martedì 30 settembre 2014

Una (parte di) mattinata con Lynch a Lucca

Allora, stamattina a Lucca per la lezione di cinema di Lynch.
Chiaramente, arrivando verso le 11 ora di inizio, davanti alla chiesa di San Francesco c'era già una discreta fila, ma nulla di trascendentale.
Invece la gente era già entrata tutta, comprese le scolaresche che erano le uniche che potevano prenotare i posti, e non facevano più entrare: mica perché fosse piena, ma perché erano finiti i posti a sedere e per motivi di sicurezza hanno chiuso gli accessi.
Da testimonianze in loco, pare che in occasione della messa di Pasqua tutti sti problemi non se li facciano e la gente stia in piedi a folle, ma per rompere le balle a qualche cinefilo, lasciato fuori a vantaggio di scolaresche che chissà che voglia ne avevano, invece sì.
Inizia l'iniziativa e da fuori partono un po' di proteste: la sera prima, per il concerto, avevano messo lo schermo fuori, oggi manco due altoparlanti per sentire che diceva. E siamo nel 2014.
A quel punto i simpatici e previdenti organizzatori, quelli che invitano Lynch ma non sanno che è famoso, chiudono proprio il portone.
Venutemi tutte le idee anarchiche possibili sul trattamento delle chiese, e con la certezza che la mia usuale solidarietà verso i festival culturali cui tagliano i fondi, nel caso in futuro toccasse a questo, funzionerà esattamente come la loro idea di sicurezza, resto lì e aspetto non so cosa - non prima di caffè e dolce.
Alle 12:30, rimasti lì io e una ragazza a contemplare la piazza, aprono le porte e ci fanno entrare ("prego prego, ci sono anche dei posti a sedere liberi" - !?!?), così sento l'ultimo paio di domande e assisto alla presentazione della Lucca virtuale in cui a un certo punto trovi i video lynchiani.
Il passo successivo è il tentativo di andargli a dire "grazie dei grandi film" e farmi firmare, che ne so, o il libro o Strade perdute, o Mulholland Dr., ma anche lì è a selezione: una folla intorno all'altare che piano piano, a furia di aspettare, si dirada, mentre lui sta è nel retro, diciamo l'abside, e qualcosa firma, più che altro distribuisce foglietti con autografi, uno dei quali tocca anche a me perché una ragazza si gira e fa "chi lo vuole?".
Io preferisco la personalizzazione degli oggetti, ma ho già capito che non la avrò e dunque foglietto.

Guardando la chiesa da dentro, è in effetti difficile pensare un posto più grande in cui avrebbero potuto farla, quindi ok, la gente era troppa nonostante il lunedì mattina; ciononostante, organizzazione veramente carente, e in piedi ci saremmo entrati, e casini analoghi ci sono stati, mi dicono, anche per gli altri incontri. Signori del Lucca Film Festival, vi do una notizia: Lynch non è Neri Parenti, i cui film attirano masse di spettatori i quali però non andrebbero mai a un incontro con lui. Lynch ha un pubblico di cinefili che agli incontri ci vanno, più i curiosi, più i presenzialisti. La prossima volta, visto che sarebbe il vostro mondo, magari cercate di saperlo.



Alla fine, sul palco/altare compare uno che pare proprio Ghezzi. Presente Enrico Ghezzi? Quello i cui discorsi sono MOLTO più comprensibili di certe scelte organizzative.

giovedì 4 settembre 2014

Parigi 2014




PARIGI 2014

A cena a casa
de mi' sorel,
si vede il faro della torre Eiffel

A cen da amico
dopo anni venti,
scroscia la fontana degli Innocenti

Poi sotto terra
vo e prendo il tren,
cambio a Michelangelo Grinderman

Mi stanco e godo
come un suino
nello stremarmi di metro e cammino.

E anche l'erede
quanto cammina!
Pensa che a Viareggio ancor passeggina.

Schioppa di folla
Tertre a Mont Martre:
non so, vogliamo porta' quarcun artr?

Olio su tavolo e
sedie turiste,
così la place, triste, più non esiste.

Ma è sempre bella,
mancarne è un guaio:
chissene del casino e del carnaio

(la città, dico,
non sol la piazza:
l'urbe lumosa che il cor mi sollazza)

Da troppo tempo
erone assente
l'assenza quasi prendea la patente*.

Forse i ricordi
non sono tersi,
forse ho veduto quartieri diversi;

ma sembra d'esser
in altra città
rispetto a quella in cui venni di già;

come più posti
che insiem non stanno,
come tre luoghi che un non ne fanno.

Ma è un'impressione
che non è vera:
la stessa, sai?, che mi fa Pontedera.


_______________________
* "Mancavo da quasi 18 anni".

mercoledì 23 luglio 2014

La storia di Isacco

STORIA DI ISACCO

La porta si aprì lentamente,
mio padre entrò;
avevo nove anni.
Incombeva alto sopra di me,
i suoi occhi azzurri splendevano
e la sua voce era molto fredda.
Disse "Ho avuto una visione,
e sai che sono un uomo forte e santo:
devo fare ciò che mi è stato detto".
Così si avviò per la montagna,
lui camminava e io correvo,
e la sua ascia era fatta d'oro.

Gli alberi diventavano più piccoli
e il lago era uno specchio da signora,
ci fermammo per bere un po' di vino.
Poi buttò via la bottiglia 
che si ruppe dopo un minuto,
e pose la sua mano sulla mia.
Credetti di vedere un aquila,
ma avrebbe potuto anche essere un avvoltoio
non ho mai capito.
Poi mio padre costruì l'altare,
ha guardato dietro di sé una volta sola:
sapeva che non mi sarei nascosto.

Voi che ora costruite questi altari
per sacrificare questi bambini
non dovete farlo più.
Un piano non è una visione
e voi non siete mai stati tentati
da un demone o da un dio.
Voi che adesso incombete su di loro,
le vostre asce spuntate e sanguinanti,
non eravate lì prima,
quando giacevo su una montagna
e la mano di mio padre tremava
per la bellezza del verbo.

E se adesso mi chiamate fratello,
perdonatemi se vi chiedo
"Secondo il piano di chi?"
Quando tutto diventerà polvere,
vi ucciderò se devo
vi aiuterò se posso.
Quando tutto diventerà polvere,
vi aiuterò se devo
vi ucciderò se posso.
E pietà sulla nostra uniforme,
uomo di pace o guerriero,
il pavone fa la ruota*.

(Leonard Cohen, 1969)


* L'ultimo verso non l'ho mai capito, ma il resto mi pare abbastanza chiaro.

sabato 19 luglio 2014

LA GERUSALEMME LIBERATA

LA GERUSALEMME LIBERATA

Oh, è da prima dei tempi del Tasso
che a quella gente laggiù
c'è qualcuno che gli rompe il casso.

(Giulio Pasquali - poeta)

mercoledì 25 giugno 2014

I Rolling Stones al Circo Massimo - La celebrazione dei misteri

Perché i Rolling Stones sono dei grandi?
Ci sono tanti motivi, ma ce n'è uno indicativo, riassuntivo, simbolico.
E cioè, che hanno scritto Gimme Shelter E NON NE HANNO MAI FATTO UN SINGOLO.
Qualsiasi gruppo avrebbe venduto membri della propria famiglia in numero corposo pur di avere in repertorio un pezzo del genere, qualsiasi musicista di una band i cui autori si fossero presentati con tale canzone avrebbe ringraziato il creatore in lacrime, dicendo "magari avremo successo solo con questa, ma intanto che colpo", e loro invece nulla.
Cosa devi avere al tuo arco per rinunciare a un singolo così?



E infatti nella domenica del concerto a Roma, città del Papa e giorno di messa, il primo mistero celebrato della saga Stones, tra i vari, è stato proprio questo:
come mai Gimme Shelter non è mai stata un singolo?
Non lo sanno nemmeno loro, probabilmente; forse perché appunto volevano dimostrare di saper fare anche gli album (e il precedente Beggar's Banquet, Let It Bleed che la contiene, il successivo Sticky Fingers e poi Exile lo dimostrano), ma a tutto c'è un limite.
E la sontuosa versione eseguita, con la solita Lisa Fischer sugli scudi, ha ribadito il mistero.

Il secondo mistero è come mai Roma, con 80.000 persone in pieno centro, non sia diventata una bolgia, ma lì c'entrano gli organizzatori: meno male, comunque.

Il terzo mistero riguarda la possibilità di scegliere una canzone della scaletta in una rosa diversa per ogni data, messa in rete e sulla app del gruppo (che io ho e, anche qui chissà perché, ho dimenticato di consultare nelle settimane prima del concerto: altro mistero):
perché a Roma le canzoni proposte erano Sweet Virginia, Loving Cup, If You Can't Rock Me, When The Whip Comes Down, Respectable e Ain't Too Proud Too Beg , belline ma non succulente quanto quelle di Madrid (ovvero Just My Imagination, Bitch, Street Fighting Man, Rocks Off, Get Off Of My Cloud e Like A Rolling Stone)?
Metterle così significa che in un caso scegli comunque una canzone meno bella e nell'altro sacrifichi svariati pezzoni; ma forse è perché, se avessero suonato Street Fighting Man avremmo assaltato Palazzo Chigi a mani nude.

Il quarto mistero è: perché, in quella rosa che comunque qualcosa di interessante lo presentava, gli spettatori di Roma hanno votato Respectable? Carina, eh, ma niente de che.

Il quinto mistero, quello della loro longevità, è ormai ampiamente celebrato. Ma Jagger si allena da sempre prima dei tour: Richards abusa della sua tempra, Jagger se la gestisce.

L'ultimo è: cari giornalisti, ma invece di parlare di organizzazione, costi e altro, talvolta importante talvolta chissene, parlaste un po' di musica?
Anche per dirne male, eh, ma visto che di concerto si parla...

venerdì 6 giugno 2014

Sulla riviera ligure

(Sì, sono manierista, ok.
E sono anche un trasher che ama l'indie ma guarda spesso Sanremo, d'accordo.
E soprattutto manierista, va bene)


Sulla riviera ligure

Sì, stasera sono qui
solo, sotto il sole di agosto,
son qui davanti a questa porta:
la solita strada, bianca come il sale,
e un canarino sopra la finestra.
E sulle terrazze del corso,
al buio, di notte,
marinai con gli occhi chiari:
fra tutti gli altri li ho riconosciuti
e i turisti impietriti non ridono più.

La notte ti somiglia
(se c’è la luna cambia di colore)
e io voglio restare rospo,
sudato che farei schifo a un piede;
ma in una raggiante Catania
(il nome di ogni città)
la mia piccola ribelle
sui fiori non vola più:
in tutti i luoghi, in tutti i laghi,
in acque alte fino alle ginocchia,
resta una mamma bianca, una barca nera
e la certezza negli occhi che ci avevano fregato.

In preda ad uno spasimo,
io mi... ti voglio senza amore,
un amore nucleare,
fra le rose di questo giardino:
quando gli anni son fucili contro,
voglia di stringersi e poi
poi non basta mai, tante cose da dirsi,
tesi e illusioni,
vecchi discorsi sempre da fare
per ore per ore per ore,
per colpa di una sottana
(però sapeva amare).

Magari tu ci sei, problemi non ne hai:
non cambi mai per davvero,
cambia il vento ma noi no.
E fare finta che è normale
una pizza in compagnia
in salsa verde
- ma noi, un tempo ci amavamo;
menta in bocca,
toccami con l’alito
nel mio profondo fondo.

L’ultima volta che sono morto
l’oppio ci costava meno di una birra:
tutto ha un prezzo, anche l’amore.

Guglielmo ha un reggipetto,
Amanda è libera,
Francesca è libera,
e adesso sta con lei
in attesa di vivere un sogno incredibile:
far guerra alla guerra
– ma certe croci sono enormi.

Mi sono perso.
Che confusione,
penso che un sogno così non ritorni mai più:
buonanotte a tutti voi, non vi disturberò.

venerdì 18 aprile 2014

GGM, molti anni dopo


Molti anni dopo, davanti allo schermo del suo iPod che gli comunicava la morte di Gabriel Garcia Marquez, Giulio avrebbe faticato a ricordarsi come fosse entrato in possesso del primo libro dello scrittore da lui letto, L'autunno del patriarca. La scoperta della letteratura aveva pochi anni, anche se non pochissimi, e l'iscrizione all'università ancor meno.
Forse era stato l'amico Brunero a consigliarglielo e lui, probabilmente se l'era fatto regalare seguendo quel consiglio. Il libro, con le sue frasi infinite, gli avrebbe fatto capire, insieme a Proust e a I sotterranei di Kerouac, che con la prosa si può fare ciò che si vuole (cosa definitivamente confermatagli più tardi da Pynchon), e anni dopo l'avrebbe usato in classe come esempio estremo di uso delle virgole, ricevendo dalla classe sorpresa il commento di un'alunna che disse "è molto intenso".
Se non altro non aveva visto il ghiaccio, quello dell'indifferenza.

mercoledì 12 febbraio 2014

La musa


Nei Campi Elisi dove, dopo la dipartita dal mondo terreno, si radunano le persone di ingegno, c'è Freak Antoni che sta parlando con Guido Gozzano. Entrambi hanno un'aria sconsolata.
Poco accanto ci sono il bluesman Muddy Waters e Lou Reed.
Freak indica il primo e dice al buon Guido:
"Ma te guarda: quello lì come seguaci, come allievi che dichiarano di essersi ispirati a lui, ha i Rolling Stones.
Quell'altro, quello de New York, c'ha tutti: da David Bowie ai Jesus & Mary Chain, più un altro migliaio.
E noi chi c'abbiamo? Giulio Pasquali.
Ma dimme te".
Gozzano fa una pausa, prima di rispondere. Poi dice:
"È vero. Ma pensa a quei due", e indica in lontananza Bunuel e Truffaut: "quando Ligabue ha fatto il film ha detto di aver riguardato i loro per ispirazione".
Freak ci pensa poi "Oddio, in effetti... via, va': va bene così".



(mi sto sKassando le balle di scrivere necrologi: finché si tratta di commentare fenomeni di costume tipo Michael Jackson o Amy Winehouse passi, ma che nel giro di poco tempo me se ne vadano Lou Reed e Freak Antoni no, ekkekkàspita: due muse, due ispiratori, Freak poi è veramente una musa principe del sottoscritto.

Su di lui e sugli Skiantos poi ho scritto qualche articolo, tipo questo, e un libro digitale, aggiornato però al 2007. Ma più che altro, sigh sigh sob... )

mercoledì 1 gennaio 2014

Le terze persone plurali

Le terze persone plurali, per definizione, sono tante;
di solito in "o", ma mica soltanto.

A Roma, spesso sono in "e":  "loro si piaceno"*, "poi la gente dicheno", "mo qui de stelle comete ce ne metto due così i Re Magi nun ce capischeno un c#§§o"**, ecc...

A Pisa, ma anche a LI e altrove, è in "a": "le correnti salgano, scendano"***, "noi non siamo quelli che il nipotino se lo farebbano di 'occio"§, "se lo devano ma anda' a stronca' ner..." §§. 

A Viareggio invece sono spesso in "i": "Oh, ma ar cavarcavia c'erino ancora forconi?" "Mah, c'è passata la mi' figliola ha detto che erino ancora lì, però 'un bloccavino più 'r traffio: ti fermavino un attimo, ti davino 'r volantino poi ti lasciavino passa' "§§§.

Eh, quante ne esistono (o esisteno, o esistano, o esistino).


_____________________
* Dal film "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola. La pronuncia il personaggio interpretato da Nino Manfredi, che si pone anche qualche domanda sulla corretta coniugazione della voce verbale.
** Roma, Trastevere, anni '80: frase rivolta da un decoratore di vetrine al suo collega e sentita con le mie orecchie. Ogni natale mi riviene in mente.
*** Un po' come Le nuvole di De André, che in pisano "vanno, vengAno...".
§ Questa invece l'ha sentita my sister.
§§ Traducibile più o meno con "dovrebbero piuttosto andare a farsi friggere".
§§§ Anche questa sentita con le mie orecchie ma a Viareggio, dicembre 2013.

domenica 29 dicembre 2013

Crestomazia di saggezze

Per festeggiare il centesimo post su questo blog, ecco qua una piccola collana di perle di saggezza, giuste giuste per ispirare i nostri atti durante l'anno nuovo e sì, famo pure i successivi:

(EDIT: ho fatto qualche piccola aggiunta)


"Un piccolo errore sul piano teorico si trasforma in un disastro su quello pratico"
- Lenin

"Revolution comes in the strangest ways"
- David Bowie.

"La mia timidezza m'incatena"
-Nada

"Ci sono posti al mondo
dai quali non c'è fuga,
stanze come questa nelle quali
restano le nostre rappresentanze,
i nostri uffici doganali"
- PP

"Così suo padre gli fa cenno d'aspettare
e il sindacato gli fa segno di firmare
lui se guarda il cielo, il cielo è un Comitato Centrale"
- Ivano Fossati

"Stay away from the future,
don't tell God your plans
- it's all deranged, no control"
- David Bowie

"And your morning will be brighter,
break the lines
tear up rules,
make the most of a million times NO"
- Bauhaus

"Mi gioco tutto con candore e furia"
- Rettore

"Remember me, I used to live for music"
- Leonard Cohen

"Se questa è la miseria,
mi ci butto con dignità da re"
- Vinicio Capossela

"Oh well, whatever, never mind"
- Kurt Cobain

"Gioco alla pleistescion
ma senza satisfescion
se squilla il cellulare
faccio un po' di conversescion"
- MGZ

"Ma intanto..."
- Laura Palmer

"If there's no future, how can there be sin?
We're the flowers in the dustbin"
- un Johnny Rotten in vena di teologia urbana

"Non mi interessano i consigli per gli acquisti
io resto in casa ad ascoltare i miei dischi
non mi interessano i bollini della spesa
saranno anni che non vado più in chiesa"
IoCarlo - L'ego

"Come piccoli giganti,
fuorilegge ma
sarà così
che diventeremo uomini"
- Matia Bazar

"Gli squali non mi avranno mai"
- Piotta

"Le dolcezze
sono come
le amarezze"
- P.P.

"Lontani dal mondo
portati dal vento
non chiedermi dove si va"
- Kerouac? No, Pupo!

“E’ giusto che tu possa essere te stesso, e se qualcuno ha qualcosa da ridire mandalo a fanculo"
- Quel punk del padre di Tiziano Ferro, quando il cantante ha rivelato di essere omosessuale
(anche se da qui non si capisce se l'abbia detto il padre o il manager)

"Cosa pretendi da un paese
che ha la forma di una scarpa?"
-Skiantos

"Tu parlavi difficile
come fa l'Europa quando piove"
- Paolo Conte

"Soffro lo stress, io soffro lo stress
sono stanco e fuori forma"
- Velvet

"Intorno a un piano
c'è sempre gente che fa baccano
ci sono occhi che si cercano
ci sono bocche che si guardano"
- Paolo Conte

"Ci vuole calma
e sangue freddo"
- Luca Dirisio

"Capenna? Conobbi un Arturo Capenna... Capenna... Capenna...
Sicuro! Alla Corte di Vienna! Sicuro... sicuro... sicuro…"
- Guido Gozzano

"La terra è di destra,
l'universo di sinistra"
- Stefano Benni

"Life is meant to be more than this
and this is a bum trip"
-Lou Reed

"La cambio io la vita che
non ce la fa a cambiare me"
- Patty Pravo

"E' un paese, l'Italia,
che ci ha rotto i coglioni"
- un sintetico Marco Masini

"We are vain and we are blind
I hate people when they are not polite"
- David Byrne

"Largo all'avanguardia. pubblico di merda"
-Freak Antoni

"Be my love,
we will be gods on nite flights
with only one promise,
only one way to fall"
- Scott Walker

"There's a bit of magic in everything
and then some loss to even things out"
- Lou Reed

"Sinceramente non tuo"
- P.P.

"Gl’Ignoranti odian le Lettere, e non le posson vedere; e perché non le posson vedere, per questo le odiano: ché se le Nottole avessero occhi con che mirar fiso nel Sole, Nottole non sarebbon, ma Aquile."
- Daniello Bartoli

domenica 15 dicembre 2013

PIÙ COOL CHE ANIMA(L)

Questo piccolo carme metropolitano-postmoderno è pensato come una canzone: la musica dovrebbe essere un electrofunk quadrato, tipo certi Big Audio Dynamite, mentre il testo dovrebbe essere declamato ma senza tanti eccessi, né brechtiani né MGZ né, soprattutto, quei cantati tra maniaco sessuale e pazzo del rock italiano.


PIÙ COOL CHE ANIMA(L)

Ai piedi Sorropago
in cuffia gli Ex-Otago
occhiali scuri e passo mezzo figo, mezzo drago.

L'aperitivo bitter
i follower su twitter
ritorno un poco piccolo col cioccolato Ritter

M'allumo namarbòro
con gesto bello boro
non scrivo né c'ho il fisico come un Apollodoro

Converso a dita e touch,
forse ci sto too much
giustiziano Gheddafi in strada, scrivo "Limortac..."

Alto il transumo d'alcool
tra le 7 e le 2:
pure nelle metropoli
viene allevato il bue.

Novembre già ci scass
che sta a arriva' crismàs,
me fa senti' meno cristiano del capo di Hamas.

Pallotta poi Tohir
fo orari da vampir,
la noia, c'ho du scatole che sembran due menhir.

Desolazione-Hopper
mi pippo un po' di popper,
divento settebello, briscola e napoli a coppe.

Il breakbeat techno-house
dalla disco son raus,
balla l'umore, ogni ora mi fa una curva di Gauss.

Ambienti poco belli
manco Bret Easton Ellis
descrive orrori uguali agli orridi grandi fratellis.

Cervelli zitti e cosca,
stasera l'aria è fosca,
la luna è nera come quella che dà Cloris Brosca.

In strada niente light,
uno da solo sbrait,
oggi e domani neri, pure crismas poco white.

giovedì 28 novembre 2013

Osteria numero uno



L'osteria è, com'è noto, luogo di convivio alcoolico, improntato ad un'informalità noncurante di freni inibitori linguistici o comportamentali: le risa e i canti (ma anche le liti) cui ci si abbandona spinti da Bacco, infatti, sono improntati in genere ad uno scarso rispetto dei concetti di "limite" o "misura", sono per definizione sfrenati, come indicano le espressioni "linguaggio / battute / canzoni da osteria", con le quali si intende indicare che la loquela è piuttosto scurrile e l'argomento è di quelli che il pudore vuole di solito esclusi dalle pubbliche conversazioni (i.e. riferimenti sessuali e/o corporali).

Ma le "osterie" sono anche un tipo di composizione popolare nata in questo spirito, nella fattispecie strofette (anonime come composizione e diffuse oralmente come genuina tradizione popolare vuole) con una musica e una forma precise: non si possono definire come un genere letterario/canoro vero e proprio (si trovano infatti spesso raccolte sotto l'unico nome di "Canzone delle osterie"), ma hanno appunto una forma ben codificata, ancorché semplice e duttile (da qui il successo).

Probabilmente non sono neanche nate proprio nei locali da cui prendono il nome, sembra piuttosto un'operazione letteraria consapevole, ancorché popolare, che ambienta nelle osterie qualcosa scritto in quello spirito, con quel tipo di umorismo: un umorismo crasso e popolano, che denuncia la propria origine geografica romana non solo nel dialetto in cui sono composti i versi, ma anche nel modo in cui spesso si accanisce irriverentemente contro il clero.

Operazione letteraria o meno, però, ciò non toglie che alcune di queste composizioni sappiano cogliere situazioni social-esistenziali in pochissimi versi e con estrema precisione nonché grande capacità evocativa.

Qui vogliamo analizzarne una, proprio la numero uno (che non è la prima visto che esiste, e in molte varianti, anche la numero zero), procedendo dapprima ad un'analisi generale della forma di queste "Osterie", poi verso per verso.

Dicevamo della semplicità e della duttilità di questa forma poetica: il verso infatti è l'ottonario, ossia il più facile e cantabile (da "Qui comincia l'avventura / del signor Bonaventura" a Tom's Diner passando per Margherita, se ne trovano esempi a vagoni), e la musica su cui vengono cantate è quella dell'introduzione de I Watussi di Edoardo Vianello - ma qui non sappiamo se venga prima l'uovo o la gallina.
La strofa invece è composta da quattro versi: i primi due, sorta di "fronte", vedono un incipit sempre uguale eccetto che per il numero o il nome dell'osteria in cui si presume sia ambientata (o raccontata) la storia che seguirà (appunto "Osteria numero..."), cui segue un secondo verso, in rima col primo, nel quale si enuncia la situazione. Entrambi, a causa del tono sospeso richiesto dalla natura introduttiva dei due versi, sono seguiti da un contrappunto che consiste nell'onomatopea "para-ponzi ponzi pò", ripetuta dopo ognuno dei due e abbandonata nei successivi.
I quali, anch'essi in rima tra di loro, sono quelli in cui di solito esplode la comicità - vera o presunta - rivelando il paradosso o l'eccesso della situazione o volgendola verso esiti o linguaggio sconci (ma a volte si parte già dal secondo verso, vedi una delle varianti della numero mille o l'irripetibile "Osteria del Vaticano").
Il componimento poi, sull'onda delle risate suscitate (anch'esse vere o presunte), si chiude con una sirma, o coda, facile e sempre identica, ovvero "dammela a me biondina, dammela a me biondà".

Nel primo verso dell'osteria in questione, come detto, ci si limita a enunciare il nome o il numero dell'Osteria:

Osteria numero uno

(apparentemente di poco conto, in realtà l'incipit svolge la funzione di assegnare un numero/titolo al componimento stesso).
Nel secondo

a casa mia non c'è nessuno

si enuncia la situazione: in questo caso, a prima vista, banale, con un verso che sembra a basso tasso di informazione; c'è però un dettaglio che alla luce del seguito acquista rilevanza e su cui torneremo.
I versi finali li leggiamo insieme:

c'è mi' nonno in mutandoni
che se gratta li cojoni

cui segue la suddetta coda "dammela a me" ecc... e che è irrilevante ai fini dell'analisi.

Fine; ma con che rara potenza icastica questi due versi finali descrivono un mondo!
Il mondo di un povero signore anziano, escluso ormai dal ciclo produttivo, che gironzola in casa sopraffatto dalla noia di una vita talmente vuota che l'attività più rilevante della giornata consiste appunto nell'assolvere a una funzione tanto banalmente corporale e quasi automatica quanto proverbialmente simbolo appunto di tedio da inattività.
Due versi che già a una prima lettura squarciano un universo; ma guardando ai dettagli si colgono ancora più a fondo i termini drammatici della situazione.
"A casa mia", ad esempio: chi parla è per forza il nipote (chiama l'anziano "nonno"), e se il nonno è in mutandoni a casa vuol dire che abita lì, perché i nonni, quando vanno a trovare i figli/nipoti/parenti vari, di solito si vestono eleganti, secondo gli antichi dettami del costume dei dì di festa. Si tratta dunque, quasi sicuramente, di un vecchio vedovo - quindi ancora più solo, che non ha più neanche una casa propria (o la giurisdizione della sua, se sono i discendenti ad essere andati ad abitare con lui).
I "mutandoni", poi, costituiscono un dettaglio rivelatore di molteplici elementi: in primis, col loro essere capo d'abbigliamento di un'antichità quasi grottesca avviliscono ulteriormente l'immagine dell'uomo, rafforzando al contempo quella di anzianità fuori dal tempo che lo definisce.
Ma oltre ad essere anche indicativi della sua esclusione dal ciclo produttivo (è in mutandoni, oltre che in casa, perché non deve vestirsi per andare a lavorare), se ci si riflette bene possono suggerire un quadro di disagio urbano ancora più marcato.
Per stare a casa in mutandoni, infatti, anche a Roma c'è bisogno che sia estate (in Sicilia potrebbe bastare una primavera avanzata, ma a Roma ci vuole l'estate); e se è estate, la casa potrebbe essere vuota perché la famiglia è partita per le vacanze, lasciando a casa il povero vecchio che ormai è considerato un peso; abbandonandolo nella solitudine delle città agostane, costretto in casa mentre la famiglia si rinfresca al mare e lui, siccome la tv come ogni anno ha detto che gli anziani non devono uscire nelle ore calde, non può manco andare arbarétto (il vino fa male, soprattutto d'estate, e poi probabilmente il posto è chiuso per ferie) né a guardarsi due operai che scavano una buca per strada come da buona tradizione di pensionato (anche perché nelle ore calde magari manco lavorano).
Un drammatico squarcio di desolazione urbana, al cui centro c'è questo pover'uomo del quale, nel secondo verso, si dice "nessuno", a sottolineare ancora di più la bassissima considerazione in cui il capitalismo avanzato tiene coloro che non sono più in grado di nutrire l'economia moderna con la sua natura di vampiro delle energie umane.
In pochi versi, un trattato di sociologia che non rinuncia alla potenza di sintesi del linguaggio poetico.

Certo, è un quadro ormai invecchiato: tutto questo infatti era vero (o più diffuso) prima della crisi.
Oggi invece il valore economico del nonno nella famiglia si è accresciuto, e il nipote lo guarda come colui che lo salva grazie alla pensione (maturata in tempi in cui il lavoro veniva tartassato un po' meno che non nei tempi neomedievali odierni), pensione da cui escono quelle occasionali elargizioni che per il giovane precario costituiscono provvidenziale boccata d'aria a soccorso delle sue finanze ballerine.
Ciò non toglie che la scena, ancorché (ma non del tutto) passata d'attualità, sia stata delineata con rara precisione ed evocatività.

Lode dunque all'osteria: non solo quella in cui si annegano i propri dispiaceri, quanto la forma poetica capace di restituiirci immagini di vita contemporanea storicamente determinate, ma vivide e potenti.
Prosit! (o: dammela a me biondina, dammela a me... ecc...)

venerdì 1 novembre 2013

Ultrascienza -> magia

Se è vera la teoria delle stringhe, come sembra, e se l'ho capita bene, cosa più improbabile, in pratica tutto l'esistente sarebbe collegato, sarebbe in continuità.
Per cui, lungo questo continuum sarebbe possibile inviare impulsi dal proprio cervello alla realtà circostante, magari ordinandole di cambiare: certo bisognerebbe prima risolvere dettagli non secondari tipo il come mandarli e il linguaggio in cui mandarli in modo tale che i riceventi li accolgano; ma trovati quelli, sarebbero dunque possibili cose che per la vecchia fisica sono pura magia.

Io ogni tanto provo a condizionare la realtà circostante pensando intensamente a ciò che vorrei, ma gli esiti sono scarsissimi.

Ste stringhe me sa che so' slacciate.

domenica 27 ottobre 2013

Sunday evening, and we're crying

Devo "ringraziare" gli organizzatori della tournée italiana di Lou Reed del 2006, i quali ebbero la brillante idea di far viaggiare lui, 64enne, su un pullman anche di notte, costringendolo a dormire -poco e male- seduto: in questo modo, quando arrivò a Firenze per il concerto era stravolto e poco disponibile (il ben noto caratterino, peraltro non aiutava), e così un saluto cortese ai due presidenti del sito italiano, Daniele e Paola lo fece, ma a noi del forum che eravamo arrivati un po' prima del concerto no.
Così non ho avuto l'occasione di conoscerlo: avrei voluto ringraziarlo per la grande musica, i grandi dischi e i grandi testi, per l'evoluzione positiva che aveva dato al mio gusto musicale - e non solo: quell'approccio ha detto tanto a me e ad altri (chi ha capito la bellezza raggiunta con tre cose in croce, almeno) - e magari fargli qualche domanda.
Insomma, mi avrebbe fatto piacere scambiare qualche parola con un musicista che ascoltavo dall'85 grazie a una cassetta che avevo chiesto alla buonanima di Felice, cugino di secondo grado che sapevo essere fan di lui e di Bowie, e al quale avevo allora chiesto compilation dei due, che conoscevo a frammenti (da un certo punto in poi, ascoltare Lou Reed era anche un modo di ricordarlo).
Da allora era stata una presenza forte tra i miei ascolti, era nel gotha personale, e se dovevo scegliere 3 gruppi uno erano gli Stones, l'altro i King Crimson e poi i Velvet Underground.
A un certo punto avevo anche scritto insieme all'amico Brunero una versione teatrale di Berlin per il suo gruppo di teatro amatoriale (3 repliche, alla prima c'era il Teatro Rossini di Civitanova Marche pieno: piccole ma splendide soddisfazioni), e non per caso il regalo di laurea che mi fecero gli amici fu il cofanetto dei Velvet Underground.
Forse non gli avrei raccontato della tradizione che avevamo io e mia sorella di ascoltare la domenica mattina la c-90 con VU & Nico da un lato (e Who's Next dall'altro, per completezza); o di quando l'amica Francesca morì improvvisamente e per giorni ebbi fissi in mente alcuni versi del capolavoro Magic and Loss, nel quale traeva dal lutto poesia altissima; o di quant'era bella Piazza dei Cavalieri a Pisa con un faro che proiettava su uno dei bei palazzi che la circondano l'ombra sua mentre cantava il tardo capolavoro Vanishing Act.
Forse nemmeno di un pomeriggio da 17enne quando mi trovai a lenire un momento di angoscia adolescenziale accanto allo stereo con Rock'n'Roll da Rock'n'Roll Animal, benedicendo quella musica che dava il titolo alla canzone e al disco: e quale altro pezzo poteva essere? D'altronde quelli sono i sensi del rock: uno questo, cioè accompagnarti da giovane mentre cerchi di capire come metterti davanti a sto pianeta del menga in cui sei capitato; l'altro, la condivisione.
Riguardo alla quale, grazie al suddetto forum italiano di Lou Reed ho conosciuto una serie di persone splendide, lì e su quello di Bowie (cui arrivai appunto da quell'altro). Anche qualcuna molesta, certo, ma that's life, bro, e per i primi accetto i secondi.
Nulla, non l'ho salutato, se non quando 2 anni fa a Pistoia lo vidi live per l'ultima volta: cantava bene come mai, ma fisicamente arrancava, e pensavo che difficilmente lo avrei rivisto in tour. Alla fine ne ha fatto un altro ma non in Italia, e così il saluto è stato quello.

E dunque ciao e grazie ancora di cuore.
Sono contento che una serie di amiche siano infine riuscite a vederlo, sono contento che abbia chiuso la sua discografia col controverso Lulu (altra provocazione), soprattutto, sono contento di averlo conosciuto e ascoltato per tutto questo tempo.

"There's a bit of magic in everything
and then some loss to even things out"

Voglio ricordarlo con quest'altro tardo capolavoro, particolarmente adatto:


E con quest'autoritratto sbarazzino:





Goodbye, mister.


giovedì 24 ottobre 2013

L'Ikea a Pisa: due parole, due mappe

Circa due anni e mezzo fa, a Pietrasanta, fu inaugurato un nuovo punto vendita della catena di elettronica Trony. L'apertura fu pubblicizzata distribuendo a tappeto in tutta la zona il consueto volantino che reclamizzava grandi offerte e prezzi convenienti.
Intorno a quei giorni, sentii un barista di Viareggio che parlava con un suo amico dicendogli "Ma hai visto il volantino? Ma mica convengono quei prezzi: c'è giusto un televisore che conviene ma il resto per niente". So che un barista non è una fonte di quelle indiscutibili, e personalmente non verificai, ma non era un concorrente e parlava con un amico, per cui deduco che i prezzi li avesse effettivamente analizzati e che dicesse una cosa sensata.
Pietrasanta per chi non lo sapesse è in Versilia, sull'Aurelia un po' sopra Viareggio. È un piccolo centro, ha un grande parcheggio dietro la stazione, e proprio a brevissima distanza dalla stazione c'è il punto in cui era sorto il negozio.
Nonostante la vicinanza del treno, però, il giorno dell'apertura fu il caos: non solo le file all'entrata, ma anche l'Aurelia bloccata per ore dalle macchine (vedi questo articolo), nonostante offerte non clamorosamente convenienti (pare), un grande parcheggio e per un negozio che non è male ma alla fine non è neanche enorme.

Si dirà che ormai l'elettronica va di moda, che se vogliamo qualsiasi cosa che usiamo alla fine è un computer e che quindi di certi negozi c'è richiesta.
Al riguardo, sono andato a guardare la mappa dei punti vendita delle 4 catene di elettronica di consumo più note, almeno a me, e ne ho ricavato questa piantina:


Ho circondato in bianco Pietrasanta per mostrare dov'è, non ci ho messo il Trony in questione per mostrare meglio, e nella cartina mi sono fermato prima di Firenze, limitandomi alla zona più o meno costiera.
Per capire le distanze reali, tra Viareggio e Pisa sono circa 23 km., e le altre di conseguenza: diciamo che ecco, in zona non mancavano davvero i negozi di questo tipo.

Certo, si trattava dell'inaugurazione, ma intanto per un negozio di elettronica in una zona che ne è piena è andata in tilt l'Aurelia.

Ora spostiamoci poco più giù, a Pisa, dove da anni si parla dell'apertura dell'Ikea e ora, dopo un primo momento in cui l'ipotesi era aprirla in una zona a nord (più o meno quella colpita dall'alluvione di Natale 2009), si è deciso - diciamo così - di spostarla più a sud, e a marzo 2014 dovrebbe aprire.
Siamo sempre sull'Aurelia, la strada di cui si parla qui, e in effetti confermo che a Roma una via Marmorata qualsiasi è più larga della suddetta consiliare.
E dopo aver ricordato che l'elettronica è diffusa, ma i mobili economici per la casa di più, è il caso di guardare un'altra mappa:



Il bacino di utenza del negozio pisano, per viabilità e geografia, comprenderebbe una fascia che va da sopra La Spezia fino a Grosseto e si spinge per un po' verso l'interno. E già Pisa, coi suoi numerosi studenti e le case in affitto a loro rivolte, con conseguente necessità di ammobiliarle, basterebbe.

Ora, a parte i danni agli altri negozi di mobili della zona (che già se la passano male), che nella concorrenza potrebbero starci, e a parte che mi ci servo anche io e se ci fosse stato già nel 2009 mi avrebbe facilitato una serie di cose, detto questo la domanda è un'altra:
l'avranno pensata bene la viabilità? Siamo sicuri che l'Aurelia reggerà l'urto di un tale bacino di pubblico? Avranno considerato tutto o prima i soldi, poi i soldi poi basta?
Il timore, e l'alta probabilità, sono quelli di scene apocalittiche di caos, ben peggiori di quelle pietrasantine.
Tanto per non fare paragonY.

martedì 1 ottobre 2013

Boldr-illa: du' forchettate d'orgoglio

Come ferve il dibattito cultural-antropologico nell'era del web, eh?
Sembrava che internet fosse il festival e il tempio delle ultraminchiate, il trionfo dell'idiozia superficiale, e invece...
Invece i dibattiti rimbalzano, si linkano l'uno all'altro in un mix che comprende tutto: il femminicidio, la pubblicità, le sue rappresentazioni stereotipate e superficiali, la Boldrini, le famiglie finte e quelle vere, la pastasciutta, i matrimoni gay, i ruoli legati ai sessi, la ridefinizione degli stessi. E chiaramente più ferve il dibattito più alto è il numero delle boiate che volano, ma ci sta: è il prezzo di un buon fermento di riflessione, è accettabile (a patto che ogni tanto magari voli anche qualche idea intelligente).

Detto che tra le scemenze poco centrate, molte vengono da chi non distingue la gentilezza dalla schiavitù (tipo lui) o da chi confonde una cosa fatta per premura da una fatta perché il sesso, la condizione o il ruolo lo vorrebbero "naturalmente", rimane il fatto che è un dibattito complicato, in un'epoca in cui le identità sessuali si trasformano senza aver ancora raggiunto una fisionomia definitiva, con incertezze e crisi di ritorno indietro.

Io dico solo una cosa: se uno vuole ritirare fuori l'orgoglio maschile non lo fa certo mettendo una schiava in cucina o alla lavatrice. Anzi.
Intanto perché se la tua virilità dipende dal non toccare mai una pentola o un detersivo vuol dire che è ben poca cosa (diciamo anche: ce l'hai esistenzialmente piccolo, ecco).
Ma poi: senza scomodare Losey e il suo celebre film, chi si circonda di servi è ben poco padrone.
Nel senso che il maschietto che si crede tanto virile perché si fa cucinare e lavare da una donna, e che anzi trae orgoglio dal non saper proprio fare certe cose, è un poveraccio e uno schiavo: è quello che prima si è fatto servire da sua madre e quando si è cercato una donna ha cercato un rimpiazzo, un'altra serva.
E finché per mandare avanti casa dipendi da qualcun altro, finché o c'è la serva o sei perduto, schiavo lo sei davvero: sei ricattabile, non hai autonomia, e - tanto per non essere grezzi - le uniche palle che hai sono quelle per cui ti tengono (per tacere dello squallore di una relazione basata su questi presupposti).
Si dirà che ognuno è libero di fare quello che vuole, anche accettare di dipendere da qualcun altro, affari suoi.
Ok, benissimo: io dico che le incombenze di casa in una famiglia si dividono, equamente e senza adottare ruoli stereotipati e superati ma piuttosto usando realismo, senso pratico e consapevolezza delle predisposizioni e delle abilità personali, ma appunto ognuno fa come vuole, se per qualche oscuro motivo gli piace così.
Anzi, se non fosse che questo implica spesso che in questo modo altri(e) NON fanno quello che vogliono, gli direi pure buon divertimento.
Se non fosse.

mercoledì 10 luglio 2013

Er papa

L'amico Luigi, viareggino, ha scritto su Facebook che ci vorrebbe un Belli o un Trilussa che scrivesse un sonetto che dice "Er papa se n'è annato a Lampedusa", ed ha aggiunto "non 'il Papa': ER papa".
Io non sono né Belli né Trilussa  - ma nemmeno Zanazzo; però, vista la loro assenza mi ci metto io a scriverlo.

Ecchelo:

PAPA CECCO.


Er Papa se n'è annato a Lampedusa
a da' 'na mano e 'n ame a chi ssa mmale:
era la prima escita sua ufficiale,
e la destinazzione è poco usa.

E 'nfatti ecchela subbito l'accusa
che parla bbene, sì, bell'ideale,
ma governa' è diverso, e ar criminale
je devi fa' trova' 'a porta chiusa.

Mo, nun lo so si 'sto papa Bergoglio
è pe' davero 'n'anima pia e retta
o è 'n genio daa comunicazzione;

ma 'ntanto pò risponne con orgoglio:
"Pur'io ho sofferto fame e privazzione,
e annai pur'io in mare su 'na caretta".

*****
2: "Ame": amen. "ssa": sta.
3: "Escita": uscita.
5: "Ecchela": eccola.
11: "Daa": della.
14: "Caretta": carretta, come nell'espressione "le carrette del mare" per indicare i barconi dei profughi.

domenica 12 maggio 2013

M'HANNO DANNO


Non m'han mozzato a machete in Ruanda
o fosforato di bianco a Falluja,
non m'ha bruciato il ne-pizz-io una banda
né deportato in una notte buia.

Non m'han volato in manette dal plano
né missilato la casa con scuse,
non vivo in terre assetate e rinchiuse
né a ricino fo il saluto romano.

Non m'hanno in camere a gas sterminato
né m'han democratizzato a cannoni:
vivo, non stento nel Biafra di fame.

No: qualcuno m'ha sfatto, e poi è scappato,
la macchina ferma, tutto qui: amen…


…però quanto me girano i coglioni…

martedì 9 aprile 2013

TUTTO AZZECCATO, BABY.

Piantiamola un po' coi piagnistei e i complessi: quello che abbiamo sempre detto era...


TUTTO AZZECCATO, BABY.


In quei palazzi dov'è opaco il vetro,
palazzi grigi-cemento e -potere
dove l'intento è tetro
ma, pur nascosto, si fa ben vedere,
nulla si salva, non certo l'umano
di cui rimane niente:
chi li abita e comanda ne è lontano,
chi ne è regnato è cifra solamente.

Sono anni che è così, tipo duecento,
da prima dei partiti
(poi in altri tristi palazzi ingrigiti),
da quando solo qualche movimento
diceva già questo, che era evidente
a chi non è cecato,
lo dicevamo ed era, chiaramente,
tutto azzeccato.

Che quel po' di ricchezza, bricioline,
che viene dal mercato
tanto mondo, primo e terzo, alla fine
l'avrebbe sangue e catene pagato;
che ogni rapporto umano
sarebbe diventato un'altra merce
che segue, come l'oro - ma anche il guano -
le sozze del mercato leggi e lerce
- e non è strano,
specie dopo che il buon Karl l'ha spiegato:
ovvio perciò che, altro che ulivi e querce,
noi invece avevamo azzeccato,
baby, tutto azzeccato.

Che dopo aver risistemato
l’Italia anche sui monti col fucile,
che dopo avere il ventennio archiviato
darsi a dei maneggioni baciapile
significava 40 di bile
per 40 anni lo abbiamo sgolato;
che la novità social(iber)ista
t’avrebbe fregato;
e passar poi a un cumenda piduista
saccente e liftato,
sarebbe stata cosa invero trista,
tutto azzeccato;
che rimpiazzarlo dopo co' un banchiere
(che io vorrei sapere
davvero a chi piace)
che la politica fa con l'orbace,
sarebbe stato identico a cadere
dalla padella nella brace;

che la deregulation
imposta a ferro e forza
t’avrebbe dato poca satisfaction;
che lanciarsi nella demente corsa
a presunta ricchezza
che doveva venire dalla Borsa
e dalla sua stoltezza
sarebbe risultato una schifezza;
quella contrattazione
dove corre un cavallo iperdopato
e il ricco vince i soldi del coglione,
dove la sola redditizia azione
è starne lontani: tutto azzeccato.

Che dal crollo del Muro
un cavolo ci avremmo guadagnato,
che iniziava un periodo ben più scuro
l'avevamo gridato;
con buona pace di Edo Bennato
che invece s'è affrettato
a rimettersi a fa' il predicatore
(ma dopo: bella forza) e ha "rinnegato",
cantando più che altro con livore,
la logica, però, e chi gli avea dato
parecchio, ossia quel pubblico impegnato:

tutto azzeccato, Edo,
tutto azzeccato.

E adesso che le banche
ed altre delinquenti istituzioni,
che i re delle palanche
ci tengono stretti per i coglioni
(non solo, ma anche
con l'intenzione seria di strizzare:
cosa non nuova, ma ha un lungo passato),
che ne diffidavamo
mi tocca ricordare,
e che anche ciò, di ciò che dicevamo,
era tutto azzeccato.

E basta vergognarsi, diamci un tajo,
per qualche - lo so, tragica - idiozia
combinata da qualche macellaio
che più che del movimento operaio
è nella storia della psichiatria:
rimestare, a che serve?
Certo, di errori abbiamo accumulato
caterve,
tra cui cadere, al voto, nelle spire
del capitalismo ben temperato -
cui almen possiamo dire
di non aver mai davvero abboccato -
qualcosa speriam d’avere imparato;
resta che ciò per cui abbiamo lottato
sempre, era azzeccato tutto,
baby:
tutto azzeccato.