venerdì 26 giugno 2009

Blood on the Dance Floor

Negli anni '80 le cose non erano come oggi: scegliere se ascoltare Michael Jackson o i CCCP significava veramente scegliere la parte del Muro in cui collocarsi.

Io ero un giovane rocchettaro comunista, e mal distinguevo il soul e il funky dalla loro sorella "commerciale" disco-music (anche perché in alcuni punti i confini erano labili), quindi per me quella musica era il Nemico.

Certo, alla fine nel pop ci imbattevamo tutti, ci circondava; e prima di diventare rocchettaro al 100% Thriller me l'ero fatto regalare anche io. Alla fine però quella musica non la amavo, e col soul e con il funky ho tuttora qualche problema: non sono i miei generi preferiti, anche se ogni tanto esprimono dei pezzi sublimi: quando me ne piace uno mi piace veramente TANTO.

Per vari motivi, perciò, non amavo Michael Jackson (men che meno i dischi successivi a Thriller), e quando parlavo di musica con gli amici per me era addirittura il paradigma della musica "commerciale", finta e di scarso valore (successivamente l'ho sostituito con Jovanotti e poi con Gigi D'Alessio).

Al riguardo, ricordo ancora un veejay di Videomusic che, evidentemente commentando le prime stranezze che uscivano sul conto di MJ, disse "è solo un ragazzo che vuole fare musica, della BUONA musica...".

Quel "buona" mi colpì parecchio: come "buona"? Per me era il simbolo della pessima musica (il fatto che fosse eccellentemente suonata non lo sapevo né consideravo, e forse conta fino a un certo punto), come si poteva definire "buona"?

Capii cosa significava "buona" musica per un certo tipo di mentalità: quella che non era "sporca" e "cattiva" come i miei amati Rolling Stones o altri che mano mano scoprivo in quegli anni, era quella rassicurante, che evitava imperfezioni, stranezze e difficoltà di ascolto: il Nemico, come ho detto. Tutto sommato fu un pezzetto di costruzione di identità anche questo...


Eppure, nonostante ciò, per chi ha la mia età c'è poco da fare: Michael Jackson è stata una figura centrale, più per noi che lo abbiamo visto passare da cantante famosissimo a Re che per chi è arrivato dopo e lo ha trovato già sul trono. E suona proprio strano pensare che sia morto (verrebbe da dire "Già?"), in particolare dopo tutte le ossessioni salutiste (per modo di dire: che cazzo di salute è sfasciarsi la faccia a furia di plastiche che, in teoria, avrebbero dovuto migliorarne l'aspetto?) arrivate al livello di barzellette macabre.

Sì, suona strano e pure un po' triste, dopo tutto quello che è uscito negli anni su di lui: le percosse da bambino, le manie da star, le accuse di pedofilia, la follia di una fama che arriva al punto di mettere statue di vetroresina in non so quante piazze del mondo per pubblicizzare il nuovo disco, in un momento in cui la sua musica era in declino, finendo per vendere sì due milioni di copie, le quali però vista la pubblicità e il nome risultano poche (roba che ci sono intere scene musicali che non hanno venduto due milioni di copie).

Ecco, forse in mezzo a queste follie mediatiche la cosa più sana da fare sarebbe stata concentrarsi sulla musica e basta, sentire i dischi e valutare quelli, e il resto fuck.

Al riguardo, siamo in epoca di revisionismi e di rivalutazioni: io come tanti altri rocchettari sono riuscito, se dio vole, ad andare oltre lo schematismo "rock=autenticità=buono" contro "disco=commerciale=cattiva", riconoscendo la bellezza che ogni tanto c'è anche nel pop e/o in generi che frequento poco, senza però che questo significhi rivalutare tutto: qualcosa sì, ma per esempio Jackson continuava a non piacermi. Vedevo qualche video e mi arrivava qualche notizia perché era impossibile sfuggire, ma stop.

Oltretutto, per quel poco che sapevo anche gli amanti del genere non stimavano granché la sua produzione recente figuriamoci io. Magari si sarebbe ripreso, la creatività va e viene; ma passi successivi non ce ne saranno dunque non lo sapremo.

Perciò alla fine, dispiacere per l'essere -ma sarebbe più adatto "il caso"- umano (ma tanti stanno peggio e non ce li filiamo, allora i poveri? e la vittima iraniana? ecc... d'accordo, d'accordo), relativo per l'artista che, a parte episodi, ho generalmente amato poco e un curioso senso di vuoto per la scomparsa di un pezzo non ignorabile nel mondo dell'immaginario.


Ma una cosa va detta: quando ballava lo avrei guardato per ore, in quello era veramente soprannaturale.

Abbiamo perso un ballerino sublime, quello sì.

giovedì 4 giugno 2009

La biblio eccetera


Una poesia sul lavoro che ho fatto per circa 9 anni, ovvero ricollocare i libri che tornavano dal prestito e quelli consultati in biblioteca della Normale.
La poesia è una riscrittura de "La metro eccetera", di Battisti periodo Panella: "la metro" è un'abbreviazione colloquiale, quindi "la biblio".

C'è una parte che non mi convince tanto (sì, una sola), vediamo se dal dibattito esce qualcosa - soprattutto vediamo se esce un dibattito...


La biblio antica, enorme,
fondi ricchi parecchio
la riordino ogni giorno che Dio manda

tra un saggio ed un compendio,
alzo un semi-stipendio
compendio il mio non esser saggio
col lavoro orrendio.

In biblio hai seduti di fronte
sguardi che se ne vagan dal libro al vetro
seguon ragionamenti, idee, presentimenti,
deissi intradiegetica, eccetera

Ticchettano le scale
la fatale
fanciulla si avvicina allo scaffale;
ti guardo tra i palchetti
mentre a scriver ti metti
co’ occhiali di Costello e di Lolita.

Bella, nera e altera come può esser sera,
austera d’aria seria
mie ginocchia flosce
quand’occhio riconosce i suoi begli occhi,
sulle galosce cosce di camoscio.

Studiano trigonometria
gli utenti-frati, invece, oppure versi alessandrini;
a capo chino, fissi,
senza sussulto, fatti di vetro,
mentre quando lei appare io sussulto.

In biblio ti distrai
dalla Dewey
e dall’eccetera eccetera
quando appare tremante veranda di lettrice
la mente esce madda
non solo dietro a Gadda.

Ma, donne a parte,
e giornali e giornaletti, qui ha successo chi dice:
“In caso di necessità romper le regole”
e “tutti trasgressori saremo”, eccetera

In biblio è più lontano
il medioevo prossimo e rallenta.

Qui mi faccio il sedere,
ore in croce:
metà di 36
su scale salgo mobile,
su per pareti vo
a rimettere a posto
‘sti libri, ne ho un quintale

e un metro, e accelero,
son celere, decelero,
e chissà se avrò la pensione.



Ora, se vuoi confrontarla con l'originale, fai partire il video qua sotto, poi torna all'inizio della poesia e leggi il testo seguendo Battisti.
Buon divertimento...


venerdì 22 maggio 2009

PRO COCCINEA JOHANNEI - In difesa di Anywhere I Lay My Head.


Lo so che è passato qualche mese e ormai non è più argomento caldo, ma io a mettermi a scrivere sono lento; dunque provvedo ora a dedicarmi alla nobile attività di sprecare neuroni e battute per difendere i passatempi di una miliardaria.
L'argomento infatti è Anywhere I Lay My Head, il disco di Scarlett Johansson che, dice la rivista Ciak!, "il popolo di Internet ha stroncato". Ma era davvero così tremendo?

Cominciamo intanto col dire che il popolo della rete è fatto dalle stesse persone del mondo reale: non è quindi chissà che autorità, è come appellarsi al verdetto del pubblico che, visti gli orrori con cui infesta le classifiche del mondo reale, dimostra di possedere buon gusto per la musica in misura MOLTO limitata.
Non vedo quindi il motivo di citare come importante l'opinione di questo popolo -ma plebe sarebbe meglio- se non per leccargli il c... ahem, ingraziarseli in quanto lettori (o perché detto così sembra un giudizio collettivo quando in realtà il Guardian e sentireascoltare, per esempio, ne hanno parlato bene).

E a giudicare da com'era stato presentato, il disco sembrava mirare proprio a un pubblico di babbei presuntuosi e superficiali, ovvero a un pubblico odierno (non che in passato fosse tanto meglio, ma si limitava per lo più a essere bue: ora ci ha aggiunto anche la presunzione, tanto per stare meglio) cui offrire il massimo del cool: la bella star di Hollywood, che però suona con musicisti più o meno indie, interpretando le canzoni di Tom Waits, il cantante taaanto profondo e taaanto raffinato, con la presenza in 2 canzoni di David Bowie a rendere più affascinante il tutto.

Sia chiaro: Tom Waits raffinato e profondo lo è davvero, ma qualcuno ricorda l'odioso personaggio maschile nel terrificante trailer di (credo) Il Tempo Delle Mele 3?
"Ekkikkazzo l'ha visto?", direte giustamente voi (tra l'altro si chiamava così solo in Italia, perché c'era Sophie Marceau, in realtà il titolo originale era L'Étudiante e con gli altri due non c'entrava una beata).

Il film non l'ho visto neanche io, ma nel trailer c'è un frammento di scena in cui il protagonista, dopo che SM gli ha detto che ama Tom Waits, tutto sorpreso di aver incontrato un'anima gemella in un mondo tanto brutto e gretto, dice "ma come, anche tu ascolti Tom Waits?" sottointendendo che quindi ANCHE lei è un'anima bella e sensibile (col vago, insopportabile sottointeso di lui sul trono che approva: "però, da te non me l'aspettavo che fossi intelligente, invece hai visto? via, va', l'esame l'hai passato, me sa che poi esse pure bona pe' qualc'altra cosa oltre che chiavare, posso concederti qualche pezzettino della mia preziosa anima perché, pat pat, tutto sommato te lo sei meritato"); per di più con una faccia come se lei avesse detto che leggevano lo stesso oscuro poeta birmano del '300: vabbè che Tom Waits è particolare, ma all'epoca erano già 15 anni che faceva dischi per grosse etichette, non era mica il nipote segreto di Fraccazzo da Velletri.

Comunque, questo era per dire che citare TW per mostrarsi raffinati è facile, fa figo. Però ascoltare davvero i dischi è un altro paio di maniche: quelli da Swordfishtrombones (1983) in poi, infatti, non lesinano di certo melodie e passione, ma abbondano anche di pentole, voci gracchianti, minimalismo strumentale, dissonanze, estetica della bassa fedeltà, con un risultato non proprio per tutti i palati. Sarò o sarò stato ignorante, sarà che non ne conoscevo ancora altri, ma io al primo ascolto volevo tirare Frank's Wild Years dalla finestra; poi qualcosa mi disse di riascoltare con attenzione e ora lo adoro, ma l'impatto non fu facile, e vorrei vedere quanti tra gli ammiratori di Scarlett troverebbero facili non solo i dischi della seconda fase, ma anche la rasposità da night club di quelli degli anni '70.

Anywhere I Lay My Head sembrava perciò l'uovo di Colombo: ammantare canzoni belle e di spessore, e con fama di spessore, di una veste "amichevole", che ne smussasse gli angoli e le rendesse appetibili sia per un pubblico incapace di concentrarsi su qualcosa per più di 10 minuti e che non vedeva l'ora di sdilinquirsi a cantare Time guardando, romantico e compiaciuto della propria profondità up-to-date, le (ragguardevoli, peraltro; va detto) tette dell'attrice; sia per i supermercati e per tutti quei momenti che in tv serve la canzone "bella" ma di una bellezza commestibile e assolutamente poco impegnativa.
Così un altro tipo di furbetti, decisamente più profondi ma in questo caso a sproposito, sospettando che le dichiarazioni d'amore della Johansson nei confronti del buon Tom servissero solo a dare una parvenza di onestà a un'operazione del genere (consapevolmente o meno poco importa), si sono affrettati a dichiarare che non l'avrebbero mai ascoltato perché troppo intelligenti per cadere in queste trappole dell'industria discografica.

Ora, è vero che l'arte di raggirare il consumatore ha visto da tempo fiorire i suoi Leonardi e i suoi Michelangeli e probabilmente li ha anche superati di brutto; che le sòle ti aspettano col coltello tra i denti a ogni angolo; e che un mondo come quello dell'arte e dei media, nel quale la sincerità viene venduta come valore (commerciale) prezioso, dev'essere ipocrita per forza - e definirci "consumatori" è il raggiro più grande di tutti; è tutto vero, d'accordo, ma qui dimentichiamo 2-3 cose.

Una è che nell'arte, dalla più nobile in giù, conta sì il cosa ma è assolutamente fondamentale il come. Per cui anche dischi pop nati con solida vocazione di meretricio possono essere fatti con arte e gusto, risultando piacevoli, divertenti, d'evasione senza la pretesa d'essere altro e quindi giusti (vedi i dischi di Grace Jones, fatti sì per sfruttare il personaggio, ma realizzati con musicisti, canzoni e risultati di prim'ordine); al limite anche sfacciatamente ipocriti ma con classe (e qui chissà perché mi riviene il nome di Bowie, periodo Let's Dance).

Seconda cosa, gli attori americani non sono come gran parte di quelli italiani, i quali vengono pagati per recitare e non sanno fare neanche quello: quelli americani quando escono dall'actor's studio sanno ALMENO recitare e un minimo cantare e ballare. Parecchi gli esempi: Gene Kelly era attore o ballerino? Entrambi, ovviamente. E Frank "The Voice" Sinatra, non era anche attore? Lasciamo perdere i film di Elvis, Marylin Monroe nei film cantava senza problemi ( e anche per il Presidente...), Bruce Willis personalmente l'ho sentito nominare prima come cantante che come attore, e chiudo con lo splendido Chris Isaak di Fuoco, cammina con me. Ma ce ne sarebbero altre decine: perché dunque escludere a priori che un'attrice possa fare un buon disco?

E il terzo punto è proprio qui: perché a priori? Possiamo essere consapevoli di tutti i meccanismi dell'industria culturale che ci pare, possiamo fare le premesse che vogliamo (e alcune vanno fatte), ma stiamo parlando di MUSICA, di un DISCO, i giudizi si danno DOPO l'ascolto, anzi dopo GLI ascolti (uno, si sa, non basta), non PRIMA.


E cosa ci dicono gli ascolti? Intanto, che il famoso uovo di Colombo è stato lasciato nel culo della gallina, ossia l'operazione commerciale furba NON è stata messa in atto per niente: gli angoli non sono stati smussati, anzi, il suono è davvero a bassa fedeltà, e dal repertorio dell'artista di Rain Dogs non sono state pescate neanche le più famose: quanto a osticità siamo ai livelli degli originali waitsiani, se non peggio. Ecco come perdere subito mezzo pubblico...

L'altra metà si è fatta sconvolgere dalla voce: è noto che la Johansson, nonostante ciò che può suggerire il suo aspetto, ha una voce molto grave. Sul disco usa vari registri, e soprattutto non si preoccupa delle dissonanze: Fanning Street, dove i coretti del Duca non sono lì tanto per metterceli ma rinforzano il crescendo del brano, risulta leggermente sguaiata, sicuramente c'era un modo diverso di cantarla. Ma il gioco sul filo della stonatura di Town With No Cheer è assolutamente azzeccato e dà alla canzone un filo di inquietudine e disagio che ben si accordano col testo.
Falling Down non è una delle mie preferite di Tom Waits e in questa come nella title-track l'impostazione vocale non sembra tanto in linea con la canzone.
Ma questi semmai sono errori del produttore: la Johansson come cantante è una 24enne al primo disco, i produttori servono anche a fornire esperienza agli esordienti vigilando con quattro orecchie.
E David Sitek, che strumentalmente ha fatto un ottimo lavoro creando un'atmosfera da circo sgangherato coerente in sé e vicina all'autore, riguardo alla voce un paio di errori li ha fatti: quelli suddetti come anche quello di affondarla troppo tra gli strumenti in brani come ad esempio Green Grass e I Don't Wanna Grow Up - questa danzettara e divertente ma un po' moscia.

Quando però la bionda canta I Wish I Was In New Orleans, per esempio, non dissona né stecca, lo stesso quando canta Song for Jo (che ha scritto lei), il che dimostra che le dissonanze sono scelte, e sono SEMMAI difetti: perché ovvio, i gusti non si discutono né la libertà di non apprezzare qualsivoglia opera di qualsivoglia ingegno e ugola, ma sia chiaro che questo è un disco indie/lo-fi, Hollywood e dintorni non c'entrano niente, appartiene a un genere di cui la maggior parte del pubblico de La ragazza dall'orecchino di perla non ha neanche idea. Siamo piuttosto dalle parti di un Will Oldham/Bonnie Prince Billy, ovvero sull'informale sfrontato, oltre quel regno post-grunge -in mezzo al quale, vista l'età, la Johansson è cresciuta- nel quale la stecca e la dissonanza sono arte, se ne può fare poesia (come nel modello, tra l'altro).
Certo, non è un disco da 9, o da 8: è un buon disco, una rilettura curiosa del canzoniere dell'uomo di Pomona realizzata con qualche incertezza e qualche scelta che non convince - ma come detto, perfettamente naturali nel disco di un'esordiente e semmai da imputare soprattutto al produttore.
Comunque non è certo il disastro di cui hanno parlato in tanti che i disastri ce l'hanno in testa e nelle orecchie.

mercoledì 20 maggio 2009

RIDI, SU

Nel mezzo del cammin di no… STA CEPPA!
Forse perché l’imago de STA CEPPA!
E con la faccia pulita cammini per strada mangiando STA CEPPA!
Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e que… STA CEPPA!
Immagine there’s STA CEPPA!
Weeee … are STA CEPPA!
Sapore di sale, sapore di mare, che hai su STA CEPPA!
Il kobra non è una biscia, ma STA CEPPA!
Lunga e diritta correva STA CEPPA!
M’illumino STA CEPPA!
Le donne, i cavalier, l’arme, STA CEPPA!
S’i’ fosse foco arderei STA CEPPA!
Che confusione, sarà perché STA CEPPA!
Ridi buffone, per scaramanzia, così STA CEPPA!
Soffro lo stress, io soffro STA CEPPA!
Essere o non essere, que- STA CEPPA!
Sono il re de STA CEPPA!
Ed io, avrò cura di STA CEPPA!
Napul’è mille STA CEPPA!
Le bionde trecce, gli occhi azzurri e STA CEPPA!
Gira su STA CEPPA! accesi…
Adesso e nell’ora della no… STA CEPPA!

lunedì 4 maggio 2009

AMORE UNIVERS(IT)ALE

Ti incontro ogni giorno a Informatica,
mi sembri parecchio simpatica;
io sono un po’ più letterato
ti invito a venire su prato.
Ti colgo e ti offro un bel fiore
come in un romantico amore,
ceselloti frasi tornite:
mi sorridi a 32 byte,
ti guardo radiosa e ti am
mi occupi tutta la ram,
la più bella sei tra le belle
mi parli in html…
che faccio, dichiaromi? Rischio?
C’è spazio per me nel tuo hard dischio?
di versi ti dico caterve
sovraccaricandoci i server
e se qualche frase è non lieta
allora farò mela-zeta.
Ma adesso dobbiam lascia’ il prato:
il giorno ormai è overclockato.
Vediamoci in altre ore;
ti ho masterizzata nel cuore.
Ti chiedo, fanciulla assai bella,
la password della tua casella:
ti vengo a trovar martedì,
mi muovo via ftp,
ti porto un fiasco di barber
perché io lo so che cy-ber:
col vin chattiam sulle poltrone
browsando le nostre persone;
mi piaci davvero, lo sai?
Noi comunichiamo in wi-fi,
e mentre parliam di frattali,
scopiamo come due animali?
D’amore per te mi sfinisco,
non è rigido solo il disco,
son già tutto nudo e assai cardo
perciò ‘sta poesia ti foruardo.
Ti supplico come un ossesso
ma… tu mi deneghi l’accesso.
Da quanto ti voglio io latro,
ma mi fai quattrocentoquat(t)ro,
mi neghi la carne, your flesh,
ed il mio cervello va in crash.
Mi vedi con il cuore a pezzi
però non ti shifti di un epsilon;
nel mio cuore hai fatto danni,
ma ciononostante mi banni.
Deluso ti volto la nuca:
stasera mi è andata Face-buca…
le lacrime sulle mie guanc
riprovo con control-alt-canc.
20/2/2009

giovedì 30 aprile 2009

Le 5 anatre

Me stavo a fa' LivingAsocial di Facebook da me, nel senso che non mi iscrivo ma... vabbè, non è importante, comunque facevo quegli elenchi "5 questo, 5 quello", quando a 1 tratto ho pensato: "e le 5 anatre, quelle di Guccini?"

Beh, eccole, e sono anche più di 5:

1 - quella che lancia maledizioni: l'anatrema

2 - quella che guarda le interiora: l'anatromia

3 - quella turca: l'Anatrolia

4 - quella di Hollywood: Lana TRurner

5 - quella dannunziana: La sera fieso-lanatra

guest stars:

6 - quella ligure: Sarz-anatra

7 - la quale fa i regali: anatr-ale

Un bello stormo, no?

mercoledì 8 aprile 2009

Feeeeim...

Ho scoperto con viva costernazione e profonda tristezza che un paio di miei amici, linkati anche qua accanto, pensano che io abbia il culto e la mania della gente famosa, delle/della celebrità; e citano a riprova (mah...) di ciò il fatto che io talvolta, ai concerti vado a parlare con i musicisti, facendomi poi spesso firmare i dischi.

Con quello che succede in Palestina, ma anche in Abruzzo, starsi a preoccupare delle cantonate dei tuoi amici sembra fuori luogo: c'è ben altro di cui costernarsi, dalle smaronate di chi ci rappresenta in giro per il mondo alla piccineria di chi dovrebbe opporglisi. Ma oh, a me dà ai nervi quando qualcuno mi attribuisce qualcosa che non ho fatto/detto o che non è vero: se mi giudicano male per qualcosa che non ho fatto mi ci incazzo, se mi ci giudicano bene mi imbarazzo.
Egocentrismo deviato, occhèi; ma è così, perciò questo post.

Che ci vado è vero (non in puzza: a farmi firmare i dischi), ma la storia del culto è falserrima, e mi dà anche fastidio che gente che conosco da anni prenda una cantonata simile.
Non disprezzo chi ha questo tipo di culto (anche se quando sul forum di Bowie ho letto la frase "noi che ci nutriamo di idoli" ho provato un brivido di disagio) e nemmeno chi segue il gossip: si tratta di amare una forma di narrativa i cui personaggi sono veri (le storie meno, ma vabbè), tutto qui, e ognuno ama il genere che gli pare.
Ma il fatto è che io questo culto non ce l'ho, per niente.
E allora perché farsi firmare i dischi? Perché andare a parlare con costoro?

Innanzitutto, sono fissato con musica, cinema e letteratura. E amo i libri, i dischi e i dvd come contenuto, ma anche come oggetti - e sti amici lo sanno pure: non è per culto dl "personaggi" che anni fa ho beccato la citazione di Gainsbourg in una loro canzone, ma perché ascolto i dischi.
E lasciamo perdere le discussioni avute con altri appassionati sì di musica, ma soprattutto -loro sì- di "personaggi" (più scambi di opinioni che "discussioni", in realtà), nelle quali cercavo di parlare dell'opera e mi si rispondeva sull'autore: chi se ne frega dell'autore?
Per me le cosiddette celebrità contano in quanto artefici di quelle opere che amo tanto e stop: sono d'accordo con chi ha notato che non sapere nulla di Omero, nemmeno se sia davvero esistito, non ci fa apprezzare di meno l'Iliade e l'Odissea.

Se vado a cercare musicisti, attori, autori vari è solo per:

1 Fare loro domande sulle loro opere, se ho da farne;
2 Farmele firmare: con la firma dell'autore l'oggetto supporto smette di essere una copia uguale alle altre ed acquista un minimo, se non di unicità, di personalizzazione. Per me che sono affetto da un vago feticismo, cambia.

L'unico altro motivo per cui vado a cercare una cosiddetta celebrità è se devo intervistarla per il sito (che rientra nel caso 1), o se mi attrae sessualmente; ma essendo impegnato anche questa cade. Però per dire: se mi avvicino a Catherine Zeta-Jones è perché è famosa o perché avendo io gli occhi ed essendo etero e vivo avvicinarla viene da sé? O invertendo: tra Paris Hilton e my woman non ho mezzo dubbio...
Tutt'al più, se dopo un concerto in un locale piccolo il/la cantante resta in giro e sembra simpatico/a, anche questo può portarmi a cercarlo/a: ma come cercherei una persona qualsiasi che sembra simpatica in una situazione che facilita i rapporti, la celebrità non c'entra nulla.
E balbettare lo faccio pure davanti a certe persone che mi mettono a disagio, e che il mondo non se le skioppa neanche di striscio.

Certo, nel mondo mediatico in cui viviamo si verifica uno strano effetto: quello che persone concrete e reali vivano contemporaneamente nel mondo fisico e in quello immateriale. Per cui Mick Jagger e Achille piè veloce, o Corrado Guzzanti ed Emma Bovary, Laura Palmer e PJ Harvey vivono (vabbè, Laura Palmer un po' meno) nello stesso ir-reame. A quel punto vedere uno di questi personaggi in carne e ossa può essere curioso.
Io però ai concerti non mi sono MAI emozionato pensando "finalmente ho davanti a me in carne e ossa proprio LUI, il grande divo": mi emoziono quando suonano bene, e quei rari momenti in cui arrivo a percepire che quel tizio sul palco, seduto con la chitarra a cantare "La locomotiva" è allo stesso tempo seduto a pochi metri da me e presente nel mondo immateriale dei dischi, delle riviste, delle radio, della tv, come se uscisse da se stesso e si espandesse: che è strano, in effetti.

Sennò, la sola altra celebrità che mi interessa è la mia. Per cui potrei cercare qualcuno di costoro per farmi aiutare nella mia improbabilissima scalata al successo.
"Ecco", si dirà, "in realtà il mito del successo in qualche modo ce l'hai".
Macché: il successo non è un traguardo - può svanire da un momento all'altro - né un valore: semmai un mezzo.
Per due fini:

1 Soddisfare la propria vocazione creativa sapendo che quello che fai viene ricevuto, che le tue opere riscuotono attenzione, che ciò che dici arriva a qualcuno (è questo l'eventuale mio successo che ho in mente: pensa come sto messo...).
2 Se si vuole vedere invece meschinità ovunque, allora diciamo soddisfare l'egocentrismo, stavolta attraverso opere (quindi, tornando all'inizio, per qualcosa che HO fatto).
3 Successo poi significa guadagni, e guadagnarsi da vivere con le proprie opere, oltre ad essere una soddisfazione sublime, permette di dedicarsi in beata pace all'arte senza gufi che predicano su "lavori seri" e "piantarla con le minchiate".
Ora, la mia celebrità la vedo molto improbabile; ma in caso i termini sarebbero questi.

Delle altre ho detto, del resto proprio, lo giuro, mi importa una beneamata.

lunedì 2 marzo 2009

Una cosa molto romana...

Tempo fa parlavo con un mio amico di Pisa, città dove vivo, il quale, raccontandomi delle sue conoscenze romane fatte per lavoro, notava in alcuni dei miei concittadini questa visione un po' urbecentrica del mondo.
Come esempio citava la frase "dai, andiamoci a mangiare un cornetto a mezzanotte; è una cosa molto romana", che come cosa non è strettamente romana, ma si fa ovunque.

Io lì per lì ero d'accordo: in effetti può capitare che se vivi in una grande città e hai girato poco ti convinci che tutto quello che ci si fa, specie se particolare, sia esclusivo della tua metropoli.
Però poi ho ripensato a questa frase immaginandomela detta dai miei concittadini, e lì ho capito.
Anche se non è linguisticamente molto corretto, questa frase non vuol dire "è una cosa tipica di Roma", "caratteristica o propria di" né "inventata a":
se ho presente il mio dialetto e i miei concittadini, "è una cosa molto romana" significa "a Roma si fa molto", "i romani lo fanno spesso".

E' un piccolo spostamento di significato, non lo spiego grammaticalmente perché ci vorrebbe un'eternità e sarebbe inutile, tanto così si capisce -spero- lo stesso;
ma, pur essendoci molti miei concittadini con la mentalità imperiale, molti romanocentrici, e anche molti ignoranti che non sanno niente del mondo, almeno questa gliela possiamo togliere.

Quelli che frequenta il mio amico stavano quindi semplicemente dicendo "andiamoci a mangiare un cornetto a mezzanotte, qui si fa sempre".

O almeno si faceva: l'ordinanza di Alemanno vuole impedirlo, dirimendo così la questione linguistica.
D'altronde anche i fascisti son, ahimè, una cosa molto romana...

martedì 17 febbraio 2009

Er sessantotto

Leggo sul bel libro di Federico Fiumani (che ho "scoperto" solo di recente) "Dov'eri tu nel '77" un brano su qual era il vero pubblico di De André.
Fiumani sostiene, parzialmente a ragione, che in realtà il pubblico di Faber fosse un certo tipo di borghesia masochista, che aveva il potere ma gli piaceva sentirsi insultare.
Si può essere più o meno d'accordo: quello che proprio non condivido è il solito discorso sul '68 per cui i rivoluzionari erano i borghesi mentre i proletari erano dall'altra parte, quella dei poliziotti; e al riguardo Fiumani dice anche che i proletari gli preferirono altri cantanti di estrazione popolare perché avevano capito che De André non era uno di loro. E per fortuna che ci risparmia la citazione della poesia di Pasolini "Il PCI ai giovani".

L'unica volta, credo, che sono stato d'accordo con Adriano Sofri (con Luca non mi è ancora successo) è stata quando, durante un'intervista in cui si parlava del '68, gli chiesero di quella poesia e lui spiegò che Pasolini odiava il paternalismo, e che l'ultima cosa che avrebbe fatto davanti a quel movimento sarebbe stata dirgli "bravi" con tanto di pacca sulla spalla, e che il modo che scelse per rapportarsi a quei giovani fu quello della provocazione, e citava anche alcuni incontri che fece con gli studenti durante i quali si chiarirono, e dove spiegò tra l'altro che non parlava di tutti gli studenti.

Ma Pasolini a parte, dire che il '68 era fatto di ricchi borghesi che protestavano contro i bravi proletari poliziotti significa ignorare qualche elemento fondamentale, significa semplificare male.

Intanto, il '68 è stato fatto anche dagli operai, che nel '69 otterranno infatti lo Statuto Dei Lavoratori (sì, metto maiuscolo pure il "Dei"). Secondo, che nella lotta per una vita migliore c'era compresa anche la possibilità per l'operaio di avere "il figlio dottore" (il che mi sta particolarmente a cuore visto che due generazioni fa da parte di mio padre si zappava la terra, poi lui ha fatto l'operaio e alla fine io, pur un po' in ritardo la laurea l'ho presa: dal medioevo al postmoderno in 3 generazioni, un record).
Non lo diceva anche Gramsci "studiate perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza"? Non è stato detto da più parti che la classe operaia doveva attrezzarsi culturalmente per poter esprimere una sua cultura propria e suoi propri quadri, cosa che fino a un certo punto poteva fare solo la borghesia perché solo lei aveva accesso alla cultura più alta?

E poi: a parte che i poliziotti, proletari o meno, erano di fatto schierati dalla parte della reazione (e di proletari ne hanno pestati parecchi, altroché) - perché non basta essere classe oppressa, ci vuole pure la consapevolezza sennò sei come i contadini che aizzati dai preti reprimevano i moti rivoluzionari;
ma quest'idea, espressa da Fiumani, del proletario grezzo e ignorante che siccome in fondo ha una mentalità piccolo borghese e quindi ama le storie di chi partendo dal basso arriva al benessere e al successo allora compra Tiziano Ferro e altri, è proprio il modo in cui la borghesia vuole il proletariato - e attualmente è riuscita a farcelo diventare.

Infatti il '68, con i suoi borghesi che lottando hanno di fatto permesso a me e ad altri di andare all'università, è stato un ERRORE della borghesia. C'erano di mezzo anche gli operai, certo; e probabilmente l'ha fatto anche per smuovere una società stantìa, muffosa e plumbea, e la libertà sessuale piaceva anche a loro.
Ma di fatto avevano contribuito a realizzare uno degli obiettivi di qualsiasi comunista che ragiona, ovvero un proletariato sano e terragno perché appunto popolo, che però è stato raffinato a scuola. Alta cultura e appartenenza alle masse, per cui cervelli coltivati ma senza la distanza dalla gente comune.

Un cocktail micidiale, che i borghesi non appena accortisi dell'errore hanno provveduto subito a disinnescare - grazie anche al contributo fondamentale, almeno in Italia, di un politico che prima ha preparato bene il suo elettorato riducendogli in poltiglia il cervello, POI è sceso in politica raccogliendo quanto aveva seminato, quando ormai i termini della discussione politica erano quelli, angusti e semplificati fino all'insulto, che aveva stabilito lui.
Noi ci avremo sicuramente messo del nostro, io per primo, per non essere la MERAVIGLIOSA classe dirigente del futuro che avremmo potuto essere: ma anche molti sessantottini non è che siano proprio stati all'altezza di quello che avevano FATTO.

D'altronde la borghesia ci ha messo circa 700 anni a prendere davvero il potere: secondo voi se lo faceva togliere da un erroretto? Secondo voi arrivano due fricchettoni e tre operai rintronati dalla pressa e loro si fanno da parte? Seeee....

Ce ne abbiamo da correre, ce ne abbiamo da raffinarci: Fiumani, con le sue canzoni e le sue poesie ci aiuta a farlo, quanto può, e come ci aiuta qualsiasi artista che dia profondità alla nostra visione del mondo e delle cose, che ci aiuti ad articolarla.
Non chissà quanto, ma fa la sua piccola, onesta parte.

Però stavolta, per me, ha detto una minchiata, ecco.

giovedì 12 febbraio 2009

Io e il creatore 2

La notte scorsa ho avuto un'esperienza mistica. Stavo DIOrmendo e, ad un tratto, mi son sentito trasportare via: volavo nella notte verso un luogo lontano, DIOlcemente come se mi trasportasse un angelo.

Ed era proprio un angelo, che appena finito il viaggio mi ha detto: "Ecco, miscredente: siamo giunti nella Città di Dio. Vediamo se adesso ti redimi".
Io ero stupito ma mi sentivo bene, come se mi fossi appena lavato e DIODIOrato; e vidi davanti a me questa grande città, con una grande porta d'ingresso per accogliere le anime smarrite.
Visto il suo scopo, la porta era stata consacrata a colei che ha il nome di Ianua Coeli: mi trovavo infatti davanti a Porta Madonna, varcata la quale cominciai ad esplorare la città.

Era una bella città, c'era felicità DIOvunque,e le strade il nome ce l'avevano: infatti ad un certo punto ne ho imboccata una dedicata ad un pittore, Cagnaccio di San Pietro, e mi sono ritrovato davanti al parco.

Il parco è destinato ai bambini, ricordando la frase di Gesù che voleva che venissero a lui: si trattava infatti del Parco di Cristo, nel quale scorazzavano allegri e liberi anche alcuni animali.
Ed erano tutti animali di Gesù: il maiale, insolito per un parco, il cane e tanti altri, tra i quali una gazza parlante, cui chiesi: "Cosa ci fai nella città di Dio?" "Becco", rispose ovviamente lei.

Così le diedi alcuni frammenti di DIOscotti, e conversando amabilmente giungemmo al grande porto, che accoglie i pescatori di anime.
"Il Porto di Dio!" esclamai meravigliato, ma a quel punto mi sono svegliato ed ero nel mio letto.

Chissà perché, avevo la sensazione che in quella città non mi avessero ammesso.
Vabbè: amen...

giovedì 15 gennaio 2009

L'ideologia è in ottima salute

Un articolo sul Tirreno, credo dell'ultrà "democratico" Bruno Manfellotto (cricca di Repubblica, più o meno), nel quale si accusa di ideologia il Ministro brasiliano che ha negato l'estradizione di Cesare Battisti, mi conferma che sebbene molte ideologie siano in crisi ce ne sono alcune che prosperano.

E siccome io al concetto di ideologia ci tengo, se l'ideologia in sé prospera sono contento.

Come ideologie che prosperano, mi riferisco in particolare all'ideologia di Manfellotto, del Tirreno, di Repubblica: non certo alla mia o a quella -presunta- del ministro do Brasiu.

Mi spiego: siamo tutti scandalizzati per il processo ridicolo in base al quale è stato condannato Sofri, basato su un teste che definire inattendibile è poco e svolto con evidenti intenti persecutori da parte di quell'Italia destrerrima, talmente destra che non si ammanta nemmeno della "modernità" del PD, quella ultrareazionaria ben rappresentata da Libero, da Il Giornale, dai poliziotti di Bolzaneto e via horrescendo.
Dicevo, siamo tutti scandalizzati da una (in)giustizia traviata in questo modo, e per Sofri c'è chi ha raccolto firme e fatto altro nonostante il personaggio sia tutt'altro che simpatico perché ci pareva giusto e saggio cercare di lottare perché la legge pur borghese fosse quantomeno amministrata con equità e senso (non ridete troppo forte, dai, non è educato...).

Quando però si passa a Cesare Battisti, non l'austromarxista irredentista trentino, bensì lo scrittore di gialli con un passato opinabile, ecco che la capacità di scandalizzarsi e l'ansia di verità improvvisamente spariscono.
Anche nel suo caso, infatti, c'è stato un processo ridicolo basato su un pentito sbugiardato decine di volte, ma tutte le campagne fatte a favore di Sofri, tutte le voci illustri che si sono levate in occasione del processo per l'omicidio Calabresi, nel caso Battisti hanno religiosamente taciuto.
Come mai?

C'è il discorso della lobby di Lotta Continua, certo, ma io credo sia più un fatto di ideologia: Sofri si è "democratizzato", ha scritto a favore dell' "intervento umanitario" dell'ONU, è un "democratico" -nella triste accezione odierna- fatto e finito quindi è simpatico: alla ultradestra no, ma diciamo che alle persone "normali" sì -e se non simpatico, almeno può essere difeso.
Battisti no; ed era anche in un gruppo politico comunista, ha rinnegato la scelta violenta ma non si è cosparso il capo di cenere, invece di fare l'italiano che parla parla ma al momento giusto piagnucola perdono si è pure messo ad esultare quando l'hanno liberato (strano, eh?): imperdonabile, sputiamogli addosso!

Non lo sa che in Italia senza un po' di teatro non ottieni nulla? Non lo sa che in Italia devono scattare la lacrimuccia e la sceneggiata, e che per farti perdonare o difendere devi far sentire superiore a te chi ti appoggia, che devi metterlo nella condizione di dire "vabbè, oggi sono buono e ti perdono ma guai se ti fai vedere felice o libero: lo faccio perché mi devo sentire buono, mica perché è giusto"?
Poveretto, ci credo che viveva in Francia e in Brasile, qui che ci stava a fare?

E' debole la mia ricostruzione? Sì, non lo nego: ma è quella che fa fare ai media una figura migliore, perché sennò dovremmo pensare che tutti quelli che ci lavorano sono, o sono diventati, deficienti e/o ignoranti, che danno le notizie senza saperle.

Preferisco pensare all'ideologia: come diceva quello "meglio un bastardo di un cretino: il bastardo ogni tanto si riposa".

Qualche link:


Uno
Due
Tre

giovedì 18 dicembre 2008

"Sticazzi" e "mecojoni": una questione filologica

E' noto che le lingue cambieno, si evolveno, si trasformeno, si contamineno: la ggente si incontreno e così le parole di un dialetto si diffondeno anche presso quelli che ne parleno un altro.

Però non sempre quelli che adotteno le parole degli altri le capischeno suBBito, così si sente usare certe espressioni in modo non coRetto.

Per esempio: uno degli effetti della (immeritata) fama di certi personaggi provenienti dalla mia città, LA città, è che adesso sento usare perfino in toscana la ben nota espressione "sticazzi", che è tipicamente capitolina: peccato però che per lo più la si usi in modo iNproprio.

"Sticazzi", infatti, contrazione evidente di "questi cazzi", è un tipico esempio di linguaggio neutro maschile: cioè il punto di vista parziale di uno dei due sessi che si afferma, o viene fatto affermare come neutro ed universale.
In questo caso specifico, significa che dal punto di vista del maschio il cazzo è cosa di poco conto: ce l'hanno tutti e non è oggetto di desiderio da parte sua (l'unico apparato riproduttivo che considera importante è il proprio, e ci tornerò), ed è anche per questo che una cosa bella è una "ficata" (il punto di vista omo, nella cultura popolare-dialettale, viene del tutto ignorato).

E' quindi sbagliato usare "sticazzi" nel senso di "accidenti!", "però", o per commentare qualcosa di eccezionale: "sticazzi" infatti significa "e chi se ne frega".
E' come se uno dicesse ironicamente "e non aggiungi questi cazzi, cosa poco importante, alla cosa poco importante che hai appena detto?" oppure "a proposito di cose trascurabili, perché non parliamo anche di questi cazzi?".

Se invece si vuole commentare qualcosa di eclatante, in senso sia negativo che positivo, comunque clamoroso, si usa "mecojoni", che è contrazione di "i miei coglioni", ovvero parte dell'unico apparato sessuale maschile che, come ho detto, l'uomo considera importante: è questa l'espressione che si usa per dire "ma dai! davvero?"
Rispondere con quest'esclamazione è come dire "per i miei coglioni", come si dice "per Giove": è un modo per dire che ciò che abbiamo appena sentito, o visto, merita di essere commentato nominando qualcosa di MOLTO importante, come appunto ogni uomo ritiene siano i propri coglioni.

Perciò:
-Briatore va in vacanza a Cortina
-E sticazzi

-Montella al dderby ha fatto 4 gol
-Mecojoni!

Capito?

(la seconda puntata qui)

AGGIUNTA: Accolgo il prezioso suggerimento di Arcomanno ed aggiungo questo spettacolare video esplicativo:

La rivincita!



Dopo questo stavolta tocca a noi! Con tanto di lavoratore disegnato su uno sfondo coi colori della bandiera dell'URSS!

martedì 14 ottobre 2008

Fl-ORRI-legio

Gentil lettore de sta ceppa di rete (traduzione di web-log, da cui "blog"),

quanto oggi vo a proporLe è un florilegio dell'italica arte del verso. Poiché la strada della virtù passa per quella dell'errore, proporrò soprattutto esempi esecrandi di arte definibile solo come disgraziata e criminosa, a perenne monito dei nefandi effetti che sortisce la pratica del verso non sorretta da virtute e canoscenza.

Un buon inizio potrebbe essere costituito da questi -purtroppo- immortali versi attribuibili al Bigazzi, noto delinquente della parola, che ha perpetrato i suoi horrendi delitti in complicità in questo caso di tale Tozzi Umberto:

Fammi abbracciare una donna che stira cantando

che già è brutto forte, ma non quanto

apri la porta a un guerriero di carta igienica

E ancora non è nulla: sempre lo stesso Bigazzi (credo) si è reso capace, in complicità con un innominabile cantante sul quale torneremo più avanti, di

Ma se Dio ti ha fatto bella
come un ramo di ciliegio
tu non puoi amare un tarlo
tu commetti un sacrilegio


Se questi sono i risultati della scolarizzazione del popolo ci sarebbe di che augurarsi un ritorno all'analfabetismo di massa persino più esteso dell'attuale, visto anche che questa non è l'unica bruttura della lirica (di un'altra in particolare riparleremo); ma il dio Apollo in persona evidentemente sta cercando di farci scontare qualcosa, così la sequenza non è finita.
Personalmente ritenevo che il fondo della storia -altrimenti nobilissima- dell'italica poesia si fosse toccato con

Servi della gleba a testa alta
verso il triangolino che ci esalta


versi la cui bruttezza e tristezza non possono essere adeguatamente analizzati nello spazio tiranno di un blog. L'unico commento possibile è che ci auguriamo un ritorno veloce del compagno Zdanov nonché un rapido ripristino di quelle mai troppo rimpiante funzioni socio-educative della Siberia, al fine di ottenere giusta vendetta per siffatto affronto estetico.

Ma pur sapendoti, gentil lettore, duramente provato da quanto finora letto, non posso poi esimermi dal ricordare un passo dell'innominabile sopracitato, passo che nel suo orrore evoca un tale titanico squallore da assurgere a una sua pur malata grandezza:

Sarai sola contro tutti
perché io non ci sarò
quando piangi e lavi i piatti
e la vita dice No


Una potenza icastica raggiunta raramente, non c'è che dire. Guccini, per descrivere qualcosa di paragonabile, ci ha messo tutto il testo di Il compleanno (per verificare, cliccare quine ).

Citerò poi per inciso la degenerazione di un passo del sommo Giacomo Leopardi, ad opera dell'accolita canterina nota col nome di Matia Bazar, ossia:.

Fare il conteggio dei giorni passati
scoprire adesso che non sono sprecati
e che tu sei sempre viva e presente
ora come allora tu sei mia nella mia mente


dove la stagione "presente e viva" del bardo di Recanati diventa, ohibò, un'amichetta "viva e presente".
E non si dubiti della pertineità dell'accostamento tra il divin Giacomo e costoro: essi, non contenti, ribadiranno la loro passione per il Sommo col brano Vaghe stelle dell'orsa (dove nell'accostarsi a Recanati non andranno oltre il titolo, certo, ma intanto fanno due).

Passando oltre, possiamo poi dimenticare Giulio Rapetti, in arte Mogol? Ahimè no: un passo quale:

Non piangere salame
dai capelli verderame
è solo un gioco


dimostra inequivocabilmente, qualora ce ne fosse bisogno, l'indiscussa superiorità dei dischi che il Lucio reatino realizzò complice quel Pasquale Panella che si presentò con

In nessun luogo andai
per niente ti pensai
e nulla ti mandai
per mio ricordo


e citiamo anche

Su un dolce tedio a sdraio
amore ti ignorai
invece costeggiai
i lungomai


Altra classe, non c'è veramente che dire.
Nominate di sfuggita le incresciose

mani cucciole

cantate dal temibile Nek (mi segnalano che in terra di Liguria "necco" indica persona di scarse capacità intellettive, e non aggiungo altro);
dicevo, citato en passant quest'altro crimine, passo al passo che a mio parere merita l'infamia somma, l'esecrazione dell'umanità tutta, l'universal ludibrio, la bocca di Satana nello Stige.
Ad opera dell'innominabile di cui sopra, dal brano Bella stronza (che come se non bastasse già conteneva il passo del ciliegio), ecco i versi che gettano fango indelebile sulla tradizione poetica di una nazione intera:

Mi verrebbe di strapparti
quei vestiti da puttana
e tenerti a gambe aperte
finché viene domattina


Sì, certo, nei versi successivi ritratta, ma ormai la frittata... chi scrive si sta ancora chiedendo cosa facesse la polizia il giorno che è uscito questo disco: e poi dicheno che dovremmo sentirci protetti... mah. Però dovremmo anche chiederci dove eravamo noi, che in quanto contemporanei dovremmo in qualche modo sentirci responsabili di questa nera pagina della nostra storia -benché poetica, sempre storia è.

Tutto questo può sembrare troppo per un post solo, e c'è il rischio

di gettar definitivo disdoro
sull'italico territorio canoro;

ma nonostante quanto ahimè visto invito ad esplorare comunque l'ausonia discografia. Se infatti da una parte sono certo che ci aspettano ancora perle preziose nascoste nei recessi di polverosi e gracchianti 45 giri, dall'altra escludo ci si possa imbattere di nuovo negli abissi (o i vertici?) di obbrobbrio toccati nell'ultimo passo, e dunque possiamo proseguire senza la paura di incocciare in qualcosa di peggio, che non ritengo esista in natura.
Cerchiamo dunque nel passato senza paura: saremo più vigili in futuro!

venerdì 10 ottobre 2008

Il punto più alto

Ritorno frivolo sul blog: parlo infatti di "Un posto al sole", serie che più che prendermi mi ha accerchiato.
Sorella, fidanzata, padre, amici (benché comunisti - ma deve aver fatto da traino Blob: per mia sorella sicuramente, probabilmente anche per gli altri).
Da quando convivo non me la scampo più, e alla fine, pur tra mille momenti trash, la trovo anche divertente.

Non l'ho vista chissà quanto, ci sono annate intere che ignoro (e senza rammarico); oltretutto, da quando lavoro la sera me lo perdo almeno quattro volte su 5.

Ma per fortuna stasera l'ho guardato, perché probabilmente ho visto il punto più alto della serie, meglio anche di quando apparve Lucarelli nella parte di sé stesso: il personaggio più folle della serie è in punto di morte e le appare proprio lei, la morte, interpretata nientedimeno che da AMANDA LEAR!! Il dialogo è notevole (poteva essere meglio, ma è pur sempre Un posto al sole), con tanto di "parafrasi" (vabbè...) di Majakovskij da parte di Sabrina, che "traduce" così la chiusa della poesia che il grande Vladimir dedicò a Esènin: "morire è facile, è vivere che è un casino".
Poi certo, le trashate non sono mancate di certo neanche stasera, ma comunque grande puntata, davvero. Il giorno poi che decideranno di farne dirigere una a Lynch (magari una con Ferri...) sarà l'apoteosi.
Per ora teniamoci questa notevole AmOnda...

martedì 9 settembre 2008

Una bella campagna

Campagna sacrosanta, e poi anche per mettere un immagine ogni tanto su sto blog de piombo.

un dito per maroni

martedì 2 settembre 2008

Ma... no, eh?

Emozioni di qua, emozioni di là, e questa serie promette grandi emozioni, e aspettiamo un campionato di grandi emozioni, e la musica deve dare emozioni, e ovunque emozioni, emozioni:

ma qualche ragionamento, ogni tanto no, eh?
Così, eh, tanto per variare, invece delle onnipresenti emozioni...

Versi altrui

...intanto, alcuni con le cerbottane
sono tornati da una gita nelle campagne
Non vi hanno trovato granchè:

Soltanto un profumo perduto
e la neve annerita dal fumo

Soltanto un profumo perduto
e una vescica profonda sul sole!

YYM-Andeira

mercoledì 23 luglio 2008

Né con

Una canzoncina scritta tipo un paio abbondante di anni fa (leggo ora: novembre 2005), parla di false alternative (e della necessità di una figura come quella del buono manesco). Si intitola come il post.


Amico, te lo dico,
che me so’ rotto li co
mi guardo intorno e Urca!
Croci, stellette e burqa

‘sti religiosi tristi
mi squassano i maron
mai con gli integralisti
né con i neo-con!

Tra il muro e i carri armati
lì non fanno più vita
però se provi a dirlo
sei un antisemita

Non amo, no, i sionisti
seguaci a Ben Gurion
mai con gli integralisti
né con i neo-con.

Che poi parlan di “vita”
altri figuri tristi
che sfruttano, che inquinano
e so’ anche antiabortisti

sti americani tristi
mi spaccano i maron
mai con gli integralisti
né con i neo-con.

Non è tanto il futuro:
è il presente che è nero
pistola sulla tempia
del libero pensiero

ai tristi oscurantisti
rispondo col baston
mai con gli integralisti
né con i neo-con.

È sempre stato il caso
ma adesso lo è di più
di combatter “this sickness”
e di trovare “a cure”:

mai più timidi e tristi
per colpa di baffon
EVVIVA I COMUNISTI
E LA RIVOLUZION!



La musica è così: una strofa con questa melodia



e una con questa:

venerdì 4 luglio 2008

Il dono della sintesi - i Righeira

Il trash revival ci ha un po' stufato: e lo dico da fondatore.
Già, da fondatore (con mano sul fianco, petto in fuori e indice roteante).
Sebbene mi si siano incu... ahem, filato in pochi
(ma a Pisa tanti, qualcuno ancora me lo dice, bella la nano-notorietà, eh? senza nulla togliere, ovvio, ai miei splendidi fans - che almeno ho, e non è poco),
dicevo, prima della super parentesi, sebbene a livello nazionale non mi si sia schioppato nessuno, sono stato uno dei fondatori del trash revival.

O meglio: ho colto anche io l'onda, un attimo prima che arrivasse: erano infatti i primissimi anni '90, e dalle conversazioni col Sommo e con la Bardi rivennero fuori dalla memoria le canzoni folli che andavano in classifica negli anni '70 (attenti al decennio, poi ci torno) e decisi che nelle mie serate da dj avrei dedicato uno spazietto a questi simpatici obbrobbri, un po' allo scopo di divertirmi/ci con l'estetica del brutto, un po' come monito: come dire "all'epoca queste canzoni erano considerate fighe e adesso ne ridiamo, quindi occhio a comprare i singoli pop di oggi, perché potrebbe finire allo stesso modo".
Così tra gli insulti di qualche rockettaro duro e puro che non capiva come potessi io passare dall'ortodossia rock delle mie scalette a quella robaccia (che all'epoca, tipo nel '91, era tra l'altro più vicina cronologicamente di quanto non sia vicino Nevermind a oggi) e l'apprezzamento di un amico che aveva fondato l'Arcigay a Pisa, il quale mi nominò praticamente dj ufficiale delle loro feste (per la serie: ma quali ghetti, l'ArciGay ha un dj etero) questa sezione delle mie serate si espanse, specie nelle suddette serate ArciAllegre.

(Inciso: non era tutto sterco -benché amabile- quella musica: in mezzo ci ho riscoperto un genio come Rino Gaetano, del quale all'epoca non si trovavano nemmeno i dischi, altro che fiction tv, e un gruppo pop geniale -ancorché con testi spesso da schiaffi- come i Matia Bazar, e altre amenità).

Poi arrivarono Anima Mia, Meteore e altro, e mentre io facevo feste per poche decine di migliaia di lire (benedettissime, visti i chiari di luna dei miei anni 1988-2007, ma poche rispetto a... ->) a Roma la coppia di dj detta Torretta Style (o Toretta? la pronuncia coRetta sarebbe queSSa) si faceva d'oro con queste serate.
E mi sa che abbiamo più o meno iniziato insieme: quando li vidi al Forte Prenestino loro non erano ancora star e l'irruzione della monnezza nelle mie scalette era avvenuta da poco. Come manager di me stesso faccio schifo, lo dico sempre.

Insomma, poco tempo dopo questo tipo di revival si è stradiffuso, anche se tendenzialmente più orientato agli anni '80. E questo è importante, perché mentre gli anni '70 erano talmente folli che perfino certo pop risentiva del clima dell'epoca, gli anni '80 erano molto più normalizzati anche da quel punto di vista, e il revival 80s è per lo più il prosieguo del revaivol disco-settanta: roba per lo più da discoteche facili, da animazione campeggio.
Poi certo, anche negli anni '80 c'era della follia (elemento imprescindibile per un trash revival con tutti i sacramenti), anche quello si può fare con spirito arguto e grano salis, tutto quello che ve pare, ma è ovvio che -certi- '70, sono una cosa e gli '80 un'altra.

Di quest'altra, gli '80, uno dei gruppi simbolo furono i Righeira, che sull'onda del revaivol sono stati ovviamente rivalutati, al punto che l'anno scorso hanno pubblicato un disco nuovo.
Musicalmente siamo sempre lì, più o meno; ma i pezzi non sono orrendi come quelli vecchi, e soprattutto un tempo non scrivevano cose come questa:

Il destino di una nazione
si decide alla televisione
Dipende tutto dalle riprese
il futuro di un paese

Il destino di una nazione
dipende tutto dalla religione
Si gioca tutto nelle chiese
il futuro di un paese

Digitale informazione
per milioni di persone
Nell’elettrica finzione
la tua intima adesione

Il destino di una nazione
dipende tutto dalla persuasione
Il messaggio promozionale
anche se subliminale

Il destino di un grande stato
si decide al supermercato
dipende tutto dalle pretese
il bisogno di un paese

Digitale informazione
per milioni di persone
Nazionale popolare
viva il centro commerciale

(copyright dei Righeira, ovvio)

Un testo che ha lo stesso potere di sintesi dell'oggi che a modo suo aveva "Vamos a la playa - oh oh oh" rispetto agli anni '80, o di sintesi in generale che aveva "l'estate sta finendo un anno se ne va": l'essenzialità assoluta, che a quanto pare non hanno perso (e che io non ho per niente: doveva essere un post breve).
Specie il verso sulle pretese è geniale, visto il tasso preoccupante di trasformazione in barbari presuntuosi dei cittadini (plebe, meglio) dello stivale: i due sembrano quasi tornati ai loro esordi simil-punk (nel suo primo 45 giri Johnson Righeira era accompagnato dagli Skiantos, miKa Kazzi).

Il trash revival, insomma ci ha stufato, ma ogni tanto porta delle gradite sorprese, ogni tanto il pop riesce a raccontare bene l'oggi, pare.
Quantomeno meglio di Ernesto Galli Della Loggia di quei destri di Repubblica.