martedì 14 giugno 2011
Non siamo abituati
Arrivare con questo clima e Killing In The Name dei Rage Against The Machine a palla è splendido, ma la scaletta riserverà altre sorprese, alternandosi con le comunicazioni dal palco di una vivacissima rastina.
Sul palco passano anche vari interventi: uno bello di Rodotà, altri dei comitati, nessuno di Rosy Bindi e Cesare Salvi passati a salutare in sordina (pare ci fosse anche Bersani, ma non l'ho visto).
E poi quello di Vincenzo Migliucci, che consegna la battuta più bella: "il referendum ci dice che l'acqua non può essere fatta oggetto di meretricio capitalistico!". Un poeta.
Mentre i fischi più forti tuonano quando sul maxischermo sintonizzato su Rainews (con l'audio periodicamente zittito per mandare la musica) compare La Russa, l'esultanza più forte si ha quando la rastina annuncia che ACEA ed ENEL (mi pare) in borsa hanno preso una bella botta:
evidentemente questa vittoria è anche un po' comunista, visto che 2 quesiti erano contro le privatizzazioni, uno per dire che i cittadini sono TUTTI uguali e un altro contro i profitti delle grandi imprese lucrati sulla pelle dei cittadini comuni (sono questi e qualcun altro i tratti del comunismo, non l'immagine delirante, cartolinesca e distorta che ne dà Sirvio ma anche, purtroppo, tanti di quelli che gli si oppongono).
Vittoria politica, altro che storie: e se è vero che i comitati hanno dettato l'agenda ai partiti, è anche vero che sono state le strutture di un parzialmente ravveduto PD e della CGIL che tanto hanno fatto - insieme ovviamente a internet - per la riuscita del referendum. Per tacere poi il fatto che la derelitta FDS quel poco che ha ancora come strutture l'ha messo in campo tutto.
E mentre il fratello di Maurello mi ricorda che fino ai tempi del PDS Botteghe Oscure sapeva i risultati prima e meglio del Viminale, arriva l'annuncio definitivo della vittoria: sottofondo, la versione dinamite di Bella Ciao dei Modena City Ramblers.
Nell'esplosione di gioia, durante l'annuncio, sempre per bocca della rastina risuona l'altra battuta memorabile:
"Abbiamo vinto! Non ci siamo abituati. Ma abbiamo vinto!!".
Io avrei da opinare sulla scelta di suonare subito dopo We are the champions, ma nell'euforia della VITTORIA, e ripeto VITTORIA, ci può stare.
Anche perché subito dopo il dj salva tutto con un colpo di genio: Tanto pe' canta', versione Nino Manfredi.
D'altronde siamo pur sempre a Roma.
Ecco qualche immagine e qualche spezzone della giornata in questo video:
martedì 7 giugno 2011
L'uomo è cacciatore
mercoledì 11 maggio 2011
Che tocca fa’?
Dico, che tocca fa’, mi chiedo, per essere governati come si deve (stavo per scrivere “come Cristo comanda”, ma in Italia non mi pare il caso)?
Rimuovere chi governa male? Pare facile: è quello, certo, ma come in arte, il “come” è importante quanto il “cosa” e lo determina anche. In passato qualche malgovernante lo abbiamo rimosso, sì, ma con quali esiti?
Per rimuovere i Borboni dal Sud ci sono voluti volontari di popolo e un esercito esterno: miglioramento, ma dopo 150 anni dire che al Sud si può esultare sarebbe troppo.
Per togliersi dalle balle Mussolini, invece, si è provata una variante dello stesso cocktail: rivolta popolare e invasione straniera. Il secondo elemento del mix, però, ci ha portato 50 anni di DC.
Per prendere a pedate costoro, allora, col voto non è andata bene (se non parzialmente e localmente); una volta applicata la soluzione alternativa dei giudici nel ’92, però, il risultato si è visto (è quello che ci fa porre la domanda).
Quindi abbiamo provato di nuovo a toglierci daico il nefasto risultato-che-si-è-visto col voto, di nuovo; ma l’effetto è durato poco e non ha portato significative inversioni di rotta.
Dunque? Una volta provate tutte, che tocca fa’?
Naturalmente la quasi totalità dei commentatori ha contestato l’articolo concentrandosi sulla conclusione inaudita, con una modalità di ragionamento al contrario: siccome ho deciso (magari a priori) che la conclusione è sbagliata ALLORA è sbagliato anche il resto. Evitando così di rispondere alla prima parte, che per molti sarebbe stato fonte di serie difficoltà e di imbarazzo.
Così hanno tralasciato invece il bello dell’articolo, ossia le sfide logiche poste anche da una conclusione che non piace neanche a me.
(il che mi fa pensare che AR stesse facendo una richiesta: “a me di conclusione viene questa, voi ne avete di migliori?”)
Ma questa ne implica e presuppone una più generale, sul senso complessivo dell’articolo; questione che si può definire aristotelica, nel senso che a questo punto i casi sono tre:
a) Da qualche parte, nella catena del ragionamento, c’è un passaggio sbagliato, o un argomento omesso, quindi è normale che la conclusione sia insensata.
b) Il ragionamento è giusto ma la conclusione non è l’unica possibile: bisogna dunque trovare l’altra o le altre.
c) Il ragionamento è giusto e le conclusioni pure.
Non si esce da queste tre alternative (anche quelli partiti dalla conclusione per criticare l’articolo, di fatto hanno abbracciato l’ipotesi a) .
Personalmente, non condivido la a) ma tenderei a rifiutare anche la c): soprattutto perché temo che qualche potere forte ne approfitterebbe per stabilire un ordine ancora più repressivo, invece che restaurare la democrazia come auspica Asor Rosa.
Il quale, probabilmente si ricorda male gli anni ’70:
è vero, infatti, che nel ’74 finì la lunghissima dittatura portoghese grazie ad un colpo di stato militare (dopo il quale furono indette elezioni che gli stessi militari, se non ricordo male, persero: più democrazia di così…); ma quelli erano, ebbene sì, militari sessantottini (già: c’era stato il ’68 anche in Portogallo. Poi riparliamone male…), in pratica comMunisti;
mentre negli stessi anni, in Italia, settori delle forze dell’ordine e dei servizi segreti davano prova di tutt’altro orientamento, sia ideologico che di rapporto con le istituzioni democratiche – ed è questo un altro motivo per il quale la soluzione proposta da Asor Rosa mi convince zero, forse il principale (non credo infatti che rispetto ad allora abbiano cambiato significativamente mentalità).
E dunque probabilmente è vera la b) e dobbiamo raccogliere la sfida e capire quale sia la soluzione possibile, capire appunto che tocca fa’ (domanda che, a quanto pare, nella storia dei movimenti ricorre spesso, vedi Cernysevskij e Lenin: che sia diventata "che tocca fa’ " dice tanto su dove siamo).
Però va detto: un articolo che fa incazzare tutti, da Giuliano Ferrara agli anti-imperialisti fino a quelli che si divertono a provocare facendo gli “scorretti” sempre e comunque, qualcosa di buono ce la deve avere per forza.
Non si scappa.
giovedì 21 aprile 2011
E sciòt ov naintis
I segni sono nell'aria già da un po'; quindi abbandoniamoci alla rimembranza:
Kaa... rmaaa... poo.. liiis... auuesdismèn... - ueuierbòrn uidineanauaricciòder - lodappongànz enbringhiofrenz... - amzotàird... ovplein... pleiuiddisbouenerrou - strizz lacheggiàngol... socòll depolìiis - ghivideuei ghivideuei ghivideueinnau - CHILLININDENEIMOV!!! - aiuosbornindedèsert... - agaddepòison... agatdderèmedi... - efuendinnìd zzefrendindìd... - gueeiis faaiir, gueeiis faaiir... - een iuuu maaan biii eee viooo rr - ameluserbeibeh, souàdonciuchillme - eibbòi... eighérl... - iuuuuuuuu armaieeeeeeee ngel...
Dovrebbe essere facile beccarle tutte, no?
To be continued...
(Grazie a Cesare Zowie per l'ispirazione)
giovedì 7 aprile 2011
Una guida per i volenterosi
Questo:

Dico ciclone silente perché se al momento ne circolano dieci copie è grasso che cola, né credo che a breve l'opera, benché di pregio, si venderà quanto i raudi in un capodanno partenopeo.
Ma ciclone perché, sebbene l'albero che cade in una foresta senza persone di fatto non faccia rumore (detto zen, più o meno), l'albero è comunque caduto, il libro esiste e amen: la storia letteraria e culturale dei primi anni 2000 d.c. dovrà farci i conti.
Vogliamo aiutarla?
Per i volenterosi, e i generosi, e i quantosietebuonigraziegrazie /cheiddiovenerendamerito, appronto questa piccola guida, che risponde alla domanda:
COME ENTRARE IN POSSESSO DI UNA COPIA DEL LIBRO?
Ecco i sistemi:
-entrare in casa mia e fregarmi una delle 4 copie destinate a promozione che mi sono rimaste (o, PEGGIO, la mia personale).
Facciamo di no, dai.
-acquistarlo online qui:
http://www.arduinosacco.it/product.php?id_product=529
(tenete conto che si paga solo in contrassegno: carta di credito e Paypal arriveranno più avanti)
-per chi è all'estero, il contrassegno lo fanno ma costa di più. Potete mandare perciò un'email all'editore e riceverete le coordinate per fare un bonifico, e la spedizione sarà più economica.
-scassinare la sede di Arduino Sacco Editore e fregare una copia dal magazzino
(ma anda' a scassina' Arduino / è tutt'altro che carino).
-andare in una libreria qualsiasi e ordinarlo: glielo spediscono.
-aspettare una 20ina di giorni a partire da oggi che scrivo, poi recarsi presso una delle seguenti librerie e, se non è andato esaurito (vabbè), acquistarlo lì:
+Tra le righe, Pisa
+Libreria Del Testaccio, Roma
+La Gaia Scienza, Livorno
+Martelli, Firenze
+Lucca Libri, Lucca (lo dice il nome)
-andare a consultarselo presso la biblioteca della Normale di Pisa:
ebbene sì, ci sono! 863.7 P284! Orgoglio maximo! Voglio dire: ci ho lavorato 9 anni da precario in quella biblioteca, mica cazzi!
È col petto gonfio, perciò che mostro la scheda:

-venire alla presentazione che farò a Pisa sicuramente, a Roma me piacerebbe/mo vediamo, e prenderlo lì
(questa mi sa che è la più semplice: tanto in Italia a prenderlo lì ci siamo abituati, no?):
in quel caso vi beccate anche la dedica con rima personalizzata (ma se scegliete un'altra modalità d'acquisto e poi vi presentate con il liBBro, alla presentazione o altrove, l'avrete lo stesso).
In tutti i casi, grazie in anticipo di cuore a todos; e buona lettura.
lunedì 21 febbraio 2011
I quinari sdruccioli
Se andiamo a contare sillabe e accenti di questa definizione, come se fosse un verso di cui dobbiamo individuare il tipo, vediamo che "quinario sdrucciolo" è effettivamente un quinario sdrucciolo.
Per quanto riguarda i settenari finali delle strofe carrisiane, non so se sia la definizione corretta, ma avendo l'accento sulla terza sillaba li definirei "settenari anapestici".
Andando anche qui a contare, possiamo dire che "Settenari anapestici" è un settenario anapestico sdrucciolo. E "settenario anapestico sdrucciolo" cos'è?
Più semplicemente, un decasillabo sdrucciolo; ma volendo anche un decasillabo anapestico sdrucciolo.
Ora, nella seconda ipotesi "decasillabo anapestico sdrucciolo" è un semplice endecasillabo sdrucciolo; ma nella prima, "decasillabo sdrucciolo" cos'è?
Un bel settenario anapestico sducciolo, come l'espressione "settenario anapestico".
E il cerchio si chiude, no?
sabato 19 febbraio 2011
Il Fe-stivale: Sanremo 2011
- Molto presenti le chitarre, quest'anno; e ovviamente Fausto Mesolella, che come chitarrista è grandioso, si è presentato ad accompagnare Tricarico sedendosi al piano. Niente da fare, la classe non è acqua.
-Buffo: stasera ad un certo punto sul palco c'erano tre persone che hanno fatto films ma UN SOLO attore.
La Canalis si mette a fare l'interprete per De Niro, ma non sa cosa vol dire "gentrified" (né lo capisce dal contesto, né lo sa Morandi): e amen, ora come ora non saprei trovare al volo una parola adatta, benché si capisse che significava che il quartiere in cui è cresciuto De Niro prima era proletario poi è diventato meno povero.
Ma una che è fidanzata con un attore americano forse dovrebbe sapere che "movie" ha anche un plurale, "movies"...
-Ieri c'è stata la serata patriottica, con canzoni storiche.
Ma come mai nessuno ha cantato questa, che era la più bella?
Come mai nessuno ha cantato questa, particolarmente lucida? (la risposta me la immagino...)
Come mai nessuno ha cantato questa?
Beh, dell'assenza di questa possiamo farcene una ragione, dai.
E comunque, avrei preferito:
-a "Bastardo", "Bastardi" di Faust'o;
-a "Il mio secondo tempo", Not a second time dei Beatles;
-a "Arriverà", "Riderà" di Little Tony;
-a "L'alieno", che pure era bella, "Loving The Alien" (appunto) di David Bowie;
-a "Amanda", "Amandoti" (questa versione, l'originale);
-a "Tre colori", non male manco questa, comunque avrei preferito Le tre bandiere;
-a "Vivi sospesa", preferivo perfino "Vivi davvero" di Giorgia;
-a "Il vento e le rose" NON avrei preferito "Io, tu e le rose";
-a Yanez, anche questa apprezzabile, avrei comunque preferito la leggendaria E io ero Sandokan.
Alle altre ne avrei preferite altre, benché Vecchioni e i La Crus non male.
lunedì 14 febbraio 2011
La manifestazione del 13 febbraio e una modesta proposta di slogan
Vorrei cedere al mio umorismo malato e soprannominare, scorrettamente, la manif di oggi come "'U curteu d'u pilu", ma temo che le mie amiche deciderebbero di smentire il soprannome di sesso debole a suon di nerbate sulla mia schiena, per cui lascio perdere (un po' come se mi fossi aggirato per la manifestazione dicendo "tu sei contro la mercificazione del corpo femminile, vero? Allora con me ci vieni gratis?": sembra Vergassola ma in realtà è postmoderno, ma credo che non sarebbe stato apprezzato lo stesso).
Partecipazione numerosa: per chi conosce Pisa, la coda del corteo lasciava il comune per salire sul Ponte di Mezzo e la testa era già alla Soprintendenza, su Lungarno Pacinotti.
Era il primo corteo per la piccola erede (per forza, ha neanche 15 mesi), ma non certo per me: ed essendone pratico, la cosa che ho notato era che oggi, almeno al corteo pisano, non si cantavano slogan.
Sarà stata la pioggia, o la voglia di fare un corteo diverso, o la trasversalità: ma è volato solo qualche coro di "DIMISSIONI!" e qualche tentativo di cantare la canzone "La lega" (o "Sebben che siamo donne", che qualcuno mi dica il titolo esatto ché non lo so).
A parte i begli interventi finali, questa degli slogan è la cosa che mi ha colpito di più.
E al riguardo:
1) Nel corteo ho sentito dire che chiedere le dimissioni era una strumentalizzazione della manifestazione (da parte della sin. contro Sirvio).
Allora, a parte che quella della "strumentalizzazione" è una vecchia accusa idiota da ciellini senza argomenti che sento dall'85, almeno, e come tale per me squalifica a zero chi la pronuncia, dico: ok, il maschilismo esiste anche a sinistra, d'accordo, ma nel criticarlo in generale e dappertutto che facciamo, lasciamo al governo chi ne fa un perno della propria cultura, ovvero quello psicocumenda che proprio sull'imbarbarimento culturale ha costruito la sua ascesa? Nel più c'è il meno, no?
2) E quindi rilancio, e oltre alle "dimissioni" io propongo le diSmissioni: giusto come rottami puoi riutilizzare 'sti dirigenti (del paese verso la rovina).
3) Personalmente, una canzone che dice "e la Lega crescerà" non l'avrei cantata: sa di autogufata che si autoavvera...
4) Io avevo aderito all'appello dello spezzone Ombrelli Rossi (riprodotto anche qui), che nell'analisi metteva insieme moralismo e sfruttamento in un modo che mi piaceva.
Ma siccome non imparo nulla, lo slogan che avevo pensato per supplire alla loro mancanza era questo:
NON CREDO CHE IL SIGNORE
UNO COME TE UNGA:
SE TE PIJA SATANA
ALTRO CHE BUNGA-BUNGA!
Che dite, troppo moralista-cattolico, eh?
venerdì 14 gennaio 2011
Io Marchionne lo capisco
Se andate dal proprietario di un negozio di panetteria, il quale ha appena scoperto che invece di 100 pagnotte al giorno ora ne vende 74, a dirgli che un'ottima soluzione sasrebbe andare dal suo fornaio, imporgli meno pause, fargli produrre più pane e se fiata licenziato a calci in culo, molto facilmente questo negoziante vi dirà: "Mmm, interessante, lo farei molto volentieri; ma che minchia c'entra col calo delle vendite del pane?"
Giustamente, il proprietario del negozio penserà che ne so, a cambiare gli ingredienti, a vendere anche altro, a farsi più pubblicità, a qualche sconto: a altro, se ha un cervello.
Per questo mi riesce difficile capire Sergio Marchionne e le sue soluzioni dannose e minchion(n)e; a meno che, proseguendo con la similitudine, non voglia togliersi dalle balle il fornaio.
D'altronde, però, invece lo capisco: per rinnovare la ricetta del pane, cioè per innovare la produzione, ci vogliono idee nuove. Ma lui sa benissimo che l'Università la massacrano, metà di quelli che ne escono vengono sbattuti a fare lavori socialmente umili che altro che laurea, sarebbero in grado di svolgerli col 15% del cervello e 40 di febbre (anche perché a casa in malattia non ci possono stare davvero); un'altra bella infornata viene mandata all'estero (con implicita preghiera di rimanerci) e degli altri pochi metà sono incompetenti raccomandati: chi gliele dovrebbe dare, a Minc... Marchionne le idee nuove? 'ndo' le pesca?
Per questo, e anche qui lo capisco, ricicla idee vecchie - ottocentesche * per l'esattezza - sulla gestione della fabbrica: non ha alternative, poretto, quindi prova a spacciare per nuove idee che sono più vecchie dei suoi maglioni (e ce ne vole..).
Sergino è nei casini, poche storie: doveva investire 20 miliardi, ne ha investito invece circa uno e mezzo. Vuol dire che gliene mancano più di diciotto; e diciotto miliardi e rotti sono veramente una vagonata de sordi, se te ne mancano così tanti so' cazzi, altro che pagnotte e cornetti.
Sarà per questo che compra maglioni vecchi?
* Ma qualcuno parla anche dell'epoca delle Piramidi.
giovedì 6 gennaio 2011
Tigri di cartone
Tom Waits, il cantautore di nicchia, in classifica in Italia? Ambelivebbol!
C'era già stato il caso dei CSI poco tempo prima, ma lì poteva sembrare che stessero raccogliendo i frutti di 15 anni di carriera; e poi girava voce che i lettori di codici a barre avessero fatto confusione tra il loro disco e quello dei Verve.
Ma qui nessuna confusione: il buon Tom era tra i primi 10. Com'era stato possibile visto che il disco, pur essendo il primo da un po' di tempo e quindi spinto come un evento, non era esattamente, come al suo solito, potabile musichetta da radio e supermercati?
Semplice: aveva venduto le solite 20.000 copie (mi pare: sto scrivendo tutto a memoria) che vendeva di solito in Italia. Erano gli altri dischi, quelli delle "star", che non vendevano una cippa - o comunque meno di quanto l'enorme spazio ad essi riservato sui media, musicali e non, avrebbe fatto supporre.
Quel pop ipergonfiato, le boy-band da schiaffi, quella massa infinita di scemenzuole moleste in gran parte vendeva poco: bastava un solido Tom per raggiungerli senza problemi.
(i superclassicisti rock di Buscadero fecero notare - immagino con un pizzico di sacrosanta goduria - che certi vecchioni avevano vendite magari non eclatanti ma solidissime, che per esempio gli Stones piazzavano sempre il loro buon numero di copie e che quelle del Boss non erano calate nemmeno quando aveva pubblicato un quadruplo)
Si poteva tuonare contro napster quanto si voleva, ma tante di quelle star da classifica non erano solo musica di plastica dietro facce di plastica: erano perfino star di plastica (o "tigri di cartone", come diceva Mao quando esortava a non aver paura del nemico capitalista), visto che in realtà nemmeno vendevano, non riuscivano a smerciare nemmeno canzoncine facili facili, costruite apposta e spinte a duemila ovunque - dove sarebbe arrivato Tom Waits con un quarto della pubblicità che hanno avuto loro?.
Sta storia mi è tornata in mente due volte, di recente.
La prima è stata quando il primo maggio, consigliato dagli amici di sentireascoltare e insieme a loro, sono andato a Bologna al concerto dei Brian Jonestown Massacre: gruppo USA fieramente indipendente, con un nome che sembra fatto apposta per rimanere sconosciuti, ha riempito il Covo lasciando fuori, dicono, un numero di persone QUATTRO VOLTE superiore a quelle che il locale aveva accolto - e vi assicuro che tanto piccolo non è. E fino a poco tempo fa i loro dischi non avevano neanche un distributore italiano.
Mi sono chiesto cosa vuol dire "famoso", e la risposta forse è che bisogna tornare ad avere, di certi media, l'opinione che si aveva di Sanremo negli anni '70: zero.
La seconda è stata quando ho letto che pare che le pubblicità con Belèn non aiutino a vendere i prodotti che reclamizza. Pure lei sembrava la superdiva/dea, quella talmente bella e talmente figa che doveva PER FORZA comparire in un numero fastidioso di campagne pubblicitarie, e invece altra tigre di cartone, a quanto pare. Ambelivebbol quasi quanto Tom Waits e i Brian ecc...
Parrebbe facile dire ora varie cose:
1) che è bella sì ma che nei toni delle lodi si è un po' esagerato;
2) che chi c@%%0 pensavano di divertire quelle pubblicità con De Sica? (domanda sciocca: quelle con Bonolis e l'altro che neanche nomino vanno in onda da anni…)
3) parrebbe anche facile infierire ora che che è stata detronizzata dallo stesso dio denaro che l'aveva messa sul trono dell'immaginario collettivo;
ma non è quello che mi interessa; anche perché mi sta simpatica da quando, fidanzata con Borriello ai tempi in cui lo beccarono positivo al doping, invece di mollarlo e zitta si schierò pubblicamente a sua difesa dichiarando ai giornali che in realtà la colpa era di una pomata vaginale anticoncezionale che usava lei (pare a causa dell', ahem, impeto del calciatore in certi momenti).
Ora chissà se le faranno fare ancora Sanremo alla nostra simpatica tigretta di cartone: visto l'andazzo me lo auguro, potrebbe essere un ottimo aiuto per rimettere al suo posto quel baraccone festivaliero che è il re di quei media che con la realtà hanno lo stesso rapporto che ha un eroinomane sotto botta tagliata a detersivo scaduto: potremmo scoprire un'altra tigre di cartone...
martedì 16 novembre 2010
La lezione che non tenni
Ho fatto due lezioni di Italiano ad alunni stranieri, ma avrei dovuto fare questa che segue, che intitolerò:
PREPOSIZIONI SEMPLICI ED ARTICOLATE.
Stamattina ho messo un piede A* cazzo SU un gradino,
e ho fatto un grifo** da paura SULLE scale DELL'asilo nido DI Eva
(che PER fortuna non avevo IN braccio).
Anche prima DI rendermi conto DEI danni, ho comunque bestemmiato A*** Dio, ma poi sono venuto lo stesso A lavorare.
* Uso modale
**Romano per "caduta rovinosa e coreografica" (quando, appunto, si aprono le braccia tipo aquila, o grifone).
*** Uso, temo, improprio.
Il seguito avrebbe potuto essere:
Siccome però dolevo, mi sono fatto accompagnare AL Pronto Soccorso: stranamente c'era poca fila, ma la volta che ci ho messo DI meno AD entrare è stata quella IN cui sono uscito più tardi: mi ci è infatti voluta una settimana PER farmi rilasciare, A causa DI necessari controlli ed osservazioni, e ho passato la prima notte SU una fottuta barella, prima DI essere spostato IN un letto DA cristiano.
Il resto DELLA settimana è scorso lento TRA sforacchiamenti, la fucking abitudine DEGLI ospedali DI dire "forse esce domani" e poi rimandare, 4 ecografie, un cibo DA domande esistenziali ("come minchia si fa A cucinare le patate arrosto cattive? Perché k@%%0 sempre la dannata menestrina e non, PER dire, DELL'onesto riso? Quanto si doveva essere IN generale poveri PER mettere NEI**** fumetti il pollo arrosto come simbolo DEL cibo più succulento?"), una mattina DI curioso andirivieni DI clero, anche gentile perché venivano A salutare e A fare due chiacchiere anche CON un senzadio come il sottoscritto, e uno mi ha anche infine spiegato che accanto ce n'era ricoverato uno DI alto rango, DA lì il transito.
Poi noia A secchi, 4 libri letti e la scoperta che la fantasia erotica maschile DELLE infermiere ultrasexy è tale perché non esiste NELLA realtà - no via, IN realtà 6 carine circa c'erano.
Ah, e un interessante collegamento passato-futuro: sabato sera ho seguito la partita ALLA radio, come un tempo, ma la radio l'avevo SUL cellulare.
E ho fatto quasi tutta la traduzione petrosa DI Thunder Road, del Boss: un lavoraccio, che senza ricovero chissà se l'avrei fatto.
Oggi la scarcerazione. E alleluia.
**** Eh sì, anche questa: occhio che sfugge.
venerdì 1 ottobre 2010
Il cantautore
Così ho pensato: sappiamo come il cantautore vede il pensionato, proviamo a immaginare come un pensionato vedrebbe il cantautore.
Non è una riscrittura "petrosa" è una riscrittura normale.Diedi una stampata di questa ad un'amica che abitava a Bologna e che mi aveva promesso di portarla al buon Francesco. Chissà se l'ha mai fatto: non la vedo da allora...
Potete far partire il video dell'originale e leggere ascoltando l'originale:
IL CANTAUTORE
(da Il pensionato di F. Guccini)
Mi sente da oltre il muro che ogni suono fa passare
ma lo sento bene anch'io quando attacca a strimpellare
lo vedo nella luce di quella lampadina
che ormai ricordo bene alle tre di ogni mattina
illumina i suoi mobili, che han visto altri splendori,
e i suoi amici drogati che schiamazzano e fan cori
fra i suoni disumani dei suoi canti quotidiani
che strilla a squarciagola, m'ha spaccato ormai i timpàni.
Lo sento quando torna sbronzo e tardi alla mattina
che urta contro i mobili e poi arranca in cucina,
e mentre sta fumando ancora un'altra sigaretta
ritiene giusto imporci la sua nuova canzonetta
e poi mi incontra ancora quando viene l'ora sua
io fingo gentilezza e penso "Limortacci tua!
Stanotte, cantautore, mi hai svegliato la signora;
ringrazia tanto il cielo che non t'ho sparato ancora.
T'ho detto cento volte per telefono, in giardino,
che urlare a tarda notte non è da buon vicino"
ma mi calmo davanti a quel sorriso suo un po' fesso
che non aveva quando era famoso più di adesso.
Infatti credo che ripensi spesso alla sua vita,
a quei tempi felici della sua fama antica
a quei suoi vecchi dischi che ormai sanno un po' di muffa
si sa che prima o poi di ognuno la gente si stufa
a quel tin-tin di soldi, due milioni o tre al secondo
di quando lui faceva tournées in giro per il mondo
e dopo la miseria in tanti giorni uguali e duri,
le notti a lamentarsi fino a far tremare i muri.
Ci penso e non capisco, allibisco e mi stupisce
che uno fa bene i soldi e dopo male li gestisce
dei mille modi e tempi, delle possibilità
ha scelto le peggiori con meticolosità
e poi speriamo almeno che sia stato un po' felice
che dimentichi tutto quando sbronzo si assopice,
cosa che ultimamente succede sempre più spesso
che cosa faticosa è sopravvivere a sé stesso.
Ma cosa sto dicendo ? Questo qui é solo un mio tarlo
lui mi rompe i coglioni ed io sto qui a giustificarlo;
chiunque lo può dir per certo se peggiore sia
la sua per così dir miseria o quella vera mia.
Avrete già pensato, infatti, "Ma sta così bene,
fa come vuole, vende, non gli mettono catene"
c'ha i soldi risparmiati, non gli mancheranno mai
son io che sono povero, che vivo in mezzo ai guai
ci manca solo lui e i suoi amici dagli sguardi spenti
se non la pianta lo faccio interdir dai suoi parenti,
mannaggia i fricchettoni faccia sporca e pancia piena
mannaggia la pensione con cui sopravvivo appena.
lunedì 13 settembre 2010
Rime petrose
Qui c'è l'introduzione:
Scuotiamoci! Let's rock!
La canzone di Lou Reed che era qui ora è lì...
venerdì 13 agosto 2010
Ale - an -dro, Ale - an - dro
(Nota: Alejandro è l'ultimo, strachiacchierato video di una molesta popstar, annunciato come scandalosissimo. Sono andato su TuTubi a guardarlo e: 1 La canzone è un po' meno molesta di Beduomens, sembra un singoletto sciocco parecchio di una cantantuccia sudamericana postmadonna con ritornello - nella sua scempiaggine - memorabile; mentre il video è una finocchiata* intervallata da qualche tentativo di provocazione anche qui postmadonna - post di 20 anni buoni, da qualche momento suggestivo in b/n dopo il minuto 4 e con una trama che non ho avuto nemmeno voglia di provare a seguire. In pratica, chiasso inversamente proporzionale ai motivi.
*absit iniuria verbis: per me non è un insulto, è una semplice definizione tecnica)
Però, però. A pensarci potrebbe essere un'idea, un'idea che, situazionisticamente, usa i media, rivoltando le strategie dei padroni delle ferriere contro di loro (o giù di lì).
Immaginiamoci una circostanza alla quale si reagisce con una manifestazione, meglio se una di quelle che prevede un grande corteo a Roma e tanti piccoli cortei nelle varie città (lo so, ci sono più motivi per fare le manifestazioni che politici disposti a/capaci di organizzarle, ma amen).
La si prepara adeguatamente, sia quella nazionale che quelle locali, in modo che i cortei siano ASSOLUTAMENTE composti, ordinati e silenziosi.
Visualizzatelo: potrebbe essere destabilizzante. Intanto perché nessuno si aspetta che un corteo di sinistra si metta a cantare le punte di diamante del capitalismo mediatico rimbambitore; poi, il continuo ininterrotto ripetersi farà sì che chi vede passare la manifestazione prima si sorprenda, poi rida, poi si metta a dire "vabbè, ora faranno qualcos'altro" - e invece no, Ale-an-dro a martello; infine, questo ripetersi continuo dopo un po' porterebbe i manifestanti alla trance, gli altri in un punto magico tra l'ipnosi e l'esasperazione.
Certo, 4 ore più il corteo così, a cantare "Ale - an -dro, Ale - an - dro" sono toste; ma vogliamo fare la rivoluzione, rivoltare il mondo e rifarlo da capo e non siamo buoni a passare una mattina a cantare? Essù..
Secondo me funzionerebbe: dopo 4 ore di "Ale - an -dro, Ale - an - dro" sarebbe il Prefetto in persona a uscire con la testa di Berlusconi in mano.
mercoledì 21 luglio 2010
9 anni fa, Bob Dylan
Durante il tragitto telefonai all'amico/coinquilino Sergio, che mi diede la notizia di Carlo Giuliani.
Il resoconto del live che scrissi per il sito napster.it raccontava cosa volle dire seguire il concerto con quella notizia in testa.
Lo ripubblico (il sito, come detto, non c'è più) come lo scrissi: la formattazione l'ho corretta, le ingenuità no.
(l'immagine l'ho presa da Maggie's Farm, IL sito italiano su Bob Dylan)
BOB DYLAN sul palco
La Spezia 20 luglio 2001
Bob Dylan continua a suonare in giro per il mondo. Anche quest'anno il suo "Never Ending Tour" ha fatto tappa in Italia. Tra le altre date, La Spezia 20 luglio. Qualcuno aveva detto che questo concerto era stato organizzato per disturbare le manifestazioni di Genova contro il G8, ma sembra un'ipotesi assurda: il pubblico infatti è decisamente numeroso né sembra troppo "genovese". L'atmosfera che si respira è positiva e gioiosa, come se nessuno avesse sentito la notizia della morte di Carlo Giuliani avvenuta solo poche ore prima.
Mentre aspettiamo che inizi il concerto mi chiedo se Dylan dirà qualcosa al riguardo, lui che notoriamente ai concerti apre bocca soltanto per cantare, non dice mai neanche "buonasera" o "arrivederci" e per ringraziare fa gli inchini; infatti non ci spero molto.
Dylan si presenta sul palco accompagnato da basso, batteria e due chitarristi, formazione country rock essenziale. Infatti gli album "country" saranno piuttosto gettonati nella scaletta della serata: All Along the Watchtower, Wicked Messenger, Tonight I'll be staying here with you e Country Pie.
La musica scorre bene, il gruppo funziona, passano classici come Like a Rolling Stone, Rainy Day Women 12 & 35, Love minus zero/No limit e Highway 61 Revisited e il pubblico risponde con calore. Ma è impossibile ascoltare Dylan e le sue canzoni dalle parole pesanti e pensanti senza fare associazioni mentali con quanto è successo nel pomeriggio pochi chilometri più a nord. Lui, come previsto e come d'abitudine non dice nulla; le canzoni più impegnate del suo repertorio, però, ci sono quasi tutte. Che sia questo il suo modo di commentare i fatti di Genova, usando le canzoni invece delle parole? La mia impressione è questa, chissà se è così.
Il secondo brano in scaletta è la storica The Times They are a-changin, e viene da pensare che in realtà non cambiano per niente: come nel '60 scontri a Genova, come allora la morte in piazza. E se i tempi cambiano, evidentemente non cambiano mai abbastanza, o non necessariamente in meglio.
Parte Masters of War, l'invettiva contro i potenti della terra, sembra scritta apposta per il vertice del G8 e invece ha quasi 40 anni; suona I shall be released; suona Chimes of Freedom, e oltre al perché del destino di Giuliani ci si chiede anche quando suoneranno mai queste campane della libertà. La risposta, ovviamente, "soffia nel vento": Blowin' in the Wind, anche lei in scaletta.
Ma anche quando suona canzoni non politiche le parole hanno echi sinistri: Tangled up in blue, avvolti nella tristezza o, peggio, Knockin' on Heaven's Door: non si possono ascoltare versi come "posa quelle pistole, non posso piu' sparare" senza una stretta al cuore.
Il pubblico invece li ascolta e canta tranquillamente, con gioia, dietro al ritornello. E alla fine è anche comprensibile: al di là di quello che le canzoni evocavano, questa è una serata di ottima musica,che ha il potere di lenire in qualche modo le ferite e in una certa misura di consolare.
Esco con due pensieri in testa: il primo è che è strano che questo compito di consolare e di distrarre lo svolga proprio Dylan, che per primo fece entrare esplicitamente nelle parole del rock la storia, la politica, quello che succedeva nella società e nel mondo. L'altro è il titolo di una sua vecchia canzone: "Va tutto bene, sto soltanto sanguinando".
lunedì 5 luglio 2010
TWIN PEAKS for dummies
WELCOME TO TWIN PEAKS!
La serie più bella del mondo for dummies
(a partire dal sottoscritto, che l'ha vista 16 anni dopo la sua messa in onda italiana).
Per chi ancora non si fosse avvicinato a questa meraviglia, magari perché giustamente diffidente del demonio-tv, ecco una piccola introduzione.
Partiamo da
Che cos'è Twin Peaks?
Una serie tv creata da Mark Frost e David Lynch, la quale ha fatto epoca perché introduceva sia tematiche nuove che un modo nuovo di raccontare in televisione: il cinema d'autore di Lynch portato nella tv generalista fu una novità. Funzionò anche la campagna pubblicitaria, che giustamente presentava la serie come qualcosa che non si era mai visto, e il tormentone "Chi ha ucciso Laura Palmer?" (tranne per me che continuavo a diffidarne, ma amen)
E chi è Laura Palmer?
Una reginetta di bellezza che viene trovata morta all'inizio della serie, la quale si sviluppa seguendo le indagini sull'omicidio.
Tutta una serie su un omicidio? Jessica Fletcher ne risolve uno a puntata...
Non proprio tutta la serie. E comunque la storia dell'indagine serve a ritrarre la vita di provincia con i suoi segreti. Non a caso in Italia, azzeccandoci una volta tanto con una traduzione, l'hanno chiamata "I segreti di Twin Peaks": in originale si chiamava solo col nome della cittadina.
Cosa aveva di particolare questa serie?
Tutto: le atmosfere soprattutto (grazie anche alla grande colonna sonora di Angelo Badalamenti), ma anche la recitazione, il tono con cui raccontava i vizi segreti dietro le facciate rispettabili, il fatto che ogni personaggio sembrava avere 2-3 nature e un qualche elemento di follia, gli elementi soprannaturali, gli attori grandiosi...
Quanto è durata?
Due stagioni. Per l'esattezza:
-Il Pilota
-La prima stagione
-La seconda stagione
Il pilota
Si chiama "pilota" la puntata di prova di un telefilm: viene fatta per presentare alle reti tv e/o ai finanziatori tono, ambientazione e personaggi della serie che si vuole fare. Se poi la serie non si fa il pilota diventa un normale film per la tv, sennò si sviluppa la serie seguendo le linee mostrate nel pilota.
In Twin Peaks il pilota contiene l'inizio della vicenda, e in Italia è stato trasmesso in due parti, come se fossero le prime due puntate della serie.
Ne esiste una versione con un finale realizzato appunto nell'eventualità che la serie non si facesse. La soluzione è diversa da quello della serie, ma alcune scene sono state riutilizzate (tra queste, quella leggendaria del Nano).
La prima stagione
Sono sette puntate più il Pilota (che viene considerato parte di questa stagione): è quella che ha fatto innamorare tutti, quella super lodata.
La seconda stagione
Qui le puntate sono 22, e la prima dura anche il doppio (come il Pilota): chiaramente, durando il triplo, non è compatta e omogenea come la prima.
Ecco, infatti: so che Twin Peaks ha chiuso perché la prima stagione l'aveva fatta Lynch ed era bella, poi se n'è andato ed è peggiorata, e l'hanno chiusa perché non faceva più ascolti.
No, non è così. Per vari motivi:
1) Nella prima serie Lynch ha diretto il Pilota e UN solo episodio, ed è coautore di tre (mi pare) sceneggiature (più quella del Pilota), mentre nella seconda serie ha diretto 4 episodi tra cui quello doppio.
2) Non è Lynch il solo autore di Twin Peaks: Mark Frost è altrettanto importante. Poi, per come funzionano le serie in America, c'erano sceneggiatori e registi diversi per le varie puntate.
3) La prima decina circa di episodi della seconda stagione è tranquillamente al livello della prima; poi nella parte centrale si sbanda un pochino, mentre sul finale la serie risale di livello fino all'ultima, splendida puntata. Come detto, dura il triplo della prima e in effetti la si può dividere all'incirca in tre blocchi.
Ecco ma quindi un calo c'è stato.
A sentire le interviste a Lynch, Frost e agli attori inserite nei dvd i motivi sono stati vari:
-Lynch e Frost per un po' sono stati impegnati in altri progetti, quindi non supervisionavano più: così registi e autori ci mettevano "stranezze" (perché TP era la serie "strana") non sempre azzeccate e senza il controllo dei due autori.
-il calo fisiologico di tensione successivo alla soluzione dell'omicidio di Laura Palmer, e l'errore, ammesso da Frost, di non essere partiti subito con l'altra trama forte.
-ad un certo punto TP è passata da un'emittente ad un'altra che non la amava, e perciò ha iniziato a spostarne l'orario (cosa che già iniziò a danneggiare gli ascolti), fino ad assegnarla al sabato sera, orario che le toglieva gran parte del suo pubblico (tendenzialmente giovane e quindi, il sabato, tendenzialmente in giro).
Per cui riassumendo:
-non è possibile paragonare la prima e la seconda stagione, perché la seconda è come se fossero tre insieme.
-non è vero che Lynch abbia fatto solo la prima stagione: c'è anche nella seconda e con delle puntate memorabili.
-un calo qualitativo nella seconda c'è stato; ma non prima della decima puntata circa. E poi non è durato tanto, qualche puntata poi la serie risale.
- anche il calo di ascolti c'è stato, ma in seguito ad un vero sabotaggio da parte della rete stessa.
Ok. A parte questo tipo di guai, in generale comunque è da vedere.
Decisamente: nonostante le decine di incongruenze (spunti ed elementi buttati lì e dimenticati o risolti in modo non proprio impeccabile), è una serie immancabile, per tutto quello che le devono tanti telefilm successivi (per dirne una: quella dell'aereo e dell'isola…) e per la sua bellezza intrinseca.
Ecco, oltre al coraggio di proporre stili e temi nuovi, la sua forza è che è unica, è a sé, ha un'aria tutta sua.
Perciò marsch! Correre a guardarla, forza!
Ah, un'ultima cosa: come sta Annie? Hi hi hi… Come sta Annie?
mercoledì 12 maggio 2010
Paladini ne la procella
Distrassevi la musica, se ciò asserite: leggete ivi di seguito qual sublimità celino le liriche di Riders On The Storm:
PALADINI NE LA PROCELLA.
(traduzione ispirata dall'utente Roberto Di Marino del gruppo Facebook "Esclamazioni antiquate")
(EDIT: avevo dimenticato due versi...)
Paladini ne la procella,
in siffatta magione al secol nati
in hac lacrimarum valle iettati
qual fido amico d'uom di cibo privo,
o scenico dittor dal palco schivo.
Periglio d'uccisor in su la strada
Cervella sua si torce come rana,
Dì di riposo togli, lunghi e belli,
lasciando divertir li tuo' pulzelli.
Ma se l'omaccio assenti a caricar
l'intier famiglia vedrai trucidar.
Madonna, in cor tenete lo moroso
Sua man accogli ne la dolce tua
Che luce meni tua mente a la sua;
Del mondo lo distin è in vostro avviso,
et nostro mai sarà da secol liso.
In cor tener tu dei lo tuo moroso.
Paladini ne la procella,
in siffatta magione al secol nati
in hac lacrimarum valle iettati
qual fido amico d'uom di cibo privo,
o scenico dittor dal palco schivo.
martedì 4 maggio 2010
Un cantante deve morire
E chi confesserà? L'aula è calma e composta
"Di': ci hai tradito?" "Sì è la risposta;
ma ditemi allora di cosa mi accusate,
implorerò quella clemenza che con gioia rifiutate"
E le signore si bagnano e il giudice è obbligato:
il cantante morirà per averci ingannato.
Vi ringrazio per aver compiuto il vostro dovere
custodi del bello, guardiani del vero:
sono io ad aver torto e voi ad avere ragione,
scusatemi se appesto l'aria con la mia canzone.
La la la...
Nei vestiti di una donna che vorrei perdonare
son nascoste le prove che mi posson salvare,
implorerò nella sua seta, nel fulcro delle sue cosce
con la maschera della bellezza per non farmi riconoscer.
Buonanotte mia notte, mia notte e una notte,
mia notte e una notte e una notte...
E' notte, ho paura, ascolto le tue parole,
sono state le tue guardie con gli occhiali da sole;
è così che ti umilian, è così che ti schiaccian,
un ginocchio nelle palle ed un pugno in faccia.
Lunga vita allo stato ed ai suoi boiardi!
Vostro onore, non ho visto,
rientravo a casa tardi...
mercoledì 14 aprile 2010
(H) ERO IN
(H) ERO IN
Ero in bagno a svuotar le budella
e non sono venuto ad aprire;
ero in strada, e la telefonella
non sentii, non sentii il suo squillire.
Ero in vena di dire minchiate
e non mi son tirato, no, indietro;
ero in buona, ma se le minchiate
poi le senti ti vien l’umor tetro.
Ero in auto e ascoltavo la radio,
un cantante che adesso è pulito;
ero in fallo e perciò nell’armadio
mi nascosi, sfuggendo al marito.
Ero in ansia per la generale
situazione politica stolta.
Ero in area: assist diagonale,
quello che liscio ogni santa volta.
Ero in classe a spiegare italiano
ma pensavo a tutt’altro, lontano;
ero in mezzo ad un bosco nel piano e
non sapevo il pioppo dall’ontano.
Ero in mezzo ai casini pesanti
e cercavo l’occhio del ciclone;
ero in abiti buoni, fiammanti,
e facevo il mio bel figurone.
Ero in atto, dopo la potenza,
ma è finito interrotto, mancato;
ero in vena – ma va’? – di demenza
ed indietro non mi son tirato.
11 febbraio 2010
sabato 13 marzo 2010
PRO OPERA SORDIDA – Dirty Work dei Rolling Stones

L’anno in cui cominciai io, il 1982, non era il migliore per innamorarsi dei Rolling Stones: è vero che suonarono in Italia, ma a Torino e Napoli, che per un 13enne che viveva a Roma erano troppo lontane (e poi iniziai poco dopo).
Non era un buon anno anche perché il successivo 1983 portò un disco come Undercover nel quale i pezzi rock, a parte un paio, erano banali e moscetti e quelli migliori erano un reggae e due funky: per la mia rigida idea di “rock” e di “commerciale” questi ultimi due erano troppo in là - come Torino e Napoli, in pratica. Il disco aveva inoltre, e ha tuttora, anche una copertina orrenda, il che non aiutava (questa tenetela a mente).
Un disco che oltretutto non portò neanche un tour, dunque per me buono a niente. In compenso gli anni successivi portavano notizie di liti e di probabile scioglimento della band, cosa che mi angosciava tremendamente perché rischiava di saltarmi il concerto: non li facevano, ma finché c'era il gruppo potevo sperare.
Poi un giorno arrivò l’annuncio di Dirty Work, che non portò il tour lo stesso ma almeno gli Stones, per il momento, esistevano ancora (riuscirò a vederli nel 1990, infine).
Era l’epoca (molto) pre-internet e le cose si sapevano dalle riviste - o dai quotidiani quando ne avevano voglia. A ridosso dell’uscita TuttiFrutti Settimanale, l’opinabile rivista di musica che compravo allora (non molto in sintonia coi miei gusti, in realtà, ma all’epoca a quello arrivavo), fece invece cosa apprezzata pubblicando un’ampia anticipazione del disco (peraltro graziosamente illustrata con i bei disegni del video di Harlem Shuffle), nella quale se ne tessevano lodi annunciandolo come un gran bell’album di rock.
Lo comprai il giorno dell’uscita, cosa che avrei fatto comunque ma che feci molto più volentieri dopo l’articolo, e praticamente lo consumai.
Trovai infatti che un bel disco di rock lo fosse davvero: magari non grande come diceva l’articolo, magari non “il migliore dai tempi di Exile On Main Street” (o Some Girls, ora non ricordo il paragone: con i successivi scoprii che a ogni disco degli Stones i recensori dicono una cosa del genere, salvo poi ribadirla al disco successivo), ma grezzo come da premesse e con svariati pezzi che apprezzai parecchio.
La tesa One Hit (to the body) col bell'attacco cassa-charleston-acustica e lo strano tempo di entrata di tutto il gruppo (tipo Start Me Up), il quasi punk della canzone omonima (con un accenno di jam alla fine e breve insolito rap di Jagger), la cover di Harlem Shuffle Keith-izzata come le loro cover migliori, la delicata, conclusiva Sleep Tonight con dedica a Ian Stewart morto durante le registrazioni: un buon bottino, tutto sommato, non troppo rovinato dalla maniera di Hold Back, Fight e Winning Ugly e condito dai divertenti giochi dub di Too Rude, dal funketto di Back To Zero e dalla grezzata di Had It With You.
Se a queste premesse si aggiunge anche l’età, appare ovvio che il mio giudizio fosse condizionato; ma quando l’ho riascoltato più avanti, ai tempi in cui avevo imparato a riconoscere in modo non soltanto istintivo i suoni commerciali da rock radiofonico anni ’80, non ci avevo trovato grossi obbrobbri: il produttore Steve Lillywhite, famoso per dare alla batteria un suono fragoroso (ascoltare i primi 3 degli U2 per farsi un’idea) e però capace anche di eccessi di pomposità (Sparkle In The Rain dei Simple Minds), qui non lillywhiteggia nemmeno troppo. Toh, qualche splash di rullante e poco altro, ma pienamente nella decenza: per sentire cantanti dei ’60 ammazzati da produttori modaioli 80s rivolgersi a Eric Clapton, al Dylan di Empire Burlesque - e peccato perché i pezzi meritavano, al Bowie di Tonight, ecc…
Mi è sempre risultata perciò piuttosto oscura l’opinione diffusa su questo disco, la quale emerge spesso parlando di musica in rete o altrove: ossia il marchio di infamia suprema che si porta dietro, la nomea di punto più basso della carriera di Jagger e soci, di più ignobile calata di braghe davanti al suono degli anni ’80 e di più ignominiosa caduta nel “commerciale” (secondo le mitologie 1 – dell’artista che a un certo punto “si commercializza”, 2 – degli anni ’80 come gli anni della musica commerciale).
Di solito basta chiedere a chi esprime questi giudizi se ritenga migliore Undercover per trovarsi davanti al silenzio, il che, insieme al fatto che tra gli imperdonabili difetti dell’album si nomini la copertina con le giacche colorate anni ’80 (riecco le copertine), dimostra che molti non sanno di cosa parlano.
Indicarlo come la pietra dello scandalo della discografia degli Stones è infatti per lo meno ingeneroso (soprattutto quando non la si conosce), oppure è appunto segno che o non si è ascoltato davvero il disco o non si conoscono gli altri che lo hanno preceduto e seguito.
Il discorso de “il migliore dai tempi di Exile On Main Street”, ha infatti una sua ragion d’essere nel fatto che Exile è in effetti l’ultimo grande disco degli Stones: i successivi seguono la formula 2-3 pezzi molto belli, qualcuno medio/di maniera e qualcuno proprio brutto. Le proporzioni tra questi 3 gruppi di canzoni in genere determinano il giudizio complessivo sul disco, ma in genere non ci sono grossissime variazioni.
Voglio dire che Dirty Work si colloca all’interno di un filone di opere che non splendono certo di fulgore aureo, è uno dei tanti dischi tardi della band, tra i quali non sfigura, anzi forse è anche tra i meno peggio.
Guardando gli altri, infatti, e ribadendo che in ognuno ci sono almeno un paio di canzoni meritorie, a partire dal ’73 abbiamo il moscetto Goat’s Head Soup, l’affaticato It’s Only Rock’nRoll (ascoltare con che altra grinta suonano l’omonima su Love You Live) anche se migliore degli altri, un caldo Black and Blue (ma basato sulla nuova musica nera pericolosamente vicina alla disco, per chi pensa a “non rock = commerciale”), un Emotional Rescue fiacchissimo come il secondo lato di Tattoo You (eccettuata Waiting On A Friend, ma hanno dovuto farci il video sennò non l’avrebbe ascoltata nessuno, sepolta com’era alla fine di una serie di noiosissimi e mal riusciti soul lenti), il già nominato, alterno Undercover, mentre le grandi lodi tributate a Some Girls non le ho mai capite (qualche tentativo di punk venuto maluccio, un grande singolo come Miss You, una title track banaletta, Beast of Burden che parte come il pezzo più fico e paraculo del mondo e dopo un minuto e mezzo ha già stufato: forse, avendo venduto uno sfracasso, a parlarne bene è un riconoscente ufficio stampa).
Dopo Dirty Work, invece, abbiamo il catalogo dei vari stili-Stones di Steel Wheels, e gli altri 3 che, con una produzione costantemente buona che schiva le cadute del passato, continuano a ripetere lo schema suelencato: 2-3 notevoli, il resto tra maniera carina e maniera anonima.
Come si vede, nulla per cui gridare al miracolo se non pezzi isolati: non a caso il loro disco più apprezzato degli ultimi 30 anni circa è stato Stripped: un live semiacustico nel quale suonano versioni abbastanza fedeli di quei classici di prima fascia e mezzo (non Satisfaction, per capirsi) più la cover di Like a Rolling Stone: non certo la novità ... (tra l’altro: la piantiamo di tradurre l’espressione e il nome del gruppo con “pietra/e che rotola(no)”? Significa “vagabondo”, e si sa da 47 anni circa).
Da qui le mie perplessità. Un conto è Between The Buttons, che nel decennio dei singoli-leggenda e di album come Beggar’s Banquet o Let It Bleed fa la figura del vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro; ma non capisco davvero questo accanirsi su un disco che abita tranquillo vicino a tanti fratelli simili e che tra l’altro provava - magari velleitariamente, ma ci provava – a farla finita con le moscezze produttive che avevano afflitto praticamente tutti i dischi post-’72 (errore che infatti dopo non faranno più) e che, oggettivamente, NON è più "anni '80" o "commerciale" degli altri.
Secondo me è la copertina. Che di regola, però, andrebbe anche aperta…
