martedì 2 marzo 2010
Le 10 canzoni italiane più brutte del decennio
So che fare ora questa classifica significa escludere le ghiotte meraviglie che i discografici ci stanno sicuramente imbandendo per quest’estate, ma il 2010 ci ha già dato il trio sanremese, difficile che proponga qualcosa di pari livello; e in caso l’accoglieremo a braccia aperte.
È una graduatoria che già con una sfogliatina alle compilation di Sanremo verrebbe fuori di tutto rispetto; ma il Festival è talmente fuori dalla realtà che non rappresenta adeguatamente la musica italiana nemmeno nei suoi aspetti deteriori, al punto che alcuni dei più luminosi obbrobri prodotti dalla nostra tradizione hanno seguito altre vie per infettarci le orecchie (come minimo dovremmo almeno integrare con le compilation del Festivalbar).
E poi non ci si può affidare a soluzioni facili: bisogna abbandonarsi ad un rilassamento zen e, nella calma, lasciare che dal mare della memoria salga alla mente la schiuma: non gli esempi esplicativi della bruttura media, però, bensì proprio i campioni, quelli la cui bruttezza possiede una marcia in più, una scintilla, un lampo che li fa diventare proverbiali.
Per questo ho lasciato fuori la Pausini, Gigi D’Alessio e Nek, che sono sì turpi, ma mancano nel loro repertorio de LA canzone, quella che li marchia a fuoco, quella che addirittura si stacca dal resto dell'opera dell’autore (il quale può anche essere, o essere stato in precedenza, addirittura capace di cose buone) per isolarsi nella sua paradigmatica, sublime, granitica infamia (Nek in realtà c’era andato vicino, proprio a Sanremo, ma nel decennio scorso: canzone antiabortista, manco a dirlo, la quale però deve aver esaurito le sue energie lasciandolo a vivacchiare in questo decennio con canzoncine incapaci anche di delinquere alla grande).
E non parliamo del trash, che personalmente intendo come un delinquere a suo modo anche simpatico (vedi Egoista, per esempio, o Calma e sangue freddo), né di certo altro pop che una sua dignità ce l’ha tutta (vedi Rosso relativo) e dunque non compare. Ho anche evitato di sparare sulla croce rossa ( w w w mi piaci tu, per non fare nomi), mentre il non seguire Amici probabilmente mi ha tolto di mira qualcuno che avrebbe meritato.
Detto questo passiamo all’elenco, partendo dalla decima e salendo come le hit parades vere (ma le posizioni, specie quelle di vertice, non sono rigorosissime).
-Irene Grandi – Per fare l’amore
Roccaccio da Bignami, cartolina della rocker aggressiva, suono finto sporco ma in realtà curatissimo e allo stesso tempo saturo in maniera fastidiosa, cosicché, quando uno sente pezzi come questo al supermercato, sotto alla voce c’è solo una pappa informe, cacofonica e molesta (il punk? Magari…). Il ritornello centrato su una frase che, come la musica, fa finta di essere sfrontata ma in realtà è innocua completa il quadro.
Certo, non è solo lei: sto tipo di rock tarocco infesta le classifiche da decenni, e queste note valgono anche per altre voci di questa classifica. Ma includerla è una sorta di riconoscimento a La tua ragazza sempre, che condivide i difetti di questa ma con un refrain ancora più pesante e avvilente. Altro che i Cure, questa è musica che deprime davvero: Ire', continua come ora, che da quanto hai cambiato collaboratori la situazione è migliorata di parecchio.
-Gianna Nannini - Sei nell'anima
Vedi appunto alla voce precedente. Anche qui una bella cartolina con scritto “madonna che grinta, che core…”, che palle… e un ritornello che, con la solita cacofonia di sottofondo e nel suo abbandonarsi facile facile su tre note che sembrano il riassunto di Caruso, si presta alle dediche su Radio Sentimentalismo Deteriore.
Devo capire come hanno fatto i lettori di una rivista di musica che aveva fatto un referendum per la canzone italiana più bella di sempre a votarla come sesta: per me non è la sesta nemmeno qui.
-Gianluca Grignani – L’aiuola
oppure
-Litfiba – Elettromacumba ?
Una bella lotta: il Pascoli techno-coatto di Grignani (la metafora dell’aiuola, spostata verso pratiche fetish) o il delirio dei primi Litfiba post-Pelù in vena di rassicurare i fans che quanto a gigioneria spaccona nulla sarebbe cambiato, anzi?
Scelta difficilissima, ma alla fine in classifica ci mettiamo il brano del Grignani: intanto perché musicalmente è orrendo, mentre Elettromacumba iniziava con una chitarrina spigolosa che faceva pensare a un pezzo magari semplice ma efficace.
E poi perché un ritornello, una frase, una parola, un titolo come Elettromacumba è talmente assurdo da essere sublime, ispira risate e simpatia, è a suo modo coraggioso/a nell’eccesso impavido, nello sprezzo totale del senso del ridicolo. Coraggio che è invece mancato a Grignani: il tocco di seduzione di proporsi come, ahem, barbiere non è male ma già che pascoleggi vai fino in fondo e canta “ti arerò la vigna”, no? Tanto è quello che intendevi.
-Vasco - Ti prendo e ti porto via
In quest’epoca di barbari presuntuosi, a parlar male di un cantante rischi che i fan ti picchino sul serio, e tra i suoi non mancano certo quelli capaci di farlo. Nascosto dietro lo schermo di un computer, però, mi concedo di affermare che questa canzone è una schifezza (e che non è, ahimè, l'unica della sua produzione recente), e chiedo ai fan di Vasco: ma siete contenti di sentire il vostro eroe che frega il ritornello alla Canzone di Cibernella? E dai …
Il ritmo tecno-burino in sottofondo, poi, non aiuta davvero.
-Povia - Quando i bambini fanno oh
Perché questa e non Luca era gay? Perché questa è molto più retorica (bisognerebbe proibire l’uso dei bambini anche nelle canzoni, oltre che negli spot: o meglio, ignorare brutalmente chi ricorre a questo trucchetto da due lire) e molto peggiore come arrangiamento: in quell’altra almeno un minimo i produttori hanno lavorato, e il testo, a leggerlo bene, faceva pensare che Luca prima si divertisse molto di più: qui niente, manco un’ombra di ambiguità, sentimentalismo a oceanate e basta.
E poi questa gli ha dato il successo, ed è una colpa che le vale la classifica.
-LigaJovaPelù - Il mio nome è mai più
Due meriti questa canzone ce l’ha: la possibilità di giocare sostituendo le ultime due parole del titolo con tante altre come Cafu, Belzebù, Gesù, Manitù, Manzù, lo stesso Pelù; e poi l’entrata in scivolata a gamba tesa dello stesso Piero il quale, quando tocca a lui, si annuncia partendo da lontano con uno dei suoi leggendari “heah” tirato bene bene a lungo a realizzare uno dei momenti più coatti della sua carriera (e quindi dell’intera canzone italiana).
In realtà avrebbe avuto anche il merito di uscire ai tempi dell’infame guerra alla Serbia: autori “di sinistra” (vabbè, poi dice che… lasciamo stare, va) che criticano un governo “amico”; peccato che poi non si siano dimostrati all’altezza del loro coraggio negando e rifugiandosi dietro un pacifismo generico.
Con questa, tre autori in classifica con un colpo solo.
-Elio e le storie tese – Shpalmen
“Ma come mai non ti piace Elio?” mi chiede ogni tanto qualche amico. Ecco perché: per quest’umorismo da parrocchia, per il compiacimento con cui dicono grezzate da asilo convinti di aver trasgredito chissà che.
Quando ho sentito per la prima volta questa canzone alla radio non sapevo di chi fosse, e credevo si trattasse di una brutta copia di Elio e co.: invece erano gli originali, ovviamente, con un testo che sembra fatto apposta per darmi ragione, basato su un supereroe che va in giro a spalmare di escrementi la gente: grande idea, eh? grande pezzo ... e ci hanno pure fatto il singolo. Posso essere perplesso?
-Flamino Mapphia - Ragazza acidella
Basterebbe il modo stentato e faticoso in cui rappano, lo zoppicare sgraziato delle rime, per condannare senza remore la canzone all'infamia e gli autori a cambiare mestiere. In più c'è la tristezza dell'ennesima canzone che se la piglia con quelle "che se la tirano": ancora? Una rivalsetta piccola e meschina, da repressi veri, che fa venir voglia di avvicinarti per un momento a quelli che hanno il culto dell'estetica e dire "pe' forza è acida: ma ve siete visti allo specchio?".
Oltretutto non sanno manco il romano: "acidella" è un diminutivo ironico, cioè si dice "un po' acida" volendo dire "molto acida". E quindi non si può dire "parecchio acidella": a parte che non lo usa nessuno e poi "parecchio" è già sottointeso ironicamente in "acidella"; e inoltre fa schifo a sentirsi.
Il fatto di aver avuto, in un'altra canzone, la bella trovata di celebrare l'amore per l'Urbe dicendo "stasera sei così bella / che te darei 'na bottarella", pur arguta davvero, non li riscatta.
-Pupo, Emanuele Filiberto ed il tenore Luca Canonici - Italia, amore mio
Vedi post su Sanremo. Esecranda. Prima fai causa allo Stato italiano perché, poverino, hai vissuto da miliardario nel mondo ma non in Italia e poi vieni a dire "amore, amore"? Tra l'altro, ottima scelta di tempo: in questo periodo l'Italia fa venir voglia di pigliarla a calci in bocca, altro che…
Poi, darling: la nobiltà, come concetto, è basata sull'eredità, sulla storia che la tua famiglia si porta dietro; per cui, se ti vuoi far chiamare Principe la storia della tua famiglia te la prendi tutta, nel bene e nel male, invece di fare il paraculo (il che, però, dimostra che sei inequivocabilmente italiano).
-Simone Cristicchi - Studentessa universitaria
Su questa scrissi molto, vista la quantità inenarrabile di cazzate e errori di punto di vista che riesce a inanellare nei sempre troppi versi che la compongono.
Qui mi limito a dire che non capire che gli studenti a fare l'università generalmente SI DIVERTONO, specie se fuori sede, vuol dire avere lo stesso senso della realtà di un eroinomane all'ultimo stadio, e che scrivere una canzone per dire a una ragazza "cosa studi a fare? vai a fare la mamma che quella è vita vera" a me fa rimpiangere la nobile istituzione educativa della nerbata sulle gIngive.
E l’anno successivo ebbe anche il coraggio di andare al Festival con una copia di questa, solo con gli accordi in minore perché il tema era “serio” e allora ci volevano gli accordi “tristi”, perché “in Italia per parlare di certe cose ci devi mettere per forza la tragedia” (un Sommo amico che non nomino per privacy). Ovviamente vinse, ekkettoodicaffa’?
Fine. Oh cazzo, lo sapevo che qualcuna me la sarei scordata: me so scordato Biagio Antonacci e il pezzo in cui, su ritmo sudamericano lento, “gnaulava come un gatto con le emorroidi” (sempre il Sommo amico). Vabbè, amen…
mercoledì 17 febbraio 2010
Sanremo 2010: prima serata
giovedì 4 febbraio 2010
Pennac: resoconto di un incontro col pubblico
Anni fa (parecchi) andai in Campidoglio, credo presso la sala della Protomoteca ma non ne sono sicuro, ad assistere ad un incontro tra Daniel Pennac e il pubblico.
Naturalmente assistetti a poco: arrivato lì la sala era già piena, e io e altri fummo fatti accomodare in una saletta vicina nella quale c'erano delle casse acustiche che diffondevano almeno l'audio dell'incontro.
Non ricordo come ebbi l'idea di prendere appunti, ma l'ho fatto.
Certo, non è una trascrizione fedele: sono i miei appunti di quello che diceva l'interprete di Pennac, tra lo scrittore e voi ci sono almeno due filtri; e per di più in un paio di punti gli sono stato poco dietro, ho ricostruito.
Però è una testimonianza, ciò che diceva era interessante, quindi divulgo.
Buona lettura.
Appunti dell’incontro con Daniel Pennac, Roma, Dicembre ‘95.
Daniel Pennac: Ho iniziato facendo satira politica, poi un saggio, un po’ come Bulgakov; poi ho deciso di rompere con la priorità data al senso e di iniziare a raccontare storie: non potevo credere che nessuno, neanche gli intellettuali, avesse più voglia di ascoltare storie.
Intervistatore: Come mai un buono assoluto? Perché ha scelto un Malaussène come protagonista, cioé un buono assoluto? Pennac è un autore straordinario e coraggioso.
D.P.: Non sono un autore straordinario, l’altro giorno alla radio un critico stava dicendo “Non lo reggo proprio Pennac, è un coglione”, con una veemenza che gli faceva onore. Per quanto riguarda Malaussène, è la conseguenza dell’invenzione delle professioni, e viene giudicato per quello che fa. Il capro espiatorio ha una funzione sociale; io mi sono detto che un capro espiatorio unico, salariato, sarebbe più economico. L’idea viene da un libro del semiologo Renée Girard e l’ho caricata un po’. Poi da un’idea é diventata un romanzo. Céline ha detto che se alla fine della scrittura del romanzo l’idea da cui è nato è ancora lì, il romanzo é un fallimento.
Int.: Malaussène non esce mai da Parigi: potrebbe vivere in un’altra città, tipo Roma?
D.P.: Penso di sì, Malaussène è il prodotto di una città; io vivo a Parigi e scrivo lì. Se fossi stato romano M. sarebbe stato romano, e così via. Il fatto che voi siate qui dimostra che avrebbe potuto essere romano.
Int.: La saga di Malaussène sta finendo: non sono d’accordo!
D.P.: I critici che mi odiano mi fanno onore, perché vuol dire che sono diventato la ragione d’essere di qualcuno. Sulla fine di Malaussène ho un argomento: non si può trasformare un capro espiatorio in una gallina dalle uova d’oro.
Int.: Malaussène è già morto, in fondo; il problema è il figlio, Signor Malaussène, che promette bene.
D.P.: Riguardo alla “Prosivendola”, una signora mi ha scritto: “Ho letto il libro fino a pagina … (dove Malaussène viene apparentemente ucciso): dopo quello che lei ha fatto non potrò più essere sua lettrice”. Poi, dopo tre settimane mi ha riscritto dicendo di considerare nulla la sua lettera precedente perché una sua amica le aveva detto che Malaussène era vivo. Non è una tragedia che Malaussène finisca: in fondo finisce con una nascita, come nella vita. Il motivo è che mentre scrivevo “Il paradiso degli orchi” ho avuto l’idea de “La fata carabina”, mentre scrivevo “La fata…” ho avuto l’idea de “La prosivendola”, eccetera eccetera; mentre scrivevo l’ultimo ho avuto altre idee e voglio portare avanti quelle.
Int.: Malaussène aveva la caratteristica di essere sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Suo figlio nasce in un obitorio: è ereditario il destino?
D.P.: Malaussène di ciò ha paura, dice che i capri espiatorii andrebbero castrati. E’ tipico degli uomini porsi problemi metafisici sulla procreazione; poi si radunano nelle case e costruiscono le bombe. Le donne sono più sagge, sopravviviamo grazie a loro.
Int.: Se hai un idolo, qual è? Cosa consigli come lettura buona e avvolgente?
D.P.: A queste domande semplici è difficile rispondere. Non amo gli idoli; ho amici, una moglie, non ho idoli. Per la seconda domanda, Johnathan Coe, “La famiglia Winshaw”. Struttura comica, ma perfetta. In confronto Malaussène è un manuale di razionalismo.
Int.: Modelli letterari?
D.P.: Johnathan Coe, anche se non lo sapevo ancora.
Int.: Conosce Rodari?
D.P.: No, ma tutti i bei libri che non conosciamo abbelliscono il nostro avvenire; ad esempio per voi Johnathan Coe…
Int.: Tornando ai modelli?
D.P.: E’ difficile, perché leggiamo, leggiamo, e tutto crea una base da cui nasce qualcosa. E’ più interessante vedere cosa si fa quando si ha voglia di leggere e si è già letto Johnathan Coe, per cui bisogna aspettare. In quei casi rileggo Shakespeare, anche se in modo stupido perché penso sempre che Desdemona ce la faccia. Leggo anche le novelle di Checov.
Int.: Un biglietto con una domanda dal pubblico: “Siamo contenti che Pennac sia a Roma, ma dov’è Julie Corrençon?”
D.P.: Riguardo a Julie ho già spiegato che non faccio autobiografia, te le devo dare? Quando uno crea una donna che piace, tutti pensano che l’autore stia parlando della propria. Julie è un archetipo: è una giornalista militante, moralista. Malaussène però la commuove, lui e questa famiglia, e anche Malaussène è attratto dall’umanità che vede in lei e che cerca di aumentare.
Int.: La traduttrice italiana?
D.P.: Ne sono contento, i Malaussène sono difficili da tradurre, alcune cose sono impossibili. Jasmine si è presa la libertà di di trasporle in un linguaggio che le rendesse, senza chiedermelo; e questo è possibile conoscendo la lingua d’origine, ma anche quella in cui si traduce. Il successo di questi libri in Italia è dovuto anche all’ottimo italiano delle traduzioni.
Int.: Il tuo rapporto con Benni?
D.P.: Devo alle traduzioni di Jasmine il fatto di essere qui, ma devo a Benni il fatto di essere pubblicato da Feltrinelli.
Benni ha a casa un trofeo, una testa di renna con grandi corna, in plastica: è una sua caricatura, c’è tutto lui. Lo conosco, ho letto in TV la novella del Bancomat ribelle. Amo questo tipo di umorismo acido.
Int.: Che vuol dire “La morte è un processo rettilineo”?
D.P.: Per rispondervi, vediamoci alla mia morte: non sarò un agonizzante esemplare perché mi arrabbierò, ma in quel preciso momento avrò la certezza che la mia vita è stata un processo rettilineo.
Int.: Il fatto che suo babbo fosse un militare ha influito sulla creazione di Belleville?
D.P.: Mio padre era un militare particolare, un sognatore; per questo non ho pregiudizi sui mestieri. Era una persona speciale. Una volta venne un suo sottoposto a dirgli “Il soldato XY chiede di essere esonerato dal servizio poichè affranto per la dipartita della consorte”; e lui “Ma che significa? Richiesta respinta!”; poi ci ripensò e disse “Ma che significa ‘affranto’?”; e il sottoposto “‘Dispiacuto’, Signore”; “E ‘Dipartita’?”; “‘Morte’, Signore”; “E ‘Consorte’?”; “‘Moglie’, Signore”. E lui “Ah, ma allora non è affranto per la dipartita della consorte, è dispiaciuto per la morte della moglie: permesso accordato”. (L’aneddoto l’ho trascritto a memoria, non è riportato fedelmente parola per parola; qualcosa è andato perduto. Il senso e la struttura erano più o meno questi, comunque)
Int.: Il nuovismo? Il nemico di Malaussène è Saint-Claire che è nuovo in tutto; lui disprezza tutto quanto è nuovo, ama i vecchietti.
D.P.: Non disprezza il nuovo, ma l’uso che se ne fa. Un sociologo inglese, in un libro intitolato La Tradizione del Nuovo ha detto che il nuovo è la più vecchia delle tradizioni. Mi danno fastidio le persone sciocche che si buttano a capofitto nel nuovo non capendo che è appunto la più vecchia delle tradizioni; come i dirigenti che cacciano il personale per lasciare un’impronta e invece creano disoccupazione.
Int.: Non c'è troppa attualità nell'ultimo?
D.P.: Si vedrà tra 30 anni, se sarà ancora letto, se l'attualità che c'è nel romanzo lo danneggia o no. Lo scrittore si nutre di memoria ma anche di attualità. E' difficile capire cosa invecchia in un libro; in Gide lo stile, in Proust nulla, in Joyce nemmeno; riguardo a Shakespeare le commedie sono più difficili da leggere nonostante facciano meno riferimento all'attualità.
Int.: Uno scrittore si nutre di tutto; oggi ci si confronta con molti mezzi di comunicazione: c'è chi esalta la differenza della letteratura e chi mischia tutto e con tutto si confronta. Pennac si confronta con tutto: cinema, fumetti, ecc…
D.P.: Credo che il romanzo rimanga lo strumento più duttile per percepire la realtà: per il romanzo bastano penna, carta, e il mio sapere, questa è la materia del romanzo. Ci sono due scrittori, Piccoli e Benacquisto, che da giovani non hanno mai letto libri, guardavano la TV, che in questo caso stranamente non ha fatto danni, e l'immagine ha creato due romanzieri. Sono prudente qundo si deve fare un confronto tra immagine e parole.
Int.: Come mai tutto questo giocare coi corpi? In Signor Malaussène c'è del … "cannibalismo eucaristico"?
D.P.: Riguardo al cannbalismo, non siamo più cannibali non perché siamo migliorati noi ma perché è migliorata la cucina. Il senso di minaccia che c'è sulla famiglia Malaussène c'è perché il tempo passa e si è portato via alcuni miei amici; per cui cerco di scherzare sui corpi, sui medici; la classe medica è l'ultimo luogo ancora antropofago, basta pensare al traffico d'organi, al sangue infetto, con un ministro in Francia che si è detto responsabile ma non colpevole. Nella prosivendola mi chiedevo come avrebbero reagito le cellule del corpo alla morte delle cellule cerebrali: questo cervello centrismo, franco-centrismo, euro-centrismo… (qui finiscono gli appunti; l'ultima frase raccolta, fuori contesto, è..:) …il telefonino è metafora del cordone ombelicale.
domenica 10 gennaio 2010
martedì 1 dicembre 2009
Chuck Norris
Chuck Norris ha sistemato i conti pubblici italiani.
Usando le ricette di Tremonti.
Chuck Norris la guarda la versione di 5 ore della Corazzata Potemkin: quando vuole divertirsi.
Chuck Norris potrebbe vivere 100 anni a Milano e continuerebbe ad usare “piuttosto che” in modo corretto.
Chuck Norris le 10 domande se le fa da solo
(“e non risponde”, M. Magurno).
Chuck Norris ha impedito la costruzione del ponte sullo Stretto rendendolo troppo largo a calci. Poi ce l’ha costruito lui.
Chuck Norris ha riaggiustato le reni alla Grecia.
Chuck Norris continua a votare PD.
Chuck Norris, quando va con le trans, si fa fare il video; poi ricatta i carabinieri.
Quando Terry Gilliam ha girato un film con Chuck Norris tutto è filato liscio, ha finito in tempo e gli sono anche avanzati i soldi.
Quando la polizia ferma Chuck Norris per un controllo e lo porta in cella per una notte sono i poliziotti che dopo hanno i lividi.
Chuck Norris ha autorizzato lo Stato a costruire un edificio pubblico attorno al chiodo con la sua immagine appesa.
L’influenza suina si è vaccinata contro Chuck Norris, ma ha vinto lui lo stesso.
giovedì 26 novembre 2009
Una vignetta cretina
Con questi risultati:
lunedì 23 novembre 2009
Gli occhiali di Midge Ure
A un certo punto del sublime carme, che si chiama Mutazioni e che non è qui sul blog, facevo una similitudine che capivo solo io con gli occhiali di Midge Ure: anche il resto della poesia era verbosa e contorta, in verità, ma quel passaggio era proprio incomprensibile, a meno di un superintuito, a chi non fosse me.
Ora lo spiego, avendo finalmente scritto la poesia esplicativa che avevo in mente già allora e pubblicandola; dovrebbe essere leggibile anche autonomamente, aihop.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
(io spero un poco prima) mi trovai
a fare un piccolo salto nel tempo
in fondo a un grande negozio di hi-fi.
Dentro la stanza dei 5 + 1,
dolby surround, grossi televisori,
c’era un programma che, quando lo fecero,
per me era nuova la tv a colori.
Uscito in dvd dopo vent’anni,
più o meno, lo mandavan su ogni schermo;
e mentre con la mente andavo indietro
col corpo ero incantato, e stavo fermo,
fleshato a ricordar quel vecchio giorno
del gran concerto detto “Vita Aiuto”,
con gran parata di nomi preclari,
vecchi e chi il successo aveva avuto
da poco e in quel momento cavalcava
la cresta pop dell’onda nuova inglese;
e il vertice era senza dubbio quello,
suonare trasmessi in ogni paese.
E già lo stadio a Londra era strapieno
più di ogni altro possibil lor concerto;
tra gli altri, sul palco inglese Midge Ure
salì – benché fosse estate – coperto.
Sarebbe più esatto dire protetto
dalla pressione dell’immensa folla:
lo spolverino ’80 a far corazza,
barriera la chitarra ad armacolla,
gli altri Ultravox a coprire le spalle,
tutti schierati dietro a una canzone
anch’essa stile ’80, ai cui riff
aggrappare la lor concentrazione.
Cantava in essa di lacrime agli occhi
ma pure quelli avevano davanti
una barriera, ossia occhiali a specchio
che riflettevan di Wembley gli astanti
nella parte inferiore, mentre in quella
più alta c’era il cielo sovrastante
sbiadito dal catodico, ma a luglio
so che era più intenso: sempre distante
nella sua immensità sotto la quale
tutto succede, si alterna e scompare
in giorni triturati in successione
di oblio, dal quale li viene a salvare
un qualche fatto pubblico o privato
che stampa un segno sopra a una giornata
ed è come se al muro l’appuntasse
dopo che dal cestin l’ha ripescata.
E mi chiedevo cosa avesse in testa
in quel momento che non scorderà,
in quel giorno che anch’io serbo appuntato,
dietro gli occhiali che cosa, chissà,
mentre il cielo di Wembley nel negozio
specchiato negli occhiali si specchiava
- attraversando disco, schermo ed occhi -
nel riflesso che in me si conservava;
quando due schermi azzurri, in un istante,
intensamente indietro mi han portato
al giorno di Midge Ure e al mio lontano,
da umano a digitale a uman passato.
martedì 29 settembre 2009
Parmi un pardi
impure periron.
Parer potrebbe
pera per porco:
però un parà
non per eroe.
20 settembre 2009 circa
Altro che Nostradamus: fumetto profetico
Un vecchio articolo del 2002 scritto per Made in U.S.A. online ma mai pubblicato. Rispetto ad allora, la Planeta-DeAgostini ha preso il posto della Play Press come editore della DC Comics in Italia, pubblicando parecchio ma, ahimè, non la Suicide Squad. Della quale peraltro sono uscite all'inizio degli anni 2000 un paio di nuove serie negli USA, una delle quali ad opera proprio di Ostrander: in Italia non si sono viste neanche queste, ma visto che nel 2011 dovrebbe uscire un film tratto da questo fumetto magari prima o poi pubblicheranno qualcosa.
Scena: Manhattan. Titolo della storia: “Battleground: Manhattan”. Svolgimento: Dopo una panoramica sul cuore della Grande Mela, accompagnata da didascalie che parlano del suo grande potere ma anche della sua fragilità, un gruppo di supercriminali comincia a seminare morte e distruzione tra la popolazione. Alla fine della loro azione, dichiarano alla tv: “Siamo la Jihad. Ognuno di noi proviene da un paese che è in guerra a causa dell’intervento più o meno diretto del governo americano. Questa notte proverete ciò che hanno provato le nostre terre d’origine”.

Ci fermiamo qui. Qualcuno dirà “Bene, finalmente anche il fumetto americano ha deciso di affrontare i temi politici del momento con coraggio. L’esempio di Authority e degli ultimi X-Men è servito”. Qualcun altro si chiederà se è l’inizio di una nuova serie o un nuovo episodio di quelle appena citate. Qualcuno infine troverà di cattivo gusto l’aver messo sotto la vignetta che raffigura le Torri Gemelle la didascalia “Mecca per alcuni” (riferito a cosa rappresenta l’isola nell’immaginario delle persone), ma in generale gli amanti del fumetto impegnato saranno contenti di sapere che qualcuno ha deciso di parlare del dramma dell’11 settembre in toni un po’ meno retorici di quelli dell’albo speciale dell’Uomo Ragno.
Nulla di tutto ciò: il fumetto in questione è uscito nel settembre del 1988 (esatto, OTTANTOTTO) ed era per l’appunto il numero 17 di Suicide Squad, una serie durata 64 numeri uscita per la DC Comics tra il 1987 e il 1992.
In essa si narravano le gesta di un gruppo di superesseri che svolgevano in segreto missioni “spinose” o delicate e particolarmente rischiose per conto del governo americano. La cosa particolare era che, a parte un nucleo più o meno fisso, i supertipi in questione venivano reclutati ... tra i criminali! Il governo proponeva loro di svolgere una missione e in cambio avrebbero avuto una riduzione della pena.
La premessa è già insolita, ma non era l’unico elemento originale della serie: intanto il funzionario governativo che comandava il gruppo era una donna nera (e grassa, per di più); poi non si sapeva mai chi sarebbe arrivato vivo alla fine dell’albo: i personaggi morivano davvero. Né l’intenzione dell’autore (John Ostrander) era quella di raccontare storie nelle quali il cattivo, messo a lavorare per il suo paese, arrivava a capire l’importanza del bene e a redimersi: i partecipanti alla missione avevano tutti un bracciale che avrebbe fatto saltare loro un braccio se avessero provato a scappare o a toglierselo; quanto al bene, le missioni non erano esattamente quanto di più immacolato (benché nessun membro della Suicide Squad abbia mai tirato missili su un matrimonio...).
Ovviamente, bisogna dimenticarsi del tipico eroismo e dell’abnegazione classica dei fumetti di supereroi: se mai arrivava a manifestarsi qualcosa di simile ciò avveniva per vie strane: il realismo e l’umanità dei personaggi erano tali che, se non erano buoni nel senso classico, non erano nemmeno totalmente cattivi, e nei loro comportamenti poteva sempre trovare posto anche un moto di bontà, fosse sincero o dettato da interessi personali. Tutto ciò rendeva le storie imprevedibili: come già detto, non si sapeva mai chi sarebbe arrivato vivo alla fine dell’episodio (e state tranquilli che non risorgevano ...) né cosa avrebbe combinato un personaggio: le missioni potevano fallire per i più svariati motivi. Nel corso di questa serie abbiamo assistito anche a tentativi di controllo più stretto del gruppo da parte di qualche politico; a membri della Squadra che impazzivano; al capo, Amanda Waller (uno dei più grandi personaggi dei fumetti DC), che a un certo punto finisce per un anno in carcere; e anche alla nascita di Oracolo (le copertine di quei due numeri ovviamente sono di Bolland).
Ma a parte questo, era il clima delle storie ad essere assolutamente peculiare: per fare un esempio, in uno dei primi numeri c’è una scena memorabile in cui Captain Boomerang (un vecchio nemico di Flash, personaggio fisso della serie di Suicide Squad) sta per avvertire un’altra del gruppo che stanno per spararle alla schiena; poi però si ricorda che lei l’aveva umiliato davanti agli altri prima della missione e non la avvisa, lasciando che la uccidano. Non è esattamente il tipo di comportamento cui ci avevano abituato Superman o i Vendicatori ...
Figlia sicuramente di Watchmen e del suo approccio rivoluzionario alla figura del supereroe, ma senz’altro originale per contenuti e toni, visto che per trovare qualcosa di simile abbiamo dovuto aspettare Authority (sia Ellis che Millar), gli X-Men di Morrison, la X-Force di Milligan (nota successiva: anche gli Ultimates, sempre di Millar), questa serie all’epoca risultava decisamente nuova e insolita. Chiuse per disaffezione del pubblico, ma non certo perché le storie fossero scadute di qualità. All’autore Ostrander furono anche concessi sei numeri in più (rispetto a quello con cui avrebbe dovuto chiudere la serie) per chiudere tutte le trame lasciate in sospeso. Fu anche sfortunata: come raccontò Ostrander, l’idea che il governo americano finanziasse operazioni “sporche” e segrete in altri paesi era assolutamente nuova, e per qualcuno avrebbe anche potuto risultare sconvolgente; poi, qualche mese prima dell’uscita del numero 1 scoppiò lo scandalo dell’Irangate, e l’idea della serie ne risultò disinnescata: la realtà era tranquillamente al passo con la fantasia.
È un peccato che in italia questa serie si sia vista poco (qualcosa in occasione di crossovers tipo Invasione e basta), né c’è speranza di vederla ora: già ai tempi in cui la Play Press pubblicava ancora testate da edicola i suoi redattori affermavano che non avrebbero pubblicato “materiale pre-Crisis” (prima) e “pre-Ora Zero” (dopo); e nonostante la loro attuale iperproduzione di volumi da libreria dubito che ne vedremo qualcuno dedicato alle gesta del gruppo di Amanda Waller. È un peccato, dicevo, perché oltre che bella questa serie aveva anche precorso tendenze delle serie attuali. E non solo tendenze, anche elementi precisi: il capo di X-Force, infatti, non è il primo personaggio che storia dopo storia si trastulla con l’idea del suicidio. A parte un personaggio che a un certo punto lo commette davvero, c’è il Conte Vertigo che per gran parte del corso di Suicide Squad medita e riflette se farsi sparare o no da Deadshot; e che squadra suicida sarebbe se non ci fosse stato in ballo qualcosa del genere? E l’ultima scena dell’ultimo numero, giustamente, risolveva finalmente la questione...
mercoledì 9 settembre 2009
4TY 4EVER.
perenne quarantenne…
nemmeno troppo scandalo
se vai co’ ‘na ventenne.
Se me ce incontra il padre
forse salvo le penne;
to be forty forever,
per sempre quarantenne.
In testa l’esperienza,
ma anche la freschezza
(pure se la demenza
non appare saggezza);
la sfango di salute
e domino a bellezza
(anche se c’ho la chierica
e non la bianca frezza).
‘st’età la trovo splendida
(un po’ ancor ti dà spleen,
ma quello mai vien meno):
vòi mette coi fourteen?
Sai meglio assai la strada
e vai a tutto gas,
ancora: te lo dico,
forty kicks fourteen’s ass!
Mi piglia un po’ il pensiero
se penso a fine di anno,
ma sul mio ama’ i 40
la cosa non fa danno,
perché la mia passione
per quest’età è assai tanta;
tant’è che la terrei
almen pe’ altri quaranta;
già un po’ so’ fatto con
lo stampo Dorian Gray,
quaranta anni quaranta
anni avere vorrei.
Perché la vita è stronza
ma io la dribblo indenne,
to be forty forever,
per sempre 40enne…
giovedì 13 agosto 2009
"Sticazzi" e "mecojoni" 2 - un ringraziamento, un'ammenda e qualche altra cosa.
"Sticazzi" e "mecojoni": una questione filologica
in un articolo addirittura intitolato partendo dagli esempi che avevo fatto per spiegare la differenza tra le due espressioni.
"Me cojoni!", dunque? Certo, ma colgo anche l'occasione, oltre che di ringraziare di cuore l'esimio linguista per la citazione e per avermi fatto scoprire che ogni tanto qualcuno questo blog lo legge, anche per scrivere la seconda puntata di quel post che avevo in mente da un po', visto che nel frattempo ho scoperto altre cose rispetto alla questione.
Una è che su wikipedia dicono tranquillamente che "sticazzi" a Roma significa "e chi se ne frega" e al nord invece indica meraviglia e stupore davanti a qualcosa di clamoroso: non si dice nulla del fatto che l'espressione sia di origine romana e solo successivamente si sia diffusa (con significato improprio) altrove, come uno di quei tormentoni di cui parla appunto Bartezzaghi, ovvero quelle espressioni che a un certo punto iniziano ad andare di moda oltre i loro confini originari.
Un'altra, a parte questo sito, è un'intervista a Enzo G. Castellari apparsa su Ciak! di maggio 2009 in occasione della presentazione a Cannes di Inglourious Basterds di Tarantino, il quale ha ripreso il titolo del suo film da uno di Castellari (che considera suo maestro), intitolato all'estero Inglorious Bastards, in Italia Quel maledetto treno blindato.
E proprio parlando di titoli, il regista italiano dichiara:
"Io ho una teoria romanesca: il titolo funziona se ti fa esclamare di cuore "me' cojoni!", non funziona se la reazione è "...e sti cazzi". Inglorious Bastards? "Me' cojoni!", "Quel maledetto treno blindato"? "...e sti cazzi".
Spesso sono riuscito a convincere i produttori (Vado l'ammazzo e torno: "me' cojoni!"; La polizia incrimina, la legge assolve: "me' cojoni!". A volte no: La battaglia d'Inghilterra: "...e sti cazzi"."
Come si vede, la differenza è chiara.
Ma la cosa più importante dell'articolo del Venerdì è un'altra, e cioè che ho scoperto di aver fatto un errore madornale, di cui devo fare ammenda.
Avevo infatti interpretato "me cojoni" come contrazione de "i miei coglioni", facendoci su anche delle analisi; scopro invece da Bartezzaghi che "me cojoni" sarebbe in realtà "mi coglioni? mi stai coglionando? mi prendi in giro volendo farmi credere una cosa così incredibile?". Un modo sboccato, insomma, di dire "davvero"?
Probabilmente sono stato indotto all'errore dal tono esclamativo con cui si pronuncia l'espressione: l'interrogazione -pur retorica- originaria, infatti, si è ormai persa, e "me cojoni" viene pronunciato a metà tra "accidenti" e "però", e dunque non ho mai sospettato che ci fosse una domanda, finendo per attribuire significato ed etimologia errati all'espressione. Errore di cui chiedo venia e faccio ammenda pubblica qui.
Però... a pensarci bene, dire "coglionare" per "prendere in giro" è come dire "mi tratti da coglione", implicando che un coglione (in senso anatomico) sia qualcosa di scarso valore: e qui si torna al discorso dell'altro post sul punto di vista neutro maschile, per il quale i coglioni (sempre anatomici) valgono poco a) perché ce li hanno tutti b) perché all'uomo non interessano (ribadisco che il punto di vista omo nella cultura popolare non è contemplato).
L'altro discorso, quello per cui davanti a una cosa clamorosa si nomina qualcosa di sacro o importante tipo "per Giove", è invece confermato dall'espressione che in romano e dintorni è "fregna!" ma che è diffusa in tutta Italia nelle specifiche varianti dialettali (ho sentito con le mie orecchie un amico di Cremona esclamare "figa!" con lo stesso identico significato di commento stupito).
E quindi, alla fine, in qualche modo tutto si tiene.
P.S.: Riguardo all'ultima esclamazione citata andrebbe ricordata una poesia di Cesare Chiominto che però in rete non trovo; mentre sorvolo io sulla famosa barzelletta dell' ejaculatio praecox...
venerdì 24 luglio 2009
Ma Phil Collins ha copiato Ivan Graziani?
Mi sa che è successo un po' di tempo fa, ma non me ne sono accorto subito.
E' un peccato, c'ero affezionato perché appunto gli dovevo il mio esordio, e tra l'altro gli articoli me li avevano anche pagati: da non credere.
E benché non ci collaborassi più (tralascio la storia, l'ho capita poco anche io) mi faceva piacere sapere che i miei scritti fossero ancora lì: anche perché è stato grazie a quegli articoli in rete che il direttore di sentireascoltare mi ha ammesso tra i collaboratori.
Ho deciso perciò di ripubblicarne uno, il più famoso di tutti, quello sul presunto plagio di Phil Collins ai danni di Ivan Graziani: lo definisco così perché l'ho ritrovato linkato o riprodotto varie volte in rete (sempre col mio nome, per fortuna).
Ora che la sua sede naturale, d'origine ha chiuso, mi pare giusto riportarlo a casa sua, quella dell'autore: pe' 'na volta che ho 2 grammi 2 di quasi-seguito che faccio, lo lascio andare?
L'articolo è del 2001 circa, per questo c'è scritto che la canzone di Phil Collins, del 1991, "è di una decina d'anni fa"; e tra l'altro nominavo anche Michael Jackson...
Ma Phil Collins ha copiato Ivan Graziani?
Quante volte avete sentito questa storia? Magari commentata con grandi tirate sul fatto che siamo troppo esterofili, che non consideriamo abbastanza i nostri talenti per seguire invece qualunque cialtrone straniero, che i nostri sono bravi quanto e più degli altri, tant'è che ci copiano, come Michael Jackson con Al Bano e così via. Magari avete pensato anche voi, un giorno, ascoltando la radio, che A groovy kind of love e Agnese si somigliano un po' troppo...
E dunque plagio, visto che la prima risale a una decina d'anni fa e la seconda è decisamente più vecchia.
Le cose però non stanno così, la faccenda è più complessa, e in tutta la storia Phil Collins è il piu' innocente di tutti. Ma andiamo per ordine.
Collins incide nel 1991 A groovy kind of love per la colonna sonora del film Buster di cui è anche attore protagonista. Ma il brano è una cover di un pezzo dei Mindbenders, uscito nel 1965, rifatto tra l'altro in italiano un anno dopo dai Camaleonti, con il titolo Non c'è più nessuno. Phil Collins dunque è innocente, non ha copiato nessuno, tantomeno Ivan Graziani.
Su Ivan Graziani torneremo più tardi; ora passiamo ad un'altra storia. Una mia ex ragazza mi raccontò che un giorno mentre si esercitava al piano, arrivò sua madre a dirle "Ma cosa suoni, Agnese dolce Agnese?". In realtà stava suonando un normale esercizio di pianoforte composto da Muzio Clementi, un musicista del Settecento che ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo della didattica del pianoforte, la Sonatina op. 36 n. 5. Uno dei due compositori di Groovy kind... aveva studiato piano classico ... dunque è vero che A Groovy Kind of love è un plagio, ma non nei termini in cui si crede.
Nella sezione "plagi" del sito http://www.spotmusic.it [ormai scomparso da tempo] è possibile ascoltare campioni di questo e di altri casi di somiglianze sospette o certe. A proposito di questa canzone (o di questo esercizio per piano) i curatori del sito ne segnalano anche due successive "riprese" in ambito dance, ma non essendo io in possesso di questi dischi, e non potendo quindi leggere i "credits", non so se si possa parlare di plagi, covers o rielaborazioni.
La questione a questo punto diventa: cosa ha fatto Ivan Graziani?
Ci sono varie possibilità:
1) Ha guardato nel futuro e plagiato Phil Collins (... beh ...)
2) Ha plagiato i Mindbenders
3) Ha plagiato i Camaleonti
4) Ha plagiato Clementi, ignorando che avesse già provveduto qualcun altro
5) Ha scritto casualmente una melodia uguale (...mmmm... se possibile è più improbabile dell'ipotesi 1)
6) Ha semplicemente ripreso la canzone sostituendo il testo con uno di propria composizione, esattamente come avevano fatto i Camaleonti con i Mindbenders e come mille altri gruppi beat con decine di canzoni straniere.
Per dirimere la questione, sono andato a controllare alcuni dischi di Ivan Graziani. Non essendo riuscito a procurarmi una copia dell'album originale, per l'appunto Agnese dolce Agnese, ho controllato alcune antologie e live che non mi hanno chiarito nulla. In alcuni infatti il brano e' attribuito solo a Ivan Graziani (che significa plagio, perché è come se dicesse di esserne l'unico autore), mentre su un live c'è scritto "elaborazione di Ivan Graziani", che però potrebbe essere una attribuzione successiva a una segnalazione di qualcuno.
L'unica è trovare la vecchia edizione in vinile dell'album e controllare: Ivan Graziani in persona non può più dircelo ormai da qualche anno. Quello che emerge è che a quanto pare Clementi aveva inconsapevolmente colto nel segno: prima ha scritto una hit, poi però l'ha confinata in un libro di esercizi.
Sulla pratica in uso da parte dei cantanti di copiare, invece, non è il caso di insistere: è giusto stigmatizzarla, ma in fondo il rock è musica di arrangiamento, di esecuzione, di suono, di ritmo, e solo secondariamente di composizione: al riguardo, si puo' anche fare uno sforzo ed essere "Clementi"...
(Conclusione: dopo aver scritto e pubblicato l'articolo, un lettore del sito mi segnalò che in effetti sul vinile originale la canzone era attribuita al solo Graziani. Plagio, dunque.
Ma da chi? Ipotesi 2, 3 oppure 4? A giudicare da quanto scritto sui dischi successivi, si direbbe che l'abbia ripresa alla fonte; ma non è detto, perché dicendo di averla ripresa da Clementi non avrebbe dovuto pagare i diritti, mentre se avesse detto di aver ripreso A Groovy Kind Of Love -versione inglese o italiana poco importa- avrebbe dovuto pagare i Mindbenders.
Chissà...)
venerdì 26 giugno 2009
Blood on the Dance Floor
Negli anni '80 le cose non erano come oggi: scegliere se ascoltare Michael Jackson o i CCCP significava veramente scegliere la parte del Muro in cui collocarsi.
Io ero un giovane rocchettaro comunista, e mal distinguevo il soul e il funky dalla loro sorella "commerciale" disco-music (anche perché in alcuni punti i confini erano labili), quindi per me quella musica era il Nemico.
Certo, alla fine nel pop ci imbattevamo tutti, ci circondava; e prima di diventare rocchettaro al 100% Thriller me l'ero fatto regalare anche io. Alla fine però quella musica non la amavo, e col soul e con il funky ho tuttora qualche problema: non sono i miei generi preferiti, anche se ogni tanto esprimono dei pezzi sublimi: quando me ne piace uno mi piace veramente TANTO.
Per vari motivi, perciò, non amavo Michael Jackson (men che meno i dischi successivi a Thriller), e quando parlavo di musica con gli amici per me era addirittura il paradigma della musica "commerciale", finta e di scarso valore (successivamente l'ho sostituito con Jovanotti e poi con Gigi D'Alessio).
Al riguardo, ricordo ancora un veejay di Videomusic che, evidentemente commentando le prime stranezze che uscivano sul conto di MJ, disse "è solo un ragazzo che vuole fare musica, della BUONA musica...".
Quel "buona" mi colpì parecchio: come "buona"? Per me era il simbolo della pessima musica (il fatto che fosse eccellentemente suonata non lo sapevo né consideravo, e forse conta fino a un certo punto), come si poteva definire "buona"?
Capii cosa significava "buona" musica per un certo tipo di mentalità: quella che non era "sporca" e "cattiva" come i miei amati Rolling Stones o altri che mano mano scoprivo in quegli anni, era quella rassicurante, che evitava imperfezioni, stranezze e difficoltà di ascolto: il Nemico, come ho detto. Tutto sommato fu un pezzetto di costruzione di identità anche questo...
Eppure, nonostante ciò, per chi ha la mia età c'è poco da fare: Michael Jackson è stata una figura centrale, più per noi che lo abbiamo visto passare da cantante famosissimo a Re che per chi è arrivato dopo e lo ha trovato già sul trono. E suona proprio strano pensare che sia morto (verrebbe da dire "Già?"), in particolare dopo tutte le ossessioni salutiste (per modo di dire: che cazzo di salute è sfasciarsi la faccia a furia di plastiche che, in teoria, avrebbero dovuto migliorarne l'aspetto?) arrivate al livello di barzellette macabre.
Sì, suona strano e pure un po' triste, dopo tutto quello che è uscito negli anni su di lui: le percosse da bambino, le manie da star, le accuse di pedofilia, la follia di una fama che arriva al punto di mettere statue di vetroresina in non so quante piazze del mondo per pubblicizzare il nuovo disco, in un momento in cui la sua musica era in declino, finendo per vendere sì due milioni di copie, le quali però vista la pubblicità e il nome risultano poche (roba che ci sono intere scene musicali che non hanno venduto due milioni di copie).
Ecco, forse in mezzo a queste follie mediatiche la cosa più sana da fare sarebbe stata concentrarsi sulla musica e basta, sentire i dischi e valutare quelli, e il resto fuck.
Al riguardo, siamo in epoca di revisionismi e di rivalutazioni: io come tanti altri rocchettari sono riuscito, se dio vole, ad andare oltre lo schematismo "rock=autenticità=buono" contro "disco=commerciale=cattiva", riconoscendo la bellezza che ogni tanto c'è anche nel pop e/o in generi che frequento poco, senza però che questo significhi rivalutare tutto: qualcosa sì, ma per esempio Jackson continuava a non piacermi. Vedevo qualche video e mi arrivava qualche notizia perché era impossibile sfuggire, ma stop.
Oltretutto, per quel poco che sapevo anche gli amanti del genere non stimavano granché la sua produzione recente figuriamoci io. Magari si sarebbe ripreso, la creatività va e viene; ma passi successivi non ce ne saranno dunque non lo sapremo.
Perciò alla fine, dispiacere per l'essere -ma sarebbe più adatto "il caso"- umano (ma tanti stanno peggio e non ce li filiamo, allora i poveri? e la vittima iraniana? ecc... d'accordo, d'accordo), relativo per l'artista che, a parte episodi, ho generalmente amato poco e un curioso senso di vuoto per la scomparsa di un pezzo non ignorabile nel mondo dell'immaginario.
Ma una cosa va detta: quando ballava lo avrei guardato per ore, in quello era veramente soprannaturale.
Abbiamo perso un ballerino sublime, quello sì.
giovedì 4 giugno 2009
La biblio eccetera

Una poesia sul lavoro che ho fatto per circa 9 anni, ovvero ricollocare i libri che tornavano dal prestito e quelli consultati in biblioteca della Normale.
La poesia è una riscrittura de "La metro eccetera", di Battisti periodo Panella: "la metro" è un'abbreviazione colloquiale, quindi "la biblio".
La biblio antica, enorme,
fondi ricchi parecchio
la riordino ogni giorno che Dio manda
tra un saggio ed un compendio,
alzo un semi-stipendio
compendio il mio non esser saggio
col lavoro orrendio.
In biblio hai seduti di fronte
sguardi che se ne vagan dal libro al vetro
seguon ragionamenti, idee, presentimenti,
deissi intradiegetica, eccetera
Ticchettano le scale
la fatale
fanciulla si avvicina allo scaffale;
ti guardo tra i palchetti
mentre a scriver ti metti
co’ occhiali di Costello e di Lolita.
Bella, nera e altera come può esser sera,
austera d’aria seria
mie ginocchia flosce
quand’occhio riconosce i suoi begli occhi,
sulle galosce cosce di camoscio.
Studiano trigonometria
gli utenti-frati, invece, oppure versi alessandrini;
a capo chino, fissi,
senza sussulto, fatti di vetro,
mentre quando lei appare io sussulto.
In biblio ti distrai
dalla Dewey
e dall’eccetera eccetera
quando appare tremante veranda di lettrice
la mente esce madda
Ma, donne a parte,
e giornali e giornaletti, qui ha successo chi dice:
“In caso di necessità romper le regole”
e “tutti trasgressori saremo”, eccetera
In biblio è più lontano
il medioevo prossimo e rallenta.
Qui mi faccio il sedere,
ore in croce:
metà di 36
su scale salgo mobile,
su per pareti vo
a rimettere a posto
‘sti libri, ne ho un quintale
e un metro, e accelero,
son celere, decelero,
e chissà se avrò la pensione.
Ora, se vuoi confrontarla con l'originale, fai partire il video qua sotto, poi torna all'inizio della poesia e leggi il testo seguendo Battisti.
Buon divertimento...
venerdì 22 maggio 2009
PRO COCCINEA JOHANNEI - In difesa di Anywhere I Lay My Head.

Lo so che è passato qualche mese e ormai non è più argomento caldo, ma io a mettermi a scrivere sono lento; dunque provvedo ora a dedicarmi alla nobile attività di sprecare neuroni e battute per difendere i passatempi di una miliardaria.
L'argomento infatti è Anywhere I Lay My Head, il disco di Scarlett Johansson che, dice la rivista Ciak!, "il popolo di Internet ha stroncato". Ma era davvero così tremendo?
Cominciamo intanto col dire che il popolo della rete è fatto dalle stesse persone del mondo reale: non è quindi chissà che autorità, è come appellarsi al verdetto del pubblico che, visti gli orrori con cui infesta le classifiche del mondo reale, dimostra di possedere buon gusto per la musica in misura MOLTO limitata.
Non vedo quindi il motivo di citare come importante l'opinione di questo popolo -ma plebe sarebbe meglio- se non per leccargli il c... ahem, ingraziarseli in quanto lettori (o perché detto così sembra un giudizio collettivo quando in realtà il Guardian e sentireascoltare, per esempio, ne hanno parlato bene).
E a giudicare da com'era stato presentato, il disco sembrava mirare proprio a un pubblico di babbei presuntuosi e superficiali, ovvero a un pubblico odierno (non che in passato fosse tanto meglio, ma si limitava per lo più a essere bue: ora ci ha aggiunto anche la presunzione, tanto per stare meglio) cui offrire il massimo del cool: la bella star di Hollywood, che però suona con musicisti più o meno indie, interpretando le canzoni di Tom Waits, il cantante taaanto profondo e taaanto raffinato, con la presenza in 2 canzoni di David Bowie a rendere più affascinante il tutto.
Sia chiaro: Tom Waits raffinato e profondo lo è davvero, ma qualcuno ricorda l'odioso personaggio maschile nel terrificante trailer di (credo) Il Tempo Delle Mele 3?
"Ekkikkazzo l'ha visto?", direte giustamente voi (tra l'altro si chiamava così solo in Italia, perché c'era Sophie Marceau, in realtà il titolo originale era L'Étudiante e con gli altri due non c'entrava una beata).
Il film non l'ho visto neanche io, ma nel trailer c'è un frammento di scena in cui il protagonista, dopo che SM gli ha detto che ama Tom Waits, tutto sorpreso di aver incontrato un'anima gemella in un mondo tanto brutto e gretto, dice "ma come, anche tu ascolti Tom Waits?" sottointendendo che quindi ANCHE lei è un'anima bella e sensibile (col vago, insopportabile sottointeso di lui sul trono che approva: "però, da te non me l'aspettavo che fossi intelligente, invece hai visto? via, va', l'esame l'hai passato, me sa che poi esse pure bona pe' qualc'altra cosa oltre che chiavare, posso concederti qualche pezzettino della mia preziosa anima perché, pat pat, tutto sommato te lo sei meritato"); per di più con una faccia come se lei avesse detto che leggevano lo stesso oscuro poeta birmano del '300: vabbè che Tom Waits è particolare, ma all'epoca erano già 15 anni che faceva dischi per grosse etichette, non era mica il nipote segreto di Fraccazzo da Velletri.
Comunque, questo era per dire che citare TW per mostrarsi raffinati è facile, fa figo. Però ascoltare davvero i dischi è un altro paio di maniche: quelli da Swordfishtrombones (1983) in poi, infatti, non lesinano di certo melodie e passione, ma abbondano anche di pentole, voci gracchianti, minimalismo strumentale, dissonanze, estetica della bassa fedeltà, con un risultato non proprio per tutti i palati. Sarò o sarò stato ignorante, sarà che non ne conoscevo ancora altri, ma io al primo ascolto volevo tirare Frank's Wild Years dalla finestra; poi qualcosa mi disse di riascoltare con attenzione e ora lo adoro, ma l'impatto non fu facile, e vorrei vedere quanti tra gli ammiratori di Scarlett troverebbero facili non solo i dischi della seconda fase, ma anche la rasposità da night club di quelli degli anni '70.
Anywhere I Lay My Head sembrava perciò l'uovo di Colombo: ammantare canzoni belle e di spessore, e con fama di spessore, di una veste "amichevole", che ne smussasse gli angoli e le rendesse appetibili sia per un pubblico incapace di concentrarsi su qualcosa per più di 10 minuti e che non vedeva l'ora di sdilinquirsi a cantare Time guardando, romantico e compiaciuto della propria profondità up-to-date, le (ragguardevoli, peraltro; va detto) tette dell'attrice; sia per i supermercati e per tutti quei momenti che in tv serve la canzone "bella" ma di una bellezza commestibile e assolutamente poco impegnativa.
Così un altro tipo di furbetti, decisamente più profondi ma in questo caso a sproposito, sospettando che le dichiarazioni d'amore della Johansson nei confronti del buon Tom servissero solo a dare una parvenza di onestà a un'operazione del genere (consapevolmente o meno poco importa), si sono affrettati a dichiarare che non l'avrebbero mai ascoltato perché troppo intelligenti per cadere in queste trappole dell'industria discografica.
Ora, è vero che l'arte di raggirare il consumatore ha visto da tempo fiorire i suoi Leonardi e i suoi Michelangeli e probabilmente li ha anche superati di brutto; che le sòle ti aspettano col coltello tra i denti a ogni angolo; e che un mondo come quello dell'arte e dei media, nel quale la sincerità viene venduta come valore (commerciale) prezioso, dev'essere ipocrita per forza - e definirci "consumatori" è il raggiro più grande di tutti; è tutto vero, d'accordo, ma qui dimentichiamo 2-3 cose.
Una è che nell'arte, dalla più nobile in giù, conta sì il cosa ma è assolutamente fondamentale il come. Per cui anche dischi pop nati con solida vocazione di meretricio possono essere fatti con arte e gusto, risultando piacevoli, divertenti, d'evasione senza la pretesa d'essere altro e quindi giusti (vedi i dischi di Grace Jones, fatti sì per sfruttare il personaggio, ma realizzati con musicisti, canzoni e risultati di prim'ordine); al limite anche sfacciatamente ipocriti ma con classe (e qui chissà perché mi riviene il nome di Bowie, periodo Let's Dance).
Seconda cosa, gli attori americani non sono come gran parte di quelli italiani, i quali vengono pagati per recitare e non sanno fare neanche quello: quelli americani quando escono dall'actor's studio sanno ALMENO recitare e un minimo cantare e ballare. Parecchi gli esempi: Gene Kelly era attore o ballerino? Entrambi, ovviamente. E Frank "The Voice" Sinatra, non era anche attore? Lasciamo perdere i film di Elvis, Marylin Monroe nei film cantava senza problemi ( e anche per il Presidente...), Bruce Willis personalmente l'ho sentito nominare prima come cantante che come attore, e chiudo con lo splendido Chris Isaak di Fuoco, cammina con me. Ma ce ne sarebbero altre decine: perché dunque escludere a priori che un'attrice possa fare un buon disco?
E il terzo punto è proprio qui: perché a priori? Possiamo essere consapevoli di tutti i meccanismi dell'industria culturale che ci pare, possiamo fare le premesse che vogliamo (e alcune vanno fatte), ma stiamo parlando di MUSICA, di un DISCO, i giudizi si danno DOPO l'ascolto, anzi dopo GLI ascolti (uno, si sa, non basta), non PRIMA.

E cosa ci dicono gli ascolti? Intanto, che il famoso uovo di Colombo è stato lasciato nel culo della gallina, ossia l'operazione commerciale furba NON è stata messa in atto per niente: gli angoli non sono stati smussati, anzi, il suono è davvero a bassa fedeltà, e dal repertorio dell'artista di Rain Dogs non sono state pescate neanche le più famose: quanto a osticità siamo ai livelli degli originali waitsiani, se non peggio. Ecco come perdere subito mezzo pubblico...
L'altra metà si è fatta sconvolgere dalla voce: è noto che la Johansson, nonostante ciò che può suggerire il suo aspetto, ha una voce molto grave. Sul disco usa vari registri, e soprattutto non si preoccupa delle dissonanze: Fanning Street, dove i coretti del Duca non sono lì tanto per metterceli ma rinforzano il crescendo del brano, risulta leggermente sguaiata, sicuramente c'era un modo diverso di cantarla. Ma il gioco sul filo della stonatura di Town With No Cheer è assolutamente azzeccato e dà alla canzone un filo di inquietudine e disagio che ben si accordano col testo.
Falling Down non è una delle mie preferite di Tom Waits e in questa come nella title-track l'impostazione vocale non sembra tanto in linea con la canzone.
Ma questi semmai sono errori del produttore: la Johansson come cantante è una 24enne al primo disco, i produttori servono anche a fornire esperienza agli esordienti vigilando con quattro orecchie.
E David Sitek, che strumentalmente ha fatto un ottimo lavoro creando un'atmosfera da circo sgangherato coerente in sé e vicina all'autore, riguardo alla voce un paio di errori li ha fatti: quelli suddetti come anche quello di affondarla troppo tra gli strumenti in brani come ad esempio Green Grass e I Don't Wanna Grow Up - questa danzettara e divertente ma un po' moscia.
Quando però la bionda canta I Wish I Was In New Orleans, per esempio, non dissona né stecca, lo stesso quando canta Song for Jo (che ha scritto lei), il che dimostra che le dissonanze sono scelte, e sono SEMMAI difetti: perché ovvio, i gusti non si discutono né la libertà di non apprezzare qualsivoglia opera di qualsivoglia ingegno e ugola, ma sia chiaro che questo è un disco indie/lo-fi, Hollywood e dintorni non c'entrano niente, appartiene a un genere di cui la maggior parte del pubblico de La ragazza dall'orecchino di perla non ha neanche idea. Siamo piuttosto dalle parti di un Will Oldham/Bonnie Prince Billy, ovvero sull'informale sfrontato, oltre quel regno post-grunge -in mezzo al quale, vista l'età, la Johansson è cresciuta- nel quale la stecca e la dissonanza sono arte, se ne può fare poesia (come nel modello, tra l'altro).
Certo, non è un disco da 9, o da 8: è un buon disco, una rilettura curiosa del canzoniere dell'uomo di Pomona realizzata con qualche incertezza e qualche scelta che non convince - ma come detto, perfettamente naturali nel disco di un'esordiente e semmai da imputare soprattutto al produttore.
Comunque non è certo il disastro di cui hanno parlato in tanti che i disastri ce l'hanno in testa e nelle orecchie.
mercoledì 20 maggio 2009
RIDI, SU
Forse perché l’imago de STA CEPPA!
E con la faccia pulita cammini per strada mangiando STA CEPPA!
Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e que… STA CEPPA!
Immagine there’s STA CEPPA!
Weeee … are STA CEPPA!
Sapore di sale, sapore di mare, che hai su STA CEPPA!
Il kobra non è una biscia, ma STA CEPPA!
Lunga e diritta correva STA CEPPA!
M’illumino STA CEPPA!
Le donne, i cavalier, l’arme, STA CEPPA!
S’i’ fosse foco arderei STA CEPPA!
Che confusione, sarà perché STA CEPPA!
Ridi buffone, per scaramanzia, così STA CEPPA!
Soffro lo stress, io soffro STA CEPPA!
Essere o non essere, que- STA CEPPA!
Sono il re de STA CEPPA!
Ed io, avrò cura di STA CEPPA!
Napul’è mille STA CEPPA!
Le bionde trecce, gli occhi azzurri e STA CEPPA!
Gira su STA CEPPA! accesi…
Adesso e nell’ora della no… STA CEPPA!
lunedì 4 maggio 2009
AMORE UNIVERS(IT)ALE
mi sembri parecchio simpatica;
io sono un po’ più letterato
ti invito a venire su prato.
Ti colgo e ti offro un bel fiore
come in un romantico amore,
ceselloti frasi tornite:
mi sorridi a 32 byte,
ti guardo radiosa e ti am
mi occupi tutta la ram,
la più bella sei tra le belle
mi parli in html…
che faccio, dichiaromi? Rischio?
C’è spazio per me nel tuo hard dischio?
di versi ti dico caterve
sovraccaricandoci i server
e se qualche frase è non lieta
allora farò mela-zeta.
Ma adesso dobbiam lascia’ il prato:
il giorno ormai è overclockato.
Vediamoci in altre ore;
ti ho masterizzata nel cuore.
Ti chiedo, fanciulla assai bella,
la password della tua casella:
ti vengo a trovar martedì,
mi muovo via ftp,
ti porto un fiasco di barber
perché io lo so che cy-ber:
col vin chattiam sulle poltrone
browsando le nostre persone;
mi piaci davvero, lo sai?
Noi comunichiamo in wi-fi,
e mentre parliam di frattali,
scopiamo come due animali?
D’amore per te mi sfinisco,
non è rigido solo il disco,
son già tutto nudo e assai cardo
perciò ‘sta poesia ti foruardo.
Ti supplico come un ossesso
ma… tu mi deneghi l’accesso.
Da quanto ti voglio io latro,
ma mi fai quattrocentoquat(t)ro,
mi neghi la carne, your flesh,
ed il mio cervello va in crash.
Mi vedi con il cuore a pezzi
però non ti shifti di un epsilon;
nel mio cuore hai fatto danni,
ma ciononostante mi banni.
Deluso ti volto la nuca:
stasera mi è andata Face-buca…
le lacrime sulle mie guanc
riprovo con control-alt-canc.
20/2/2009
giovedì 30 aprile 2009
Le 5 anatre
Beh, eccole, e sono anche più di 5:
1 - quella che lancia maledizioni: l'anatrema
2 - quella che guarda le interiora: l'anatromia
3 - quella turca: l'Anatrolia
4 - quella di Hollywood: Lana TRurner
5 - quella dannunziana: La sera fieso-lanatra
guest stars:
6 - quella ligure: Sarz-anatra
7 - la quale fa i regali: anatr-ale
Un bello stormo, no?
mercoledì 8 aprile 2009
Feeeeim...
Con quello che succede in Palestina, ma anche in Abruzzo, starsi a preoccupare delle cantonate dei tuoi amici sembra fuori luogo: c'è ben altro di cui costernarsi, dalle smaronate di chi ci rappresenta in giro per il mondo alla piccineria di chi dovrebbe opporglisi. Ma oh, a me dà ai nervi quando qualcuno mi attribuisce qualcosa che non ho fatto/detto o che non è vero: se mi giudicano male per qualcosa che non ho fatto mi ci incazzo, se mi ci giudicano bene mi imbarazzo.
Egocentrismo deviato, occhèi; ma è così, perciò questo post.
Che ci vado è vero (non in puzza: a farmi firmare i dischi), ma la storia del culto è falserrima, e mi dà anche fastidio che gente che conosco da anni prenda una cantonata simile.
Non disprezzo chi ha questo tipo di culto (anche se quando sul forum di Bowie ho letto la frase "noi che ci nutriamo di idoli" ho provato un brivido di disagio) e nemmeno chi segue il gossip: si tratta di amare una forma di narrativa i cui personaggi sono veri (le storie meno, ma vabbè), tutto qui, e ognuno ama il genere che gli pare.
Ma il fatto è che io questo culto non ce l'ho, per niente.
E allora perché farsi firmare i dischi? Perché andare a parlare con costoro?
Innanzitutto, sono fissato con musica, cinema e letteratura. E amo i libri, i dischi e i dvd come contenuto, ma anche come oggetti - e sti amici lo sanno pure: non è per culto dl "personaggi" che anni fa ho beccato la citazione di Gainsbourg in una loro canzone, ma perché ascolto i dischi.
E lasciamo perdere le discussioni avute con altri appassionati sì di musica, ma soprattutto -loro sì- di "personaggi" (più scambi di opinioni che "discussioni", in realtà), nelle quali cercavo di parlare dell'opera e mi si rispondeva sull'autore: chi se ne frega dell'autore?
Per me le cosiddette celebrità contano in quanto artefici di quelle opere che amo tanto e stop: sono d'accordo con chi ha notato che non sapere nulla di Omero, nemmeno se sia davvero esistito, non ci fa apprezzare di meno l'Iliade e l'Odissea.
Se vado a cercare musicisti, attori, autori vari è solo per:
1 Fare loro domande sulle loro opere, se ho da farne;
2 Farmele firmare: con la firma dell'autore l'oggetto supporto smette di essere una copia uguale alle altre ed acquista un minimo, se non di unicità, di personalizzazione. Per me che sono affetto da un vago feticismo, cambia.
L'unico altro motivo per cui vado a cercare una cosiddetta celebrità è se devo intervistarla per il sito (che rientra nel caso 1), o se mi attrae sessualmente; ma essendo impegnato anche questa cade. Però per dire: se mi avvicino a Catherine Zeta-Jones è perché è famosa o perché avendo io gli occhi ed essendo etero e vivo avvicinarla viene da sé? O invertendo: tra Paris Hilton e my woman non ho mezzo dubbio...
Tutt'al più, se dopo un concerto in un locale piccolo il/la cantante resta in giro e sembra simpatico/a, anche questo può portarmi a cercarlo/a: ma come cercherei una persona qualsiasi che sembra simpatica in una situazione che facilita i rapporti, la celebrità non c'entra nulla.
E balbettare lo faccio pure davanti a certe persone che mi mettono a disagio, e che il mondo non se le skioppa neanche di striscio.
Certo, nel mondo mediatico in cui viviamo si verifica uno strano effetto: quello che persone concrete e reali vivano contemporaneamente nel mondo fisico e in quello immateriale. Per cui Mick Jagger e Achille piè veloce, o Corrado Guzzanti ed Emma Bovary, Laura Palmer e PJ Harvey vivono (vabbè, Laura Palmer un po' meno) nello stesso ir-reame. A quel punto vedere uno di questi personaggi in carne e ossa può essere curioso.
Io però ai concerti non mi sono MAI emozionato pensando "finalmente ho davanti a me in carne e ossa proprio LUI, il grande divo": mi emoziono quando suonano bene, e quei rari momenti in cui arrivo a percepire che quel tizio sul palco, seduto con la chitarra a cantare "La locomotiva" è allo stesso tempo seduto a pochi metri da me e presente nel mondo immateriale dei dischi, delle riviste, delle radio, della tv, come se uscisse da se stesso e si espandesse: che è strano, in effetti.
Sennò, la sola altra celebrità che mi interessa è la mia. Per cui potrei cercare qualcuno di costoro per farmi aiutare nella mia improbabilissima scalata al successo.
"Ecco", si dirà, "in realtà il mito del successo in qualche modo ce l'hai".
Macché: il successo non è un traguardo - può svanire da un momento all'altro - né un valore: semmai un mezzo.
Per due fini:
1 Soddisfare la propria vocazione creativa sapendo che quello che fai viene ricevuto, che le tue opere riscuotono attenzione, che ciò che dici arriva a qualcuno (è questo l'eventuale mio successo che ho in mente: pensa come sto messo...).
2 Se si vuole vedere invece meschinità ovunque, allora diciamo soddisfare l'egocentrismo, stavolta attraverso opere (quindi, tornando all'inizio, per qualcosa che HO fatto).
3 Successo poi significa guadagni, e guadagnarsi da vivere con le proprie opere, oltre ad essere una soddisfazione sublime, permette di dedicarsi in beata pace all'arte senza gufi che predicano su "lavori seri" e "piantarla con le minchiate".
Ora, la mia celebrità la vedo molto improbabile; ma in caso i termini sarebbero questi.
Delle altre ho detto, del resto proprio, lo giuro, mi importa una beneamata.
