma a me non è dispiaciuto anche se trovo che un difetto grosso ce l’abbia, dovuto a un mix tra una certa caratteristica dei film di supereroi e questa trama specifica, più che ad altri.
Il problema infatti non è che il film sia basato sulla versione a fumetti più recente, meno “rivoluzionaria” e scritta da autori meno bravi rispetto all’altra: era ovvio che avrebbero scelto questa, anche perché c’è Harley Quinn, uno dei pochi personaggi creati recentemente davvero potenti (a livello di successo e di colpo sull’immaginario, come dimostra tra l’altro il gran numero di cosplayer che la scelgono).
L'Amanda Waller originale,
che teneva testa pure a Batman.
Tra l’altro, la serie alla fine non è neanche male (e nel numero 16 della testata italiana, da poco uscito in edicola, ci sono anche delle riflessioni interessanti sui personaggi e sul gruppo), benché non abbia né possa  avere la forza dell’altra. E poi una delle belle idee che ebbe l’autore del fumetto degli anni ’80, il John Ostrander omaggiato anche nel film (in una scena compare un palazzo in cui ha sede una compagnia col suo nome), era che il funzionario del Governo che creava la squadra era una donna, per di più nera e grassa. Nel fumetto nuovo, stesso nome, genere e colore ma magra - una specie di modella, il che ci era un po’ dispiaciuto (poi si scopre che è la nipote), sembrava un imborghesimento. L’Amanda Waller del film, invece, è più vicina all’originale: meno Halle Berry e più donna "vera".
L'Amanda cinematografica


E il problema non è nemmeno la trama confusa (mi sembra invece abbastanza chiara), o una certa lentezza iniziale, che è innegabile ma serve a introdurre l’idea e i personaggi. E rispetto ad altri esempi di questo genere, qui manca quella goffaggine che hanno certe volte i film di supereroi nel tradurre in scene di carne cose pensate per il fumetto - l’Uomo Ragno disegnato funziona ed è bello, una persona reale con la tutina che spenzola da un palazzo e l’altro funziona, risulta e la accetti meno, l’incredulità non la sospendi altrettanto volentieri. Qua è tutto fluido e abbastanza “naturale”, per quanto si possa (al limite qualche danza dell’Incantatrice non è proprio naturale, ma è veramente un dettaglio).

Il punto secondo me è un altro [e nel paragrafo dopo questo SPOILERO, quindi occhio]: un film di supereroi è diverso da un fumetto perché, banalmente, di fumetti ne escono almeno 12 episodi l’anno mentre di film ne fai uno ogni tanto (ci sono i sequel, ma al massimo 3/4). E dunque, mentre il fumetto presuppone una sequenza continua di storie, una regolarità (nonostante occasionali scossoni di trama e status del personaggio), il film da parte sua è in genere un episodio solo che fa storia a sé, e la storia oltre a essere più ampia deve avere un inizio un centro e una fine, arrivare a una conclusione. Che il gruppo o il personaggio continuino è sottinteso, e la Marvel sta facendo film collegati tra loro per dare più respiro alle trame e all’universo immaginario dei personaggi, ma non si arriva mai alle proporzioni del fumetto.
Questa caratteristica, unita al fatto che l’unica missione che la Squadra affronta nel film sia di fatto nata dalla creazione stessa della Suicide Squad, fa sì che la storia del film alla fine sia: una pazza che crea questa squadra di criminali, ne segue un casino, la squadra lo risolve (con perdite, come da tradizione), e poi torna in carcere. Non è la storia del governo e delle sue azioni coperte unita a quella degli umani che le compiono, non è la storia di una donna di carattere che sa sporcarsi le mani quando è il caso e portarne il peso: sembra piuttosto la storia di un delirio di una squilibrata cinica che vorrebbe risolvere problemi e invece li crea, ottenendo come massimo successo il metterci una pezza dopo, dopo centinaia di vittime. Il tutto, dando tipo 10 anni di sconto di pena a gente che ha tre ergastoli, come dice Captain Boomerang, e che sicuramente non sarebbe andata a rischiarci la vita.
Ecco, mi pare che si sia perso il senso originale della serie, sia vecchia che nuova, senza che ne sia stato dato uno nuovo. Annunciano il sequel, ok, ma è strano, visto che in questo primo episodio non ne hanno posto granché le premesse.

Avrei voluto essere un critico cinematografico vero, di quelli capaci di dire che sguardo dà e restituisce il film sul e al mondo, che idea di corpi e di visione e di destino c'è, ma non lo sono; e dunque mi limito a dire che poi certo, questo è un film di supereroi e vado a cercarci colori, casino, ritmo, battute, se ci scappa pure qualche riflessione, e tutto questo c’era; in più, con personaggi cui voglio bene.
E alla fine mi sono divertito una cifra e il sequel me lo andrò a vedere di corsa: I don’t see the hour!

mercoledì 13 aprile 2016

11 film di culto

Da uno di quei giochini di Facebook ho tirato fuori una lista di film di culto, film un po' strani e non molto ricordati ma interessanti: ho quindi escluso quei titoli che pur di nicchia sono comunque ben conosciuti dai cinefili (tipo Brazil, L'anno scorso a Marienbad, Lynch e Bunuel in generale, Fight Club, Il servo, Ti ricordi di Dolly Bell? o Febbre da cavallo), per concentrarmi su alcuni un po' meno noti.
Vualà:

-Riflessi sulla pelle (The Reflecting Skin), 1990, Philip Ridley.
Quadro allucinato e paranoico della provincia americana, visivamente bellissimo e con certe scene veramente toste.
-Anima persa, 1977, Dino Risi.
Un Vittorio Gassman immane, ambientato a Venezia: direi che basta.
-Shakespeare a colazione (Whitnail and I), 1987, Bruce Robinson.
In realtà questa storia di due attori squattrinati, che vivono in case come quelle che ho visto all'università, è abbastanza nota, ma è bene ricordarla. Malinconia e risate grasse.
-Repo Man, 1984, Alex Cox.
Intanto, c'è un pezzone di Iggy Pop in colonna sonora. Poi c'è Harry Dean Stanton. E già basterebbe. Poi il film merita anche.
-Buffalo 66, 1998, Vincent Gallo.
Christina Ricci in un personaggio splendido e bella come al solito, alcune scene semplicemente grandiose (il tip tap su Moonchild, Ben Gazzara che fa Sinatra in canottiera et al.).
-La pelicula del rey, 1986, Carlos Sorin.
La storia di un regista che combatte con le limitazioni di budget per portare avanti le sue visioni (e il film che gira, più o meno dice la stessa cosa): in pratica, Orson Welles che gira Macbeth.
-Amici complici amanti (Torch song trilogy), 1988, Harvey Fierstein.
Dettagli me ne ricordo pochi, a parte un protagonista splendido/a e che era un filmone.
-Contenders serie 7, 2001, Daniel Minahan.
L'idea è quella di La decima vittima e che poi verrà ripresa in Battle Royal: Grande Fratello fino alla morte, tutto in diretta. O quasi tutto.
-La maschera, Fiorenza Infascelli
Me ne ricorderò 2 fotogrammi forse, ma lo vidi a Pisa prima di venirci ad abitare e mi aveva colpito come un film particolare, d'una apprezzabile sua stranezza. Vediamo se rivedendolo in dvd quella sorpresa si ripete.
-La città perduta, 1995, di Marc Caro e Jean-Pierre Jeunet
Una via di mezzo tra Brazil e Dickens.
-Man on the moon, di Milos Forman
Biografia di un attore incredibile, che dice parecchio sulla potenza del silenzio e delle pause nello spettacolo ed è anche interessante la storia della finzione portata fuori dal palco fino ai media.

Buona visione.

martedì 30 settembre 2014

Una (parte di) mattinata con Lynch a Lucca

Allora, stamattina a Lucca per la lezione di cinema di Lynch.
Chiaramente, arrivando verso le 11 ora di inizio, davanti alla chiesa di San Francesco c'era già una discreta fila, ma nulla di trascendentale.
Invece la gente era già entrata tutta, comprese le scolaresche che erano le uniche che potevano prenotare i posti, e non facevano più entrare: mica perché fosse piena, ma perché erano finiti i posti a sedere e per motivi di sicurezza hanno chiuso gli accessi.
Da testimonianze in loco, pare che in occasione della messa di Pasqua tutti sti problemi non se li facciano e la gente stia in piedi a folle, ma per rompere le balle a qualche cinefilo, lasciato fuori a vantaggio di scolaresche che chissà che voglia ne avevano, invece sì.
Inizia l'iniziativa e da fuori partono un po' di proteste: la sera prima, per il concerto, avevano messo lo schermo fuori, oggi manco due altoparlanti per sentire che diceva. E siamo nel 2014.
A quel punto i simpatici e previdenti organizzatori, quelli che invitano Lynch ma non sanno che è famoso, chiudono proprio il portone.
Venutemi tutte le idee anarchiche possibili sul trattamento delle chiese, e con la certezza che la mia usuale solidarietà verso i festival culturali cui tagliano i fondi, nel caso in futuro toccasse a questo, funzionerà esattamente come la loro idea di sicurezza, resto lì e aspetto non so cosa - non prima di caffè e dolce.
Alle 12:30, rimasti lì io e una ragazza a contemplare la piazza, aprono le porte e ci fanno entrare ("prego prego, ci sono anche dei posti a sedere liberi" - !?!?), così sento l'ultimo paio di domande e assisto alla presentazione della Lucca virtuale in cui a un certo punto trovi i video lynchiani.
Il passo successivo è il tentativo di andargli a dire "grazie dei grandi film" e farmi firmare, che ne so, o il libro o Strade perdute, o Mulholland Dr., ma anche lì è a selezione: una folla intorno all'altare che piano piano, a furia di aspettare, si dirada, mentre lui sta è nel retro, diciamo l'abside, e qualcosa firma, più che altro distribuisce foglietti con autografi, uno dei quali tocca anche a me perché una ragazza si gira e fa "chi lo vuole?".
Io preferisco la personalizzazione degli oggetti, ma ho già capito che non la avrò e dunque foglietto.

Guardando la chiesa da dentro, è in effetti difficile pensare un posto più grande in cui avrebbero potuto farla, quindi ok, la gente era troppa nonostante il lunedì mattina; ciononostante, organizzazione veramente carente, e in piedi ci saremmo entrati, e casini analoghi ci sono stati, mi dicono, anche per gli altri incontri. Signori del Lucca Film Festival, vi do una notizia: Lynch non è Neri Parenti, i cui film attirano masse di spettatori i quali però non andrebbero mai a un incontro con lui. Lynch ha un pubblico di cinefili che agli incontri ci vanno, più i curiosi, più i presenzialisti. La prossima volta, visto che sarebbe il vostro mondo, magari cercate di saperlo.



Alla fine, sul palco/altare compare uno che pare proprio Ghezzi. Presente Enrico Ghezzi? Quello i cui discorsi sono MOLTO più comprensibili di certe scelte organizzative.