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sabato 16 aprile 2016

LA ZEMANATA ovvero La partita più epica che ho giocato MA SOPRATTUTTO un ricordo di Giordano Liva

Io da bambino a pallone non ci giocavo. Quantomeno, poco: quando capitava, così, ma non ci passavo pomeriggi/settimane/mesi/ecc..., anzi seguivo poco anche il calcio di serie A.
Così, quando intorno agli 11 anni ha iniziato a venirmene voglia, partivo in ritardo - né sbocciò un talento capace di recuperare gli anni di un balzo: ho sempre avuto più testa che piedi e più piedi che fiato, e calcolando che spesso pure la testa funzionava relativamente - nel senso che per lo più in campo sono umorale, agitato e poco lucido - si può capire come i miei anni dell'adolescenza siano stati un discreto catalogo di orrori pallonari.
Non sempre, va detto: la scarsezza mi confinava in porta, dove dopo un po' qualcosa avevo imparato. Ma ero il contrario del portiere affidabile perché, come negli altri ruoli, non sapevo mai che partita avrei giocato: se ero concentrato andava bene, sennò ero capace di qualsiasi cosa (come negli altri ruoli, peraltro). Mentre più tardi scoprii che quello che vorrebbero tutti quando da piccoli o da più grandi giocano a pallone, ovvero stare in attacco, in realtà sia una sòla: quegli altri si divertono passandosi il pallone tra i piedi, a te ne arriva uno ogni 5 minuti con due alternative: o sbagli o fai gol. Nemmeno il tempo di prendere un po' di confidenza con la palla, efficienza subito (e poi pigliano anche in giro dicendo "no, non tornare in difesa, stai avanti che serve il riferimento": come no). Inutile poi fare ciò che ho fatto per anni, ovvero, quando il compagno ha la palla, mettersi in un punto in cui non hai nessuno addosso e lui può passartela senza avversari in mezzo: la notizia che Falcao era forte perché giocava a testa alta deve aver avuto poca diffusione, perché ok, lui era lui, ma prendersi un attimo per guardarsi intorno prima di dare il pallone non sarebbe impossibile. In teoria.
(sto esagerando, eh: accanto alle partite frustranti, tante erano belle e divertenti, sennò avrei lasciato stare).
Chiaramente non sono mai andato oltre le partite con gli amici: a periodi capitava di avere un gruppo di persone con cui si andava a giocare, poi il gruppo si disperdeva, o perdevo i contatti, e finiva lì, prima di trovarne un altro. Nulla però che si avvicinasse neanche per sbaglio a qualcosa di più che questo, e anche tornei praticamente zero.
Ma di queste partite qualcuna, oltre che bella, è stata proprio epica: quelle nel cortile della scuola con la rara neve a Roma nell'85; quella in cui mi trovai davanti un portiere con la maglia della Lazio e, dopo aver provato a segnargli tutta la partita, gli feci un gol direttamente su punizione e poi un altro poco dopo (mi ci sono impegnato, ma malauguratamente una settimana dopo quelli lì hanno vinto lo stesso il campionato: oh, io il mio l'avevo fatto); la prima del ciclo di 5 (a prestazioni discendenti) con gli obiettori; quella in cui NON segnai quello che sarebbe stato il mio più bel gol di sempre che invece mandai sul palo (una partita giocata in fuseaux, non dico altro); quella del campeggio in cui, nonostante fossimo molto più deboli, chiudemmo il primo tempo in vantaggio 2-0 (prima di prenderne 7 nel secondo), ecc...
Ma la più memorabile è una che si colloca nei primi anni 2000, memorabile anche se tanti dettagli li ho dimenticati (e spero di ricordarmi bene quello che racconto). E lo fu per l'andamento, che rifletteva certe partite sciagurate di uno dei miei allenatori preferiti, e perché è stata l'ultima volta che ho visto un amico; ed è stato giusto vederlo così.

Sarà stato circa il 2003: in quel periodo ogni tanto andavo a giocare con un gruppo di amici presso il campo di Colignola, vicino Pisa, a volte a calcetto, altre a calcio a 8 o normale (quella volta mi pare fosse un campo normale).
Non ricordo tutti i presenti di quella sera: tra gli altri c'erano sicuramente i fratelli Andreotti (il più grande, mio amico da tempo, era colui che conosceva e prenotava quel campo), Manfredi, Michele che avevo conosciuto qualche anno prima a Parigi quand'ero andato a trovare un'amica comune e che aveva guidato per tutto il viaggio di ritorno a Pisa perché io non avevo al patente), il Rube e Giordano.
Giordano lo conoscevo perché faceva parte del collettivo di Lettere: tranquillo, sorridente e positivo, impressione nettissima di animo buono, non era uno dei miei amici più stretti - infatti non ricordo mai di essere uscito con lui, o che sia passato a casa mia o cose simili - ma quando condividi l'attività politica, quando hai in comune il fatto di essere nello stesso posto a provare a fare le stesse cose, se non nascono contrasti per motivi di potere o altro (e Giordano non era tipo), sei amico per forza (se una volta si usava la parola "compagno" c'era pure un motivo); e con lui, con quel carattere, veniva naturale.
Quella sera eravamo in squadre opposte, e inizialmente quella in cui ero io dominava: primo tempo chiuso sul 5-0, durante il quale segnai anche due gol - il secondo, un semplice passaggio in profondità che allungai in rete, e il primo addirittura su calcio d'angolo complice una sciagurata uscita dell'Andreotti piccolo (che la toccò anche, ma miracolosamente avevo azzeccato la traiettoria verso la porta e sarebbe entrata lo stesso).
Un dominio totale, quasi come nei momenti migliori delle squadre di Zeman, quando fanno girare il pallone e gli avversari scompaiono dal campo. Nel secondo, però, come certe volte accade pure al Boemo, calammo di brutto (Michele poi dirà "Sì sì, vedi che se correvo come nel primo tempo col cavolo che rimontavano") e cominciò appunto la rimonta. Qualche altro gol lo facemmo, ma per uno nostro loro ne facevano circa 3; e così si arrivò alla svolta della partita, che mi vide ahimè parzialmente protagonista negativo.
Qui la memoria mi aiuta poco coi dettagli, ma diciamo che eravamo su un punteggio che poteva essere o di parità 8-8 o di un gol di vantaggio per loro. Noi come detto soffrivamo da un po', io già mi ero innervosito come al solito (avevo rimostrato con Manfredi perché aveva tirato sull'esterno della rete invece di darmi palla al centro - e lui, come al solito, era rimasto tranquillo: ci ho suonato, fatto n serate da dj e abitato insieme e di pazienza ne ha sempre avuta), quando arriva l'azione-crocevia del match.
E ravamo in attacco noi, e sulla loro linea di porta si era creato un mischione di corpi che si combattevano il pallone tipo "La zattera della medusa", un groviglio dal quale a un certo punto esce il pallone rotolando tranquillo verso il centro area e verso me che accorro famelico e rapace pensando "mo' sfonno la rete". Ma siccome sono un genio,  mentre accorro ho anche la brillante pensata di pensare "ma non tiriamo dritto per dritto, che becco il mucchio delle persone: fammi angolare il tiro"; e il piede, altrettanto brillante, prende l'ordine alla lettera - pure troppo - e spadella fuori un pallone facile facile, sprecando l'occasione che ci avrebbe rimesso in carreggiata col pareggio o col vantaggio.
E mentre ero lì che smadonnavo, non credendo nemmeno io stesso a ciò che ero stato capace di mangiarmi, quasi più stupito che arrabbiato (ma no, ero più arrabbiato; sono così, e il bello è che poco dopo qualcuno, forse proprio Giordano ma non sono sicuro, invece degli insulti che mi avrebbero rivolto per esempio i miei compagni del liceo, mi disse "Oh, stavi per fare tripletta", notando non l'errore ma il fatto che mi ero avvicinato a un bel risultato: niente da fare, quando uno è positivo...);
dicevo, mentre elencavo santi e divinità varie accompagnando i loro nomi con epiteti molto irriguardosi, nel frattempo gli altri avevano rimesso dal fondo, erano partiti in contropiede e avevano segnato il gol che di fatto chiudeva la partita (mancava pochissimo alla fine, forse ce ne fu un altro ma chissà). E il gol, che causa malanimo e distanza dalla mia porta vidi anche poco, lo segnò proprio Giordano con una semirovesciata (o con un simile bel gesto atletico).
Ecco, per dire chi era, mentre correva per il campo esultando, a un certo punto mi arriva vicino e mi dice "Oh, ma hai visto che gol ho fatto?": non prendeva in giro, non veniva a dire "v'abbiamo stracciato" o "tiè" o che; veniva a condividere la gioia di una bella giocata, secondo lo spirito di queste partite che 9 su 10 alla fine non ti ricordi neanche se hai vinto o se hai perso.
Io ero ancora lì a chiedermi come avevo fatto a fare quella brutta giocata, e benché un po' sorpreso gli risposi "sì, sì" anche se, appunto, essendo io nella loro area non l'avevo vista benissimo.
Credo sia stata l'ultima volta che l'ho visto: poco tempo dopo si ammalò di una malattia degenerativa (non mi arrivarono notizie più precise, e il succo era chiaro), che prima lo bloccò a letto, poi nel giro di poco, un anno o poco più, se lo portò via, a circa 25 anni. Malattia stronza, a quell'età ingiusta più che mai (e purtroppo la lista degli amici dal destino simile non si limita a lui e ne annovera anche di più giovani), che non meriterebbe nessuno. Ed è per questo, alla facciaccia di questa vera carognata del destino, che ci tengo a ricordarmelo così, esultante per un gol in acrobazia, sorridente e in piena salute come è giusto per un neanche trentenne.

In sua memoria, è nata un'associazione che aiuta i bambini dei paesi disagiati sostenendo la costruzione di scuole in vari paesi dell'America Latina.
L'indirizzo è qui sotto, ed è un altro modo, anche più utile, di ricordarlo:

mercoledì 6 febbraio 2013

L'ARTE È ROTONDA (e segue un moto di rivoluzione).

Domanda: calcolando che c'è una corrispondenza tra gli anni più divertenti della mia vita e quelli in cui non seguivo per niente o quasi il calcio (non dico causalità: dico corrispondenza), perché mi capita ancora di accalorarmici?
In teoria, chissenefrega: non vivo in una situazione in cui tifare una squadra ha significati sociopolitici, e bandiera e appartenenza a) li riservo al socialismo b) in certe forme sono roba da militari e quindi fuck.

È che nei suoi momenti migliori considero il calcio una forma d'arte: disciplina umana che richiede sapienza, visione e creatività. Si può fare anche in maniera anonima e meccanica, ma ha anche possibilità appunto d'arte.
E sull'arte ho idee ancor meno moderate che in politica: mi piace quella che azzarda, quella improntata alla stranezza e alla forzatura dei canoni, quella "demente", quella che cerca l'armonia dove non sembra esserci, o che se ne inventa una nuova. Non dico oltranzismo-sempre-e-comunque, perché apprezzo anche la bellezza di una creatività semplicemente leggera e arguta, o una poetica armonicamente compiuta e soprattutto la bellezza della classicità piena -che però è sempre feconda (se uno guarda dietro le cristallizzazioni da manuale/cartolina nasconde sempre spunti interessanti) e sicuramente quando comparve era rivoluzionaria, oltre al fatto che nella sua armonia superiore c'è l'immagine di quell'armonia collettiva e individuale che si insegue con la rivoluzione.
Perché è tutto collegato, e se una canzone o un libro non bastano di sicuro a farti assaltare il palazzo (e tantomeno una partita), è pur vero che un pensiero rivoluzionario non lo aiuta un'arte accomodante, pigra, timorosa, addormentata sui binari del consueto per convenienza o paura della disapprovazione (benché esistano artisti rivoluzionari che però nella vita sono conservatori, e rivoluzionari veri dai gusti artistici timidi).
Perché se la rivoluzione parte innanzitutto da una liberazione mentale, 'sta mente va scossa, spinta, tirata.
Per questo mi piaceva Zeman (e anche perché sono cresciuto con la Roma di Liedholm, che del bel gioco faceva una religione, e al riguardo anche negli anni successivi l'AS Maggica vantava una buona tradizione di scommessa [e non di calcio-scommessa, come invece qualcun altro] sul nuovo, vedi Eriksson e Spalletti): audacia e bellezza, calcio non opportunista ma con una visione diversa.

[anche troppo: non per lui, ma perché si è diffusa la strana idea che siccome azzardava allora doveva essere perfetto (quindi i rimproveri che "non vince", come se ogni anno non ci fossero una ventina abbondante di allenatori che NON vincono nulla), nonché il curioso dogma dell'onnipotenza di Zeman, per cui qualsiasi cosa combini la squadra è colpa sua (strano perché di solito ai dogmi ci credono i fedeli, a questo invece credono i detrattori), dimenticandosi che lui è strano, ok, è pure un personaggio, ma alla fine è un allenatore come gli altri cioè con pregi e difetti, con un suo tipo di gioco che è adatto a certi organici e ad altri meno, tutto qui]

Questi sono i motivi per cui mi piace.
Il culto romantico dell'artista genio e incompreso? Lo slancio verso l'utopia?
Balle: sono un materialista dialettico, il romanticismo c'entra zero, sul culto degli artisti mi sono espresso qui, e l'utopia vagheggiata come sogno bello e irrealizzabile la lascio a quella malaugurata e dannosa categoria di persone che tutte le sue aspirazioni al meglio le confina nel reame dell'ideale, dell'irrealizzabile, finendo così, nel concreto e nel quotidiano, per calarsi le braghe davanti a tutto il peggio: tanto il cambiamento è utopia…
Nella canzone che gli ha dedicato, "La coscienza di Zeman", Venditti fa una cosa del genere dicendo: "il sogno non si realizza quasi mai" - che potrebbe sembrare realistico e conseguente agli indubbi limiti dell'essere umano.
Beh, io invece rispondo con Gaber e il suo "un uomo concreto come un sognatore", e ribatto che "umano" è l'appellativo che Majakovskij usa come lode somma a Lenin, uno che insieme a Marx l'ha piantata con l'utopia ideale e si è messo ad analizzare le condizioni concrete e reali per il cambiamento, per la rivoluzione.
Perché l'utopia è il quadro, l'idea generale verso cui muoversi, ma tocca mettersi a lavorare sul reale per metterla in pratica, perché si può, perché volendo si vince.
E che c'era di più saggiamente realistico che farsi sostenere una rivoluzione, sia pur calcistica, dai soldi dei capitalisti americani (quando uno dice "sporcarsi le mani…")?
Certo, il realismo avrebbe dovuto imporre alla dirigenza italiana di guardare alcuni dettagli tipo appunto la realtà.
E cioè: dopo lo scudetto del '42, in 71 anni la Roma ne ha vinto uno con un altro utopista come Liedholm (che al primo anno arrivò settimo e lo scudetto lo vinse al quarto) e uno con Capello (al suo secondo anno -al primo lo vinse alazzie- e però con campagna acquisti da bancarotta) poi BASTA, non è che li perde solo quando arriva Zeman; che le altre volte che lo ha sfiorato era sempre con allenatori dal gioco originale (unica maniera per supplire - e manco sempre - alle minori disponibilità economiche e al minor potere a palazzo); che la Juve ha sbagliato 4 campagne acquisti negli ultimi anni, prima di rivincere; che Inter e Milan ancora non hanno ricostruito a dovere la squadra; che hai una difesa di ragazzini sudamericani più un nazionale spompato dall'europeo e un Burdisso ultratrentenne, inadatto a quel gioco e reduce da un infortunio tosto; che due anni fa è finita la squadra che era stata quasi uguale per tutti i secondi anni 2000 e che la stai ricostruendo; che anche quando hai soldi le squadre si costruiscono col tempo; che quest'anno hai visto il più spettacolare campionario a memoria d'uomo di errori individuali in difesa (più qualcuno degli arbitri, un po' degli attaccanti, e il buon Murphy appostato con la carabina) - e sì, qualcuno anche di Zeman, ma anche tanti momenti di gran gioco che ben promettevano per il futuro.

Invece lo hanno licenziato, mossa con cui la dirigenza italiana ha dimostrato sia poco realismo sia poco slancio verso l'arte e verso una rivoluzione che sarebbe stata soprattutto culturale: vincere senza svenarsi in campagne acquisti da sceicchi e attraverso la bellezza (e temo che il problema per il sistema/mercato calcio fosse e sia proprio l'eventuale vittoria di un'idea del genere).
Soprattutto poca convinzione nelle proprie scelte, quasi paura.
Tra l'altro, mettendolo in discussione prima ed esonerandolo poi hanno anche dato troppo potere ai giocatori nonché confermato l'idea, del tutto delirante, che siccome Zeman è un allenatore "strano" allora avrebbe meno autorità di un altro, allora lo puoi discutere: boh… questi non sanno nemmeno quello che m'hanno insegnato a 16 anni per fare l'animatore/custode di bimbetti ai campeggi dell'YMCA: che esistono situazioni, e una squadra è una di quelle, in cui l'autorità non deve mai mostrare crepe e/ dissensi, altrimenti perde di efficacia (perché il sospetto di una mezza rivolta della squadra aleggia...).

Niente, quindi delusione: il ritorno di Zeman alla Roma lo aspettavo da 12 anni, perché ci tenevo che la squadra per cui tifo (ma a questo punto con molto meno entusiasmo) si facesse promotrice di una rivoluzione se non altro culturale, guidata dalla e diretta verso la bellezza.
(e dico culturale perché le persone temo siano tutti una banda de destri senza speranza, a parte un paio tra i quali NON c'è Zeman: al riguardo, possibile che dobbiamo sfigurare davanti a quel destro de Sirvio, che quando prese Sacchi dalla serie C, davanti alle prime difficoltà andò negli spogliatoi a dire "l'allenatore è lui, pure se andiamo in serie B"? Così si difende una scelta).

E invece nulla: la rivoluzione ha perso un'altra battaglia.
E ha perso anche un po' l'arte.

domenica 25 maggio 2008

La Nazionale Italiana di calcio contro Syd Barrett - Riciclo 2

Altro articolo vecchio ritirato fuori dal cassetto e, dopo revisioncina, pubblicato.

Forza Syd!


LA NAZIONALE ITALIANA DI CALCIO E SYD BARRETT

Storia di un conflitto pluridecennale.


Riuscite a immaginare due cose più lontane tra di loro della catenacciara, sparagnina, opportunista e furbetta Nazionale italiana, e la fantasia libera e gioiosa, refrattaria alle dinamiche dell'industria musicale dell'artista Syd Barrett?

Da una parte la rappresentativa pallonara azzurra raramente ha offerto calcio spettacolare, raramente è entrato nel cervello dei suoi allenatori e giocatori che vince chi gioca "bene", e che "bene" può anche significare "bello": in fondo, per fare bel calcio devi essere bravo, e chi è bravo vince.
Macché, nulla di tutto questo, salvo rari casi: un Rivera o un Baggio ogni tanto, un Mazzola o un Bruno Conti come scogli che emergono da una storia fatta di squadre concrete, efficaci, preparate sì, ma sempre più attente intanto a non prenderle e poi si vede, prima il risultato poi, forse, il resto. E certo, quattro titoli mondiali, ma due nella notte dei tempi e due contro ogni previsione, frutto di sorprendenti miracoli contro squadre di ben altra levatura (dal vago sapore di fregatura ai danni di queste) nell'82 e di un calendario fortunato stavolta, superato comunque con più di qualche patema e grazie alla necessità di dover salvare la faccia, oltre che col solito gioco stentato.

Dall'altra l'ex-leader dei Pink Floyd, artista che un tempo sorrideva sul mondo con gioiosa follia e che mal si adattava ai meccanismi stritolatori dell'industria discografica e alle sue pressioni, praticamente l'opposto (un'altra musica, è il caso di dirlo).

(Il resto, la retorica del maledetto bruciato dalla sua stessa eccezionalità, col suo ovvio contorno di facili riduzioni alla semplice questione droga degli squilibri che lo portarono prima ad essere allontanato dai Pink Floyd, e successivamente al ritiro nel totale isolamento, è pura spazzatura: Syd Barrett era personalità fragile e afflitta già dall'infanzia da qualche turba, "preso nel fuoco incrociato dell'infanzia [nel senso di innocenza] e della fama", che non resse lo stress di un ambiente il quale, una volta scoperto che gli spontanei parti della fantasia del giovane fruttavano grana sonante, voleva metterlo a produrre uova d'oro a cottimo. E come la gallina della famosa fiaba fu uccisa dall'avidità di un padrone miope che non sapeva accontentarsi di quanto l'animale produceva spontaneamente, Barrett (aiutato anche dalle droghe, certo, ma non solo) intraprese il percorso di nevrosi che il suo ex-bassista Roger Waters ha mirabilmente delineato in The Wall. E il fatto che, contrariamente a certe voci, una volta abbandonata l'industria discografica se ne sia stato tranquillo dimostra che forse le colpe dell'LSD questa volta sono relative, e che riuscire a pensare contemporaneamente all'arte e al denaro è un talento che non hanno tutti.)


Una squadra e un artista del genere, pur agendo in due ambiti apparentemente incomunicabili, non potevano che essere in conflitto: e infatti un confronto tra le date dimostra che, in qualche modo, anche a distanza, si sono fatti guerra davvero, e che i trionfi dell'uno coincidevano con gli smacchi dell'altra.

Leggere per credere:


1962: Intorno a quest'anno Syd Barrett sta imparando a suonare la chitarra che diventerà il veicolo principale della sua arte. La Nazionale Italiana in qualche modo lo sa e in Cile viene eliminata a cazzotti da una squadra più brutta e cattiva di lei (quasi un contrappasso).

1966: I Pink Floyd stabilizzano l'organico, suonano stabilmente in giro e trovano un manager e un contratto discografico, quindi l'Italia rimedia la storica figuraccia della sconfitta contro la Corea.

1968: Syd Barrett comincia a dare segni di squilibrio e il 6 aprile è ufficialmente fuori dai Pink Floyd. Due mesetti scarsi dopo, l'Italia vince il campionato europeo di calcio, un po' a fatica: ci vogliono una monetina fortunata e una finale ripetuta due volte, segno che le sue sorti e quelle del musicista inglese devono alternarsi per forza.

1970: Barrett pubblica non uno ma DUE dischi da solo, e suona anche nelle Peel Sessions alla BBC. E così la Nazionale Italiana, nonostante abbia in squadra non UN campione del calibro di Mazzola o Rivera bensì TUTTI E DUE, e nonostante sia forte al punto di compiere la storica impresa del 4-3 alla Germania Ovest, perde la finale contro il Brasile (si, ok, c'era Pelè, ma sicuramente è stata colpa del momentaneo ritorno di Barrett).

1972: Syd, pur senza molto successo, riprova a suonare dal vivo. L'Italia di calcio, perciò, non ritiene opportuno bissare la precedente bella prova al campionato europeo e va fuori ai quarti.

1974: Eliminazione tristarella per la Nazionale italiana ai mondiali di Germania, non particolarmente eclatante. Barrett perciò l'anno dopo si fa rivedere dai suoi amici del gruppo, che hanno appena finito di registrare Wish You Were Here.

1978: Bilancio contrastante per Barrett: Roger Waters praticamente gli scrive un disco, il suddetto The Wall (che uscirà l'anno dopo), ma pur di farlo di fatto spacca i Pink Floyd. E anche l'Italia fa una buona figura ai mondiali Argentini, ma la eliminano prima della finale.

1982: Dopo che il musicista aveva provato a tornare a vivere a Londra, tornandosene dopo poco tempo a casa, e dopo anni che non rilasciava interviste, due giornalisti lo scovano e lo sputtanano per mezzo mondo, pubblicando foto che lo mostrano grasso e pelato e riferendo conversazioni sconnesse. Uno scoop probabilmente falso, almeno in parte, ma talmente clamoroso che l'Italia, dopo 44 anni rivince un mondiale.

1984: Esordisce il gruppo scozzese Jesus and Mary Chain con un singolo che ha sul lato b una cover dell'inedita Vegetable Man di Barrett. L'Italia campione del mondo neanche si qualifica agli europei di Francia.

1988: Esce la raccolta di inediti di Syd solista Opel attesa da anni, e l'Italia si fa sbattere fuori dalla nazionale di un paese, l'URSS, che due anni dopo cesserà di esistere.

1990: Nessuna notizia di Syd Barrett. L'Italia gioca i campionati del mondo in casa, e non sapendo bene cosa fare in semifinale ci arriva, ma poi perde ai rigori con l'Argentina.

1992: A Syd Barrett offrono 75.000 sterline per incidere quello che gli pare, e il signore declina. Però ristampano i suoi album con aggiunte, e perciò l'Italia all'europeo nemmeno si qualifica.

2001: Antologia di Syd Barrett con una canzone inedita, in realtà nota da anni sui bootlegs. L'Italia prova a scongiurarne l'uscita arrivando in finale agli Europei del 2000, ma si fa beffare dalla Francia. Il disco esce, e perciò la Nazionale ai mondiali dell'anno dopo si fa eliminare un'altra volta dalla Corea (Moreno non c'entra nulla, probabilmente preferisce i Pink Floyd di Waters).

2006: Si chiude tristemente questa storia: Syd è malato di diabete, l'Italia trova chissà dove la forza di vincere il mondiale e, come spesso succede nella vita reale, la bruta concretezza vince mentre la fantasia, l'arte (sia pure ferme da decenni) devono abbandonare la realtà. Ahimè...



Ma la sua musica ha contagiato migliaia, milioni di artisti, in tutto il pianeta. E ai prossimi campionati del mondo sapremo quale nazione ha appreso più volentieri la lezione del magico pifferaio di Cambridge: Italia occhio, Syd è ovunque....