martedì 16 novembre 2010

La lezione che non tenni

Lunedì scorso, una settimana fa, sono andato a lavorare come tutti i giorni dell'orario, presso la scuola serale nella quale insegno.
Ho fatto due lezioni di Italiano ad alunni stranieri, ma avrei dovuto fare questa che segue, che intitolerò:


PREPOSIZIONI SEMPLICI ED ARTICOLATE.

Stamattina ho messo un piede A* cazzo SU un gradino,
e ho fatto un grifo** da paura SULLE scale DELL'asilo nido DI Eva
(che PER fortuna non avevo IN braccio).
Anche prima DI rendermi conto DEI danni, ho comunque bestemmiato A*** Dio, ma poi sono venuto lo stesso A lavorare.

* Uso modale
**Romano per "caduta rovinosa e coreografica" (quando, appunto, si aprono le braccia tipo aquila, o grifone).
*** Uso, temo, improprio.



Il seguito avrebbe potuto essere:

Siccome però dolevo, mi sono fatto accompagnare AL Pronto Soccorso: stranamente c'era poca fila, ma la volta che ci ho messo DI meno AD entrare è stata quella IN cui sono uscito più tardi: mi ci è infatti voluta una settimana PER farmi rilasciare, A causa DI necessari controlli ed osservazioni, e ho passato la prima notte SU una fottuta barella, prima DI essere spostato IN un letto DA cristiano.
Il resto DELLA settimana è scorso lento TRA sforacchiamenti, la fucking abitudine DEGLI ospedali DI dire "forse esce domani" e poi rimandare, 4 ecografie, un cibo DA domande esistenziali ("come minchia si fa A cucinare le patate arrosto cattive? Perché k@%%0 sempre la dannata menestrina e non, PER dire, DELL'onesto riso? Quanto si doveva essere IN generale poveri PER mettere NEI**** fumetti il pollo arrosto come simbolo DEL cibo più succulento?"), una mattina DI curioso andirivieni DI clero, anche gentile perché venivano A salutare e A fare due chiacchiere anche CON un senzadio come il sottoscritto, e uno mi ha anche infine spiegato che accanto ce n'era ricoverato uno DI alto rango, DA lì il transito.
Poi noia A secchi, 4 libri letti e la scoperta che la fantasia erotica maschile DELLE infermiere ultrasexy è tale perché non esiste NELLA realtà - no via, IN realtà 6 carine circa c'erano.
Ah, e un interessante collegamento passato-futuro: sabato sera ho seguito la partita ALLA radio, come un tempo, ma la radio l'avevo SUL cellulare.
E ho fatto quasi tutta la traduzione petrosa DI Thunder Road, del Boss: un lavoraccio, che senza ricovero chissà se l'avrei fatto.
Oggi la scarcerazione. E alleluia.

**** Eh sì, anche questa: occhio che sfugge.


venerdì 1 ottobre 2010

Il cantautore

Anni fa mi accorsi che ne Il pensionato di Guccini non si parlava solo del suddetto pensionato, ma qua e là compariva anche chi lo osservava.
Così ho pensato: sappiamo come il cantautore vede il pensionato, proviamo a immaginare come un pensionato vedrebbe il cantautore.
Non è una riscrittura "petrosa" è una riscrittura normale.
Diedi una stampata di questa ad un'amica che abitava a Bologna e che mi aveva promesso di portarla al buon Francesco. Chissà se l'ha mai fatto: non la vedo da allora...
Potete far partire il video dell'originale e leggere ascoltando l'originale:




IL CANTAUTORE
(da Il pensionato di F. Guccini)

Mi sente da oltre il muro che ogni suono fa passare
ma lo sento bene anch'io quando attacca a strimpellare
lo vedo nella luce di quella lampadina
che ormai ricordo bene alle tre di ogni mattina
illumina i suoi mobili, che han visto altri splendori,
e i suoi amici drogati che schiamazzano e fan cori
fra i suoni disumani dei suoi canti quotidiani
che strilla a squarciagola, m'ha spaccato ormai i timpàni.

Lo sento quando torna sbronzo e tardi alla mattina
che urta contro i mobili e poi arranca in cucina,
e mentre sta fumando ancora un'altra sigaretta
ritiene giusto imporci la sua nuova canzonetta
e poi mi incontra ancora quando viene l'ora sua
io fingo gentilezza e penso "Limortacci tua!
Stanotte, cantautore, mi hai svegliato la signora;
ringrazia tanto il cielo che non t'ho sparato ancora.

T'ho detto cento volte per telefono, in giardino,
che urlare a tarda notte non è da buon vicino"
ma mi calmo davanti a quel sorriso suo un po' fesso
che non aveva quando era famoso più di adesso.

Infatti credo che ripensi spesso alla sua vita,
a quei tempi felici della sua fama antica
a quei suoi vecchi dischi che ormai sanno un po' di muffa
si sa che prima o poi di ognuno la gente si stufa
a quel tin-tin di soldi, due milioni o tre al secondo
di quando lui faceva tournées in giro per il mondo
e dopo la miseria in tanti giorni uguali e duri,
le notti a lamentarsi fino a far tremare i muri.

Ci penso e non capisco, allibisco e mi stupisce
che uno fa bene i soldi e dopo male li gestisce
dei mille modi e tempi, delle possibilità
ha scelto le peggiori con meticolosità
e poi speriamo almeno che sia stato un po' felice
che dimentichi tutto quando sbronzo si assopice,
cosa che ultimamente succede sempre più spesso
che cosa faticosa è sopravvivere a sé stesso.

Ma cosa sto dicendo ? Questo qui é solo un mio tarlo
lui mi rompe i coglioni ed io sto qui a giustificarlo;
chiunque lo può dir per certo se peggiore sia
la sua per così dir miseria o quella vera mia.

Avrete già pensato, infatti, "Ma sta così bene,
fa come vuole, vende, non gli mettono catene"
c'ha i soldi risparmiati, non gli mancheranno mai
son io che sono povero, che vivo in mezzo ai guai
ci manca solo lui e i suoi amici dagli sguardi spenti
se non la pianta lo faccio interdir dai suoi parenti,
mannaggia i fricchettoni faccia sporca e pancia piena
mannaggia la pensione con cui sopravvivo appena.

lunedì 13 settembre 2010

Rime petrose

Chi segue il blog avrà notato (forse) la sparizione di due posts: nella fattispecie, le traduzioni in italiano antico di Walk On The Wild Side e di Satisfaction.
Ciò non è dovuto ad un mio improbabile rinnegamento dei due testi in questione, bensì ad un loro trasferimento.
"Rime petrose", infatti, diventerà una rubrica sul sito Ora Zero, e lì verranno pubblicate queste e quelle nuove che io e i collaboratori (ancora pochini, va detto) stiamo preparando.
Qui c'è l'introduzione:

Scuotiamoci! Let's rock!

La canzone di Lou Reed che era qui ora è lì...
Qui invece ci lascio "Paladini ne la procella" perché è stata la prima e perché è stata commentata.
Il link alla rubrica sarà qui accanto in bella vista, buona lettura.

Già che ci sono ricordo che per "Rime petrose" io intendo "testi rock" e non la fase complessa di Dante; in realtà ci saranno anche testi pop, ma "rime volgari" poteva essere equivocato...

venerdì 13 agosto 2010

Ale - an -dro, Ale - an - dro

Come si fa, ragionevolmente, a non essere comunisti davanti a una società che ci vorrebbe tutti zombies compranti-lavoranti rintronati a cantare "Ale - an -dro, Ale - an - dro"?


(Nota: Alejandro è l'ultimo, strachiacchierato video di una molesta popstar, annunciato come scandalosissimo. Sono andato su TuTubi a guardarlo e: 1 La canzone è un po' meno molesta di Beduomens, sembra un singoletto sciocco parecchio di una cantantuccia sudamericana postmadonna con ritornello - nella sua scempiaggine - memorabile; mentre il video è una finocchiata* intervallata da qualche tentativo di provocazione anche qui postmadonna - post di 20 anni buoni, da qualche momento suggestivo in b/n dopo il minuto 4 e con una trama che non ho avuto nemmeno voglia di provare a seguire. In pratica, chiasso inversamente proporzionale ai motivi.

*absit iniuria verbis: per me non è un insulto, è una semplice definizione tecnica)


Però, però. A pensarci potrebbe essere un'idea, un'idea che, situazionisticamente, usa i media, rivoltando le strategie dei padroni delle ferriere contro di loro (o giù di lì).

Immaginiamoci una circostanza alla quale si reagisce con una manifestazione, meglio se una di quelle che prevede un grande corteo a Roma e tanti piccoli cortei nelle varie città (lo so, ci sono più motivi per fare le manifestazioni che politici disposti a/capaci di organizzarle, ma amen).
La si prepara adeguatamente, sia quella nazionale che quelle locali, in modo che i cortei siano ASSOLUTAMENTE composti, ordinati e silenziosi.
Silenziosi in realtà no: i manifestanti dovrebbero sfilare per la città con aria tranquilla, come di chi passeggia senza grossi pensieri, con l'aria di chi fa una cosa assolutamente normale, cantando ripetutamente "Ale - an -dro, Ale - an - dro" (con le giuste pause, come nel finale della canzone) finché non arrivano davanti al Comune, alla Prefettura o dovunque si sia scelto di far terminare il corteo, e lì continuare imperterriti a cantare "Ale - an -dro, Ale - an - dro" per tipo 4 (quattro) ore.
Visualizzatelo: potrebbe essere destabilizzante. Intanto perché nessuno si aspetta che un corteo di sinistra si metta a cantare le punte di diamante del capitalismo mediatico rimbambitore; poi, il continuo ininterrotto ripetersi farà sì che chi vede passare la manifestazione prima si sorprenda, poi rida, poi si metta a dire "vabbè, ora faranno qualcos'altro" - e invece no, Ale-an-dro a martello; infine, questo ripetersi continuo dopo un po' porterebbe i manifestanti alla trance, gli altri in un punto magico tra l'ipnosi e l'esasperazione.
Certo, 4 ore più il corteo così, a cantare "Ale - an -dro, Ale - an - dro" sono toste; ma vogliamo fare la rivoluzione, rivoltare il mondo e rifarlo da capo e non siamo buoni a passare una mattina a cantare? Essù..
Secondo me funzionerebbe: dopo 4 ore di "Ale - an -dro, Ale - an - dro" sarebbe il Prefetto in persona a uscire con la testa di Berlusconi in mano.

mercoledì 21 luglio 2010

9 anni fa, Bob Dylan

Il lavoro che facevo nel 2001, e che avrei fatto ancora per quasi tutti gli anni '00s, non mi consentì di andare a Genova nessuno dei 3 giorni. Però la sera del secondo riuscii, con fidanzata ed amici, ad andare a La Spezia a sentire Dylan.
Durante il tragitto telefonai all'amico/coinquilino Sergio, che mi diede la notizia di Carlo Giuliani.
Il resoconto del live che scrissi per il sito napster.it raccontava cosa volle dire seguire il concerto con quella notizia in testa.
Lo ripubblico (il sito, come detto, non c'è più) come lo scrissi: la formattazione l'ho corretta, le ingenuità no.



(l'immagine l'ho presa da Maggie's Farm, IL sito italiano su Bob Dylan)

BOB DYLAN sul palco
La Spezia 20 luglio 2001

Bob Dylan continua a suonare in giro per il mondo. Anche quest'anno il suo "Never Ending Tour" ha fatto tappa in Italia. Tra le altre date, La Spezia 20 luglio. Qualcuno aveva detto che questo concerto era stato organizzato per disturbare le manifestazioni di Genova contro il G8, ma sembra un'ipotesi assurda: il pubblico infatti è decisamente numeroso né sembra troppo "genovese". L'atmosfera che si respira è positiva e gioiosa, come se nessuno avesse sentito la notizia della morte di Carlo Giuliani avvenuta solo poche ore prima.
Mentre aspettiamo che inizi il concerto mi chiedo se Dylan dirà qualcosa al riguardo, lui che notoriamente ai concerti apre bocca soltanto per cantare, non dice mai neanche "buonasera" o "arrivederci" e per ringraziare fa gli inchini; infatti non ci spero molto.
Dylan si presenta sul palco accompagnato da basso, batteria e due chitarristi, formazione country rock essenziale. Infatti gli album "country" saranno piuttosto gettonati nella scaletta della serata: All Along the Watchtower, Wicked Messenger, Tonight I'll be staying here with you e Country Pie.
La musica scorre bene, il gruppo funziona, passano classici come Like a Rolling Stone, Rainy Day Women 12 & 35, Love minus zero/No limit e Highway 61 Revisited e il pubblico risponde con calore. Ma è impossibile ascoltare Dylan e le sue canzoni dalle parole pesanti e pensanti senza fare associazioni mentali con quanto è successo nel pomeriggio pochi chilometri più a nord. Lui, come previsto e come d'abitudine non dice nulla; le canzoni più impegnate del suo repertorio, però, ci sono quasi tutte. Che sia questo il suo modo di commentare i fatti di Genova, usando le canzoni invece delle parole? La mia impressione è questa, chissà se è così.
Il secondo brano in scaletta è la storica The Times They are a-changin, e viene da pensare che in realtà non cambiano per niente: come nel '60 scontri a Genova, come allora la morte in piazza. E se i tempi cambiano, evidentemente non cambiano mai abbastanza, o non necessariamente in meglio.
Parte Masters of War, l'invettiva contro i potenti della terra, sembra scritta apposta per il vertice del G8 e invece ha quasi 40 anni; suona I shall be released; suona Chimes of Freedom, e oltre al perché del destino di Giuliani ci si chiede anche quando suoneranno mai queste campane della libertà. La risposta, ovviamente, "soffia nel vento": Blowin' in the Wind, anche lei in scaletta.
Ma anche quando suona canzoni non politiche le parole hanno echi sinistri: Tangled up in blue, avvolti nella tristezza o, peggio, Knockin' on Heaven's Door: non si possono ascoltare versi come "posa quelle pistole, non posso piu' sparare" senza una stretta al cuore.
Il pubblico invece li ascolta e canta tranquillamente, con gioia, dietro al ritornello. E alla fine è anche comprensibile: al di là di quello che le canzoni evocavano, questa è una serata di ottima musica,che ha il potere di lenire in qualche modo le ferite e in una certa misura di consolare.
Esco con due pensieri in testa: il primo è che è strano che questo compito di consolare e di distrarre lo svolga proprio Dylan, che per primo fece entrare esplicitamente nelle parole del rock la storia, la politica, quello che succedeva nella società e nel mondo. L'altro è il titolo di una sua vecchia canzone: "Va tutto bene, sto soltanto sanguinando".

lunedì 5 luglio 2010

TWIN PEAKS for dummies




WELCOME TO TWIN PEAKS!
La serie più bella del mondo for dummies
(a partire dal sottoscritto, che l'ha vista 16 anni dopo la sua messa in onda italiana).

Per chi ancora non si fosse avvicinato a questa meraviglia, magari perché giustamente diffidente del demonio-tv, ecco una piccola introduzione.
Partiamo da

Che cos'è Twin Peaks?

Una serie tv creata da Mark Frost e David Lynch, la quale ha fatto epoca perché introduceva sia tematiche nuove che un modo nuovo di raccontare in televisione: il cinema d'autore di Lynch portato nella tv generalista fu una novità. Funzionò anche la campagna pubblicitaria, che giustamente presentava la serie come qualcosa che non si era mai visto, e il tormentone "Chi ha ucciso Laura Palmer?" (tranne per me che continuavo a diffidarne, ma amen)

E chi è Laura Palmer?

Una reginetta di bellezza che viene trovata morta all'inizio della serie, la quale si sviluppa seguendo le indagini sull'omicidio.

Tutta una serie su un omicidio? Jessica Fletcher ne risolve uno a puntata...

Non proprio tutta la serie. E comunque la storia dell'indagine serve a ritrarre la vita di provincia con i suoi segreti. Non a caso in Italia, azzeccandoci una volta tanto con una traduzione, l'hanno chiamata "I segreti di Twin Peaks": in originale si chiamava solo col nome della cittadina.

Cosa aveva di particolare questa serie?

Tutto: le atmosfere soprattutto (grazie anche alla grande colonna sonora di Angelo Badalamenti), ma anche la recitazione, il tono con cui raccontava i vizi segreti dietro le facciate rispettabili, il fatto che ogni personaggio sembrava avere 2-3 nature e un qualche elemento di follia, gli elementi soprannaturali, gli attori grandiosi...

Quanto è durata?

Due stagioni. Per l'esattezza:

-Il Pilota
-La prima stagione
-La seconda stagione

Il pilota

Si chiama "pilota" la puntata di prova di un telefilm: viene fatta per presentare alle reti tv e/o ai finanziatori tono, ambientazione e personaggi della serie che si vuole fare. Se poi la serie non si fa il pilota diventa un normale film per la tv, sennò si sviluppa la serie seguendo le linee mostrate nel pilota.
In Twin Peaks il pilota contiene l'inizio della vicenda, e in Italia è stato trasmesso in due parti, come se fossero le prime due puntate della serie.
Ne esiste una versione con un finale realizzato appunto nell'eventualità che la serie non si facesse. La soluzione è diversa da quello della serie, ma alcune scene sono state riutilizzate (tra queste, quella leggendaria del Nano).

La prima stagione

Sono sette puntate più il Pilota (che viene considerato parte di questa stagione): è quella che ha fatto innamorare tutti, quella super lodata.

La seconda stagione

Qui le puntate sono 22, e la prima dura anche il doppio (come il Pilota): chiaramente, durando il triplo, non è compatta e omogenea come la prima.

Ecco, infatti: so che Twin Peaks ha chiuso perché la prima stagione l'aveva fatta Lynch ed era bella, poi se n'è andato ed è peggiorata, e l'hanno chiusa perché non faceva più ascolti.

No, non è così. Per vari motivi:

1) Nella prima serie Lynch ha diretto il Pilota e UN solo episodio, ed è coautore di tre (mi pare) sceneggiature (più quella del Pilota), mentre nella seconda serie ha diretto 4 episodi tra cui quello doppio.

2) Non è Lynch il solo autore di Twin Peaks: Mark Frost è altrettanto importante. Poi, per come funzionano le serie in America, c'erano sceneggiatori e registi diversi per le varie puntate.

3) La prima decina circa di episodi della seconda stagione è tranquillamente al livello della prima; poi nella parte centrale si sbanda un pochino, mentre sul finale la serie risale di livello fino all'ultima, splendida puntata. Come detto, dura il triplo della prima e in effetti la si può dividere all'incirca in tre blocchi.

Ecco ma quindi un calo c'è stato.

A sentire le interviste a Lynch, Frost e agli attori inserite nei dvd i motivi sono stati vari:
-Lynch e Frost per un po' sono stati impegnati in altri progetti, quindi non supervisionavano più: così registi e autori ci mettevano "stranezze" (perché TP era la serie "strana") non sempre azzeccate e senza il controllo dei due autori.
-il calo fisiologico di tensione successivo alla soluzione dell'omicidio di Laura Palmer, e l'errore, ammesso da Frost, di non essere partiti subito con l'altra trama forte.
-ad un certo punto TP è passata da un'emittente ad un'altra che non la amava, e perciò ha iniziato a spostarne l'orario (cosa che già iniziò a danneggiare gli ascolti), fino ad assegnarla al sabato sera, orario che le toglieva gran parte del suo pubblico (tendenzialmente giovane e quindi, il sabato, tendenzialmente in giro).
Per cui riassumendo:
-non è possibile paragonare la prima e la seconda stagione, perché la seconda è come se fossero tre insieme.
-non è vero che Lynch abbia fatto solo la prima stagione: c'è anche nella seconda e con delle puntate memorabili.
-un calo qualitativo nella seconda c'è stato; ma non prima della decima puntata circa. E poi non è durato tanto, qualche puntata poi la serie risale.
- anche il calo di ascolti c'è stato, ma in seguito ad un vero sabotaggio da parte della rete stessa.

Ok. A parte questo tipo di guai, in generale comunque è da vedere.

Decisamente: nonostante le decine di incongruenze (spunti ed elementi buttati lì e dimenticati o risolti in modo non proprio impeccabile), è una serie immancabile, per tutto quello che le devono tanti telefilm successivi (per dirne una: quella dell'aereo e dell'isola…) e per la sua bellezza intrinseca.
Ecco, oltre al coraggio di proporre stili e temi nuovi, la sua forza è che è unica, è a sé, ha un'aria tutta sua.
Perciò marsch! Correre a guardarla, forza!

Ah, un'ultima cosa: come sta Annie? Hi hi hi… Come sta Annie?

mercoledì 12 maggio 2010

Paladini ne la procella

Chi ha detto che Jim Morrison non era un grande poeta?
Distrassevi la musica, se ciò asserite: leggete ivi di seguito qual sublimità celino le liriche di
Riders On The Storm:

PALADINI NE LA PROCELLA.
(traduzione ispirata dall'utente Roberto Di Marino del gruppo Facebook "Esclamazioni antiquate")

(EDIT: avevo dimenticato due versi...)

Paladini ne la procella,
in siffatta magione al secol nati
in hac lacrimarum valle iettati
qual fido amico d'uom di cibo privo,
o scenico dittor dal palco schivo.

Periglio d'uccisor in su la strada
Cervella sua si torce come rana,
Dì di riposo togli, lunghi e belli,
lasciando divertir li tuo' pulzelli.
Ma se l'omaccio assenti a caricar
l'intier famiglia vedrai trucidar.

Madonna, in cor tenete lo moroso
Sua man accogli ne la dolce tua
Che luce meni tua mente a la sua;
Del mondo lo distin è in vostro avviso,
et nostro mai sarà da secol liso.
In cor tener tu dei lo tuo moroso.

Paladini ne la procella,
in siffatta magione al secol nati
in hac lacrimarum valle iettati
qual fido amico d'uom di cibo privo,
o scenico dittor dal palco schivo.

martedì 4 maggio 2010

Un cantante deve morire

Un tentativo di traduzione della canzone A Singer Must Die, di Leonard Cohen: ho provato a far tornare le rime e a fare in modo che si possa cantare sulla musica originale (ma per questa cosa ci vuole qualche acrobazia canora).

E chi confesserà? L'aula è calma e composta
"Di': ci hai tradito?" "Sì è la risposta;
ma ditemi allora di cosa mi accusate,
implorerò quella clemenza che con gioia rifiutate"
E le signore si bagnano e il giudice è obbligato:
il cantante morirà per averci ingannato.

Vi ringrazio per aver compiuto il vostro dovere
custodi del bello, guardiani del vero:
sono io ad aver torto e voi ad avere ragione,
scusatemi se appesto l'aria con la mia canzone.
La la la...

Nei vestiti di una donna che vorrei perdonare
son nascoste le prove che mi posson salvare,
implorerò nella sua seta, nel fulcro delle sue cosce
con la maschera della bellezza per non farmi riconoscer.
Buonanotte mia notte, mia notte e una notte,
mia notte e una notte e una notte...

E' notte, ho paura, ascolto le tue parole,
sono state le tue guardie con gli occhiali da sole;
è così che ti umilian, è così che ti schiaccian,
un ginocchio nelle palle ed un pugno in faccia.
Lunga vita allo stato ed ai suoi boiardi!
Vostro onore, non ho visto,
rientravo a casa tardi...

mercoledì 14 aprile 2010

(H) ERO IN

Sia io che Morgan amiamo Lou Reed, ma lui non ha preso esempio e sulla droga fa le interviste facendosi dare addosso. Io invece, memore che Lou Reed sulla droga ha scritto Heroin ricevendo un sacco di complimenti e approvazione, ho deciso di fare lo stesso: non nel senso di drogarmi anche io ma di scrivere anche io - hai visto mai - Heroin, anzi:



(H) ERO IN


Ero in bagno a svuotar le budella
e non sono venuto ad aprire;
ero in strada, e la telefonella
non sentii, non sentii il suo squillire.

Ero in vena di dire minchiate
e non mi son tirato, no, indietro;
ero in buona, ma se le minchiate
poi le senti ti vien l’umor tetro.

Ero in auto e ascoltavo la radio,
un cantante che adesso è pulito;
ero in fallo e perciò nell’armadio
mi nascosi, sfuggendo al marito.

Ero in ansia per la generale
situazione politica stolta.
Ero in area: assist diagonale,
quello che liscio ogni santa volta.

Ero in classe a spiegare italiano
ma pensavo a tutt’altro, lontano;
ero in mezzo ad un bosco nel piano e
non sapevo il pioppo dall’ontano.

Ero in mezzo ai casini pesanti
e cercavo l’occhio del ciclone;
ero in abiti buoni, fiammanti,
e facevo il mio bel figurone.

Ero in atto, dopo la potenza,
ma è finito interrotto, mancato;
ero in vena – ma va’? – di demenza
ed indietro non mi son tirato.

11 febbraio 2010

sabato 13 marzo 2010

PRO OPERA SORDIDA – Dirty Work dei Rolling Stones



L’anno in cui cominciai io, il 1982, non era il migliore per innamorarsi dei Rolling Stones: è vero che suonarono in Italia, ma a Torino e Napoli, che per un 13enne che viveva a Roma erano troppo lontane (e poi iniziai poco dopo).

Non era un buon anno anche perché il successivo 1983 portò un disco come Undercover nel quale i pezzi rock, a parte un paio, erano banali e moscetti e quelli migliori erano un reggae e due funky: per la mia rigida idea di “rock” e di “commerciale” questi ultimi due erano troppo in là - come Torino e Napoli, in pratica. Il disco aveva inoltre, e ha tuttora, anche una copertina orrenda, il che non aiutava (questa tenetela a mente).

Un disco che oltretutto non portò neanche un tour, dunque per me buono a niente. In compenso gli anni successivi portavano notizie di liti e di probabile scioglimento della band, cosa che mi angosciava tremendamente perché rischiava di saltarmi il concerto: non li facevano, ma finché c'era il gruppo potevo sperare.

Poi un giorno arrivò l’annuncio di Dirty Work, che non portò il tour lo stesso ma almeno gli Stones, per il momento, esistevano ancora (riuscirò a vederli nel 1990, infine).

Era l’epoca (molto) pre-internet e le cose si sapevano dalle riviste - o dai quotidiani quando ne avevano voglia. A ridosso dell’uscita TuttiFrutti Settimanale, l’opinabile rivista di musica che compravo allora (non molto in sintonia coi miei gusti, in realtà, ma all’epoca a quello arrivavo), fece invece cosa apprezzata pubblicando un’ampia anticipazione del disco (peraltro graziosamente illustrata con i bei disegni del video di Harlem Shuffle), nella quale se ne tessevano lodi annunciandolo come un gran bell’album di rock.

Lo comprai il giorno dell’uscita, cosa che avrei fatto comunque ma che feci molto più volentieri dopo l’articolo, e praticamente lo consumai.

Trovai infatti che un bel disco di rock lo fosse davvero: magari non grande come diceva l’articolo, magari non “il migliore dai tempi di Exile On Main Street” (o Some Girls, ora non ricordo il paragone: con i successivi scoprii che a ogni disco degli Stones i recensori dicono una cosa del genere, salvo poi ribadirla al disco successivo), ma grezzo come da premesse e con svariati pezzi che apprezzai parecchio.

La tesa One Hit (to the body) col bell'attacco cassa-charleston-acustica e lo strano tempo di entrata di tutto il gruppo (tipo Start Me Up), il quasi punk della canzone omonima (con un accenno di jam alla fine e breve insolito rap di Jagger), la cover di Harlem Shuffle Keith-izzata come le loro cover migliori, la delicata, conclusiva Sleep Tonight con dedica a Ian Stewart morto durante le registrazioni: un buon bottino, tutto sommato, non troppo rovinato dalla maniera di Hold Back, Fight e Winning Ugly e condito dai divertenti giochi dub di Too Rude, dal funketto di Back To Zero e dalla grezzata di Had It With You.

Se a queste premesse si aggiunge anche l’età, appare ovvio che il mio giudizio fosse condizionato; ma quando l’ho riascoltato più avanti, ai tempi in cui avevo imparato a riconoscere in modo non soltanto istintivo i suoni commerciali da rock radiofonico anni ’80, non ci avevo trovato grossi obbrobbri: il produttore Steve Lillywhite, famoso per dare alla batteria un suono fragoroso (ascoltare i primi 3 degli U2 per farsi un’idea) e però capace anche di eccessi di pomposità (Sparkle In The Rain dei Simple Minds), qui non lillywhiteggia nemmeno troppo. Toh, qualche splash di rullante e poco altro, ma pienamente nella decenza: per sentire cantanti dei ’60 ammazzati da produttori modaioli 80s rivolgersi a Eric Clapton, al Dylan di Empire Burlesque - e peccato perché i pezzi meritavano, al Bowie di Tonight, ecc…

Mi è sempre risultata perciò piuttosto oscura l’opinione diffusa su questo disco, la quale emerge spesso parlando di musica in rete o altrove: ossia il marchio di infamia suprema che si porta dietro, la nomea di punto più basso della carriera di Jagger e soci, di più ignobile calata di braghe davanti al suono degli anni ’80 e di più ignominiosa caduta nel “commerciale” (secondo le mitologie 1 – dell’artista che a un certo punto “si commercializza”, 2 – degli anni ’80 come gli anni della musica commerciale).

Di solito basta chiedere a chi esprime questi giudizi se ritenga migliore Undercover per trovarsi davanti al silenzio, il che, insieme al fatto che tra gli imperdonabili difetti dell’album si nomini la copertina con le giacche colorate anni ’80 (riecco le copertine), dimostra che molti non sanno di cosa parlano.

Indicarlo come la pietra dello scandalo della discografia degli Stones è infatti per lo meno ingeneroso (soprattutto quando non la si conosce), oppure è appunto segno che o non si è ascoltato davvero il disco o non si conoscono gli altri che lo hanno preceduto e seguito.

Il discorso de “il migliore dai tempi di Exile On Main Street”, ha infatti una sua ragion d’essere nel fatto che Exile è in effetti l’ultimo grande disco degli Stones: i successivi seguono la formula 2-3 pezzi molto belli, qualcuno medio/di maniera e qualcuno proprio brutto. Le proporzioni tra questi 3 gruppi di canzoni in genere determinano il giudizio complessivo sul disco, ma in genere non ci sono grossissime variazioni.

Voglio dire che Dirty Work si colloca all’interno di un filone di opere che non splendono certo di fulgore aureo, è uno dei tanti dischi tardi della band, tra i quali non sfigura, anzi forse è anche tra i meno peggio.

Guardando gli altri, infatti, e ribadendo che in ognuno ci sono almeno un paio di canzoni meritorie, a partire dal ’73 abbiamo il moscetto Goat’s Head Soup, l’affaticato It’s Only Rock’nRoll (ascoltare con che altra grinta suonano l’omonima su Love You Live) anche se migliore degli altri, un caldo Black and Blue (ma basato sulla nuova musica nera pericolosamente vicina alla disco, per chi pensa a “non rock = commerciale”), un Emotional Rescue fiacchissimo come il secondo lato di Tattoo You (eccettuata Waiting On A Friend, ma hanno dovuto farci il video sennò non l’avrebbe ascoltata nessuno, sepolta com’era alla fine di una serie di noiosissimi e mal riusciti soul lenti), il già nominato, alterno Undercover, mentre le grandi lodi tributate a Some Girls non le ho mai capite (qualche tentativo di punk venuto maluccio, un grande singolo come Miss You, una title track banaletta, Beast of Burden che parte come il pezzo più fico e paraculo del mondo e dopo un minuto e mezzo ha già stufato: forse, avendo venduto uno sfracasso, a parlarne bene è un riconoscente ufficio stampa).

Dopo Dirty Work, invece, abbiamo il catalogo dei vari stili-Stones di Steel Wheels, e gli altri 3 che, con una produzione costantemente buona che schiva le cadute del passato, continuano a ripetere lo schema suelencato: 2-3 notevoli, il resto tra maniera carina e maniera anonima.

Come si vede, nulla per cui gridare al miracolo se non pezzi isolati: non a caso il loro disco più apprezzato degli ultimi 30 anni circa è stato Stripped: un live semiacustico nel quale suonano versioni abbastanza fedeli di quei classici di prima fascia e mezzo (non Satisfaction, per capirsi) più la cover di Like a Rolling Stone: non certo la novità ... (tra l’altro: la piantiamo di tradurre l’espressione e il nome del gruppo con “pietra/e che rotola(no)”? Significa “vagabondo”, e si sa da 47 anni circa).

Da qui le mie perplessità. Un conto è Between The Buttons, che nel decennio dei singoli-leggenda e di album come Beggar’s Banquet o Let It Bleed fa la figura del vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro; ma non capisco davvero questo accanirsi su un disco che abita tranquillo vicino a tanti fratelli simili e che tra l’altro provava - magari velleitariamente, ma ci provava – a farla finita con le moscezze produttive che avevano afflitto praticamente tutti i dischi post-’72 (errore che infatti dopo non faranno più) e che, oggettivamente, NON è più "anni '80" o "commerciale" degli altri.

Secondo me è la copertina. Che di regola, però, andrebbe anche aperta…

martedì 2 marzo 2010

Le 10 canzoni italiane più brutte del decennio

Decennio che per me comincia col 2001 e finisce col 2010. Lo so che è la stessa discussione che ha avuto luogo nel 2000, ma per me rimane così: d’altronde le decine iniziano con l'uno e finiscono col dieci (anche se dirlo mi costa l’esclusione de La tua ragazza sempre di Irene Grandi che è del 2000 e che ci avrei messo sicura).
So che fare ora questa classifica significa escludere le ghiotte meraviglie che i discografici ci stanno sicuramente imbandendo per quest’estate, ma il 2010 ci ha già dato il trio sanremese, difficile che proponga qualcosa di pari livello; e in caso l’accoglieremo a braccia aperte.
È una graduatoria che già con una sfogliatina alle compilation di Sanremo verrebbe fuori di tutto rispetto; ma il Festival è talmente fuori dalla realtà che non rappresenta adeguatamente la musica italiana nemmeno nei suoi aspetti deteriori, al punto che alcuni dei più luminosi obbrobri prodotti dalla nostra tradizione hanno seguito altre vie per infettarci le orecchie (come minimo dovremmo almeno integrare con le compilation del Festivalbar).
E poi non ci si può affidare a soluzioni facili: bisogna abbandonarsi ad un rilassamento zen e, nella calma, lasciare che dal mare della memoria salga alla mente la schiuma: non gli esempi esplicativi della bruttura media, però, bensì proprio i campioni, quelli la cui bruttezza possiede una marcia in più, una scintilla, un lampo che li fa diventare proverbiali.
Per questo ho lasciato fuori la Pausini, Gigi D’Alessio e Nek, che sono sì turpi, ma mancano nel loro repertorio de LA canzone, quella che li marchia a fuoco, quella che addirittura si stacca dal resto dell'opera dell’autore (il quale può anche essere, o essere stato in precedenza, addirittura capace di cose buone) per isolarsi nella sua paradigmatica, sublime, granitica infamia (Nek in realtà c’era andato vicino, proprio a Sanremo, ma nel decennio scorso: canzone antiabortista, manco a dirlo, la quale però deve aver esaurito le sue energie lasciandolo a vivacchiare in questo decennio con canzoncine incapaci anche di delinquere alla grande).
E non parliamo del trash, che personalmente intendo come un delinquere a suo modo anche simpatico (vedi Egoista, per esempio, o Calma e sangue freddo), né di certo altro pop che una sua dignità ce l’ha tutta (vedi Rosso relativo) e dunque non compare. Ho anche evitato di sparare sulla croce rossa ( w w w mi piaci tu, per non fare nomi), mentre il non seguire Amici probabilmente mi ha tolto di mira qualcuno che avrebbe meritato.
Detto questo passiamo all’elenco, partendo dalla decima e salendo come le hit parades vere (ma le posizioni, specie quelle di vertice, non sono rigorosissime).

-Irene GrandiPer fare l’amore
Roccaccio da Bignami, cartolina della rocker aggressiva, suono finto sporco ma in realtà curatissimo e allo stesso tempo saturo in maniera fastidiosa, cosicché, quando uno sente pezzi come questo al supermercato, sotto alla voce c’è solo una pappa informe, cacofonica e molesta (il punk? Magari…). Il ritornello centrato su una frase che, come la musica, fa finta di essere sfrontata ma in realtà è innocua completa il quadro.
Certo, non è solo lei: sto tipo di rock tarocco infesta le classifiche da decenni, e queste note valgono anche per altre voci di questa classifica. Ma includerla è una sorta di riconoscimento a La tua ragazza sempre, che condivide i difetti di questa ma con un refrain ancora più pesante e avvilente. Altro che i Cure, questa è musica che deprime davvero: Ire', continua come ora, che da quanto hai cambiato collaboratori la situazione è migliorata di parecchio.
-Gianna Nannini - Sei nell'anima
Vedi appunto alla voce precedente. Anche qui una bella cartolina con scritto “madonna che grinta, che core…”, che palle… e un ritornello che, con la solita cacofonia di sottofondo e nel suo abbandonarsi facile facile su tre note che sembrano il riassunto di Caruso, si presta alle dediche su Radio Sentimentalismo Deteriore.
Devo capire come hanno fatto i lettori di una rivista di musica che aveva fatto un referendum per la canzone italiana più bella di sempre a votarla come sesta: per me non è la sesta nemmeno qui.
-Gianluca GrignaniL’aiuola
oppure
-LitfibaElettromacumba ?
Una bella lotta: il Pascoli techno-coatto di Grignani (la metafora dell’aiuola, spostata verso pratiche fetish) o il delirio dei primi Litfiba post-Pelù in vena di rassicurare i fans che quanto a gigioneria spaccona nulla sarebbe cambiato, anzi?
Scelta difficilissima, ma alla fine in classifica ci mettiamo il brano del Grignani: intanto perché musicalmente è orrendo, mentre Elettromacumba iniziava con una chitarrina spigolosa che faceva pensare a un pezzo magari semplice ma efficace.
E poi perché un ritornello, una frase, una parola, un titolo come Elettromacumba è talmente assurdo da essere sublime, ispira risate e simpatia, è a suo modo coraggioso/a nell’eccesso impavido, nello sprezzo totale del senso del ridicolo. Coraggio che è invece mancato a Grignani: il tocco di seduzione di proporsi come, ahem, barbiere non è male ma già che pascoleggi vai fino in fondo e canta “ti arerò la vigna”, no? Tanto è quello che intendevi.
-Vasco - Ti prendo e ti porto via
In quest’epoca di barbari presuntuosi, a parlar male di un cantante rischi che i fan ti picchino sul serio, e tra i suoi non mancano certo quelli capaci di farlo. Nascosto dietro lo schermo di un computer, però, mi concedo di affermare che questa canzone è una schifezza (e che non è, ahimè, l'unica della sua produzione recente), e chiedo ai fan di Vasco: ma siete contenti di sentire il vostro eroe che frega il ritornello alla Canzone di Cibernella? E dai …
Il ritmo tecno-burino in sottofondo, poi, non aiuta davvero.
-Povia - Quando i bambini fanno oh
Perché questa e non Luca era gay? Perché questa è molto più retorica (bisognerebbe proibire l’uso dei bambini anche nelle canzoni, oltre che negli spot: o meglio, ignorare brutalmente chi ricorre a questo trucchetto da due lire) e molto peggiore come arrangiamento: in quell’altra almeno un minimo i produttori hanno lavorato, e il testo, a leggerlo bene, faceva pensare che Luca prima si divertisse molto di più: qui niente, manco un’ombra di ambiguità, sentimentalismo a oceanate e basta.
E poi questa gli ha dato il successo, ed è una colpa che le vale la classifica.
-LigaJovaPelù - Il mio nome è mai più
Due meriti questa canzone ce l’ha: la possibilità di giocare sostituendo le ultime due parole del titolo con tante altre come Cafu, Belzebù, Gesù, Manitù, Manzù, lo stesso Pelù; e poi l’entrata in scivolata a gamba tesa dello stesso Piero il quale, quando tocca a lui, si annuncia partendo da lontano con uno dei suoi leggendari “heah” tirato bene bene a lungo a realizzare uno dei momenti più coatti della sua carriera (e quindi dell’intera canzone italiana).
In realtà avrebbe avuto anche il merito di uscire ai tempi dell’infame guerra alla Serbia: autori “di sinistra” (vabbè, poi dice che… lasciamo stare, va) che criticano un governo “amico”; peccato che poi non si siano dimostrati all’altezza del loro coraggio negando e rifugiandosi dietro un pacifismo generico.
Con questa, tre autori in classifica con un colpo solo.
-Elio e le storie teseShpalmen
“Ma come mai non ti piace Elio?” mi chiede ogni tanto qualche amico. Ecco perché: per quest’umorismo da parrocchia, per il compiacimento con cui dicono grezzate da asilo convinti di aver trasgredito chissà che.
Quando ho sentito per la prima volta questa canzone alla radio non sapevo di chi fosse, e credevo si trattasse di una brutta copia di Elio e co.: invece erano gli originali, ovviamente, con un testo che sembra fatto apposta per darmi ragione, basato su un supereroe che va in giro a spalmare di escrementi la gente: grande idea, eh? grande pezzo ... e ci hanno pure fatto il singolo. Posso essere perplesso?
-Flamino Mapphia - Ragazza acidella
Basterebbe il modo stentato e faticoso in cui rappano, lo zoppicare sgraziato delle rime, per condannare senza remore la canzone all'infamia e gli autori a cambiare mestiere. In più c'è la tristezza dell'ennesima canzone che se la piglia con quelle "che se la tirano": ancora? Una rivalsetta piccola e meschina, da repressi veri, che fa venir voglia di avvicinarti per un momento a quelli che hanno il culto dell'estetica e dire "pe' forza è acida: ma ve siete visti allo specchio?".
Oltretutto non sanno manco il romano: "acidella" è un diminutivo ironico, cioè si dice "un po' acida" volendo dire "molto acida". E quindi non si può dire "parecchio acidella": a parte che non lo usa nessuno e poi "parecchio" è già sottointeso ironicamente in "acidella"; e inoltre fa schifo a sentirsi.
Il fatto di aver avuto, in un'altra canzone, la bella trovata di celebrare l'amore per l'Urbe dicendo "stasera sei così bella / che te darei 'na bottarella", pur arguta davvero, non li riscatta.
-Pupo, Emanuele Filiberto ed il tenore Luca Canonici - Italia, amore mio
Vedi post su Sanremo. Esecranda. Prima fai causa allo Stato italiano perché, poverino, hai vissuto da miliardario nel mondo ma non in Italia e poi vieni a dire "amore, amore"? Tra l'altro, ottima scelta di tempo: in questo periodo l'Italia fa venir voglia di pigliarla a calci in bocca, altro che…
Poi, darling: la nobiltà, come concetto, è basata sull'eredità, sulla storia che la tua famiglia si porta dietro; per cui, se ti vuoi far chiamare Principe la storia della tua famiglia te la prendi tutta, nel bene e nel male, invece di fare il paraculo (il che, però, dimostra che sei inequivocabilmente italiano).
-Simone Cristicchi - Studentessa universitaria
Su questa scrissi molto, vista la quantità inenarrabile di cazzate e errori di punto di vista che riesce a inanellare nei sempre troppi versi che la compongono.
Qui mi limito a dire che non capire che gli studenti a fare l'università generalmente SI DIVERTONO, specie se fuori sede, vuol dire avere lo stesso senso della realtà di un eroinomane all'ultimo stadio, e che scrivere una canzone per dire a una ragazza "cosa studi a fare? vai a fare la mamma che quella è vita vera" a me fa rimpiangere la nobile istituzione educativa della nerbata sulle gIngive.
E l’anno successivo ebbe anche il coraggio di andare al Festival con una copia di questa, solo con gli accordi in minore perché il tema era “serio” e allora ci volevano gli accordi “tristi”, perché “in Italia per parlare di certe cose ci devi mettere per forza la tragedia” (un Sommo amico che non nomino per privacy). Ovviamente vinse, ekkettoodicaffa’?

Fine. Oh cazzo, lo sapevo che qualcuna me la sarei scordata: me so scordato Biagio Antonacci e il pezzo in cui, su ritmo sudamericano lento, “gnaulava come un gatto con le emorroidi” (sempre il Sommo amico). Vabbè, amen…

mercoledì 17 febbraio 2010

Sanremo 2010: prima serata

Alla fine tanto almeno un pezzo lo guardo, lo ammetto.
Stavolta ho guardato la prima serata, sentito tutte le canzoni, e siccome non ho voglia di riguardarlo le prossime sere - né mi sa che potrò - butto lì due commenti flying contravvenendo a uno dei miei comandamenti: che i dischi NON si valutano MAI (vabbè: con poche eccezioni) al primo ascolto, men che meno le canzoni che vedi in tv.
Esatto, che vedi: sanremi precedenti mi hanno insegnato che un conto è il primo ascolto con le immagini, tutto un altro sono i successivi senza immagini per radio. Per cui chissà.
Ma amen: è Sanremo, voglio di', anche se mi espongo a sontuose cantonate posso farmene una ragione.

Andiamo a incominciare con canzoni e altro; prima però un paio di cose:

-come tutti i sanremi, ci sono parecchie canzoni che iniziano anche bene, con soluzioni musicali perlomeno carine, che reggono a volte per tutte le strofe, salvo poi naufragare in ritornelli enfatici, mielosi e retorici; questa edizione non fa eccezione.

-sarò rintronato, ma qua e là ho sentito, nelle parti musicali (non nelle melodie né, dio ci scampi, nei testi) una vaga aria di De Gregori. Probabilmente si tratta di soluzioni di arrangiamento abbastanza classiche che ha usato tra l'altro anche De Gregori, più che essere proprio sue; però boh, ho avuto quest'impressione.

Bat nau de list:

-Intro: Laurenti meno odioso del solito, Bonolis classico nel suo non riuscire a nascondere che un po' ha studiato: quanti avranno capito cosa significava ossianici?

-Irene Grandi: anche se non avessi saputo chi ha scritto la sua canzone e mi avessero chiesto di indovinare l'autore l'avrei beccata al terzo verso: una bianconata totale, anche se non del Bianconi più ispirato. Passabile.

-Scanu: è uno di quelli in cui ho sentito un vago De Gregori. La canzone, venendo lui da Amici, è meno peggio di quanto temessi (ma nulla più).

-Toto Cutugno: cutugneggia meno del solito, anche qui siamo molto meglio di quanto temessimo, con una bella fisarmonica su un pezzo che avrebbe potuto cantare bene la Vanoni. Stupisce qualche incertezza nella voce di un vecchio leone suo pari, e anche il timbro rauco. Comunque, rispetto per esempio a L'italiano o Amori il pezzo sembra David Sylvian.

-Arisa: in confronto l'anno scorso sembrava sobria. Bello il trio en travesti, anche se quello che sembrava di più una donna si chiama Marco (i nomi degli altri due, Andrea e Nicola, almeno giocavano sul dubbio). La canzone è briosa e almeno diversa dalle altre. Quei congiuntivi mancati alla fine, però, sono da sberle.

-Cassano: un italiano medio, versione "non leggo" e "ho detto che mi piace Gigi D'Alessio ma devo precisare 'come cantante', non si pensi mai che sono checca". Qualche aforisma, però, posto che siano davvero suoi, non è male.

-Nino D'Angelo: nella sua ormai non più nuova versione world/folk, più Nuova Compagnia Di Canto Popolare che Mario Merola è molto meglio: infatti, eliminato.
La canzone, che sembra La camisa negra, contiene anche l'ottima rima "ampress (napoletano per "presto") / stress".

-Mengoni: che ci troverà Morgan… Qui hard rock da cartolina, sembra la canzone di Renga del Festival di qualche anno fa, o anche Cleptomania degli Sugarfree (ma senza quei due passaggi melodici e la metafora che facevano funzionare il pezzo dei catanesi).

-S. Boyle: il famoso video che l'ha resa celebre non l'avevo visto, perciò arrivo buon ultimo a dire che la voce ce l'ha. Se a uno piace Celine Dion lei va benissimo, non le manca nulla (anche qui sarò il milionesimo, amen).

-Simone Cristicchi: prima o poi ripubblico qui l'articolo in cui me la prendevo con quel pezzo ignobile che è Studentessa universitaria (ma più di due parolacce se le meriterebbe anche Ti regalerò una rosa).
Un personaggio che non ho capito: passa per arguto, originale, colto, "d'autore" ma, insieme a ciò che dà una parvenza di fondamento a queste opinioni, fa anche canzoni come le due suddette che lo squalificano brutalmente.
Il pezzo lo temevo quasi quanto quello di Povia, invece siamo sul Cristicchi alternativo, con qualche arguzia nel testo e una musica movimentata. Carino (ma sono sicuro che le parti migliori del testo siano quelle scritte da Frankie Hi-NRG, come vederlo).

-Malika Ayane: un'altra che partiva bene, con strofe ariose da macchina sul lungomare al tramonto negli anni '70 e che seppellisce la grazia dell'inizio sotto camionate di sanremeria da ritornello: peccato.
La voce vabbè, la conoscono tutti: io non sono di quelli a cui dà ai nervi, ma il rischio c'è.

-Pupo/Emanuele Filiberto/il tenore: inizio con batteria elettronica e chitarra classica anche bello, la parte di Pupo tutto sommato reggeva; poi vabbè, qui la retorica l'hanno portata con tre autocisterne e due vagoni speciali e ci ha messo poco a rovesciarsi sulla canzone e su di noi che ascoltavamo.
Il tenore a cantare il ritornello ci stava anche, benché aggiungesse enfasi dove ce n'era già ben oltre la soglia di tollerabilità. Nella sua bruttezza, però, il pezzo commercialmente poteva anche funzionare, rimane impresso; da lì a dire che non dovevano eliminarla ce ne passa, però; e infatti non lo dico.

-Enrico Ruggeri: ero uscito a fumare e ne ho sentita mezza: un buon funkettone rock, compositivamente sul livello medio del suo repertorio, che a Sanremo è praticamente oro. Dirigeva l'orchestra, ma guarda un po', Andrea Mirò: GAC.

-Sonohra: dovrebbero far sentire di più l'H del nome quando li presentano (è la cosa migliore del gruppo) e un po' meno le canzoni, ovviamente.
Ma per il pubblico attratto dalla presenza di uno di Amici andavano benissimo.

-Povia: ero pronto, benché talvolta io collabori ad un sito musicale di raffinatoni (chiedendomi ogni tanto che ci faccio là in mezzo), dicevo ero pronto a eliminare la raffinatezza e a commentare con un laconico POVIA VAFFANCULO, e tanti saluti: viste le sue gesta passate io e tutti quelli che hanno fatto polemica prima del festival temevamo il disastro.
Invece, benché anche qui la retorica abbia inamovibilmente assiso le sue enormi chiappe sul trono di questa canzone, devo ricredermi.
Musicalmente boh, gnentedeché; apprezzabile la scenografia coi due violoncelli con lo schermo dietro bicolore; ma ciò che temevamo era il testo.
Il quale snocciola sì qualche luogo comune su "che cos'è la verità" ecc… ma abbastanza finalizzato al contenuto, che invece di rifriggere qualche volantino di CL parla dell'amore tra i genitori ed Eluana, dice in pratica che tutta la storia era una questione tra loro sulla quale i portatori di "verità", appunto, non devono mettere bocca e che adesso, sottolineo adesso, Eluana è libera di correre e di volare.
Evitata dunque, e meno male, la temuta smielata catto-necrofila, è uscito un normale pezzo retorico-lacrimevole da Sanremo con un contenuto che - eccettuata la parte sull'al di là, in cui non credo - tutto sommato condivido.
Scampato pericolo, via.

-Irene Fornaciari/Nomadi: da lei tanto tanto, ma dai Nomadi una Sanremata così non me l'aspettavo. In radio potrebbe pure riscuotere successo.

-Noemi: brava, canzone e voce in stile vagamente '70 italiano (Mina/Vanoni, più o meno). Il pezzo è da risentire ma in generale m'è piaciuta, vedremo gli sviluppi.

-Fabrizio Moro: testo di quelli che a me bolscevico non dispiacciono, musica mmm… 'nzomma…
Non ho capito se sulla maglietta aveva Nico. Qualcuno può aiutarmi?

-Dita Von Teese: intanto, diciamo un po' facciona ma bella e che sono le sue.
Poi, la musica che ha usato era (almeno una parte) un riarrangiamento di Comic Strip di Gainsbourg: scelta arguta, visto che in inglese l'espressione vuol dire "striscia a fumetti" ma, essendo il burlesque seduzione ironica, può anche essere interpretato come "spogliarello comico".
Peccato non fosse disinvoltissima, il che mi ha fatto capire che lo spogliarello è una cosa difficile, parecchio, ed è per questo che le spogliarelliste venivano chiamate "artiste": ci vuole arte, appunto e tanta. Dita Von Teese ce l'ha, ma ogni tanto…

Per finire, lode alla Clerici e alla regia perché il tutto era se non altro abbastanza fluido e non è durato un'eternità; peccato per l'assenza di Morgan, che come prevedibile ha abbassato di parecchio il livello musicale della serata.

Su questa chiudo: dezzoll, (bi)folcs.

giovedì 4 febbraio 2010

Pennac: resoconto di un incontro col pubblico

Tra le mille cose per cui si può usare un blog questa non mi era ancora venuta in mente.

Anni fa (parecchi) andai in Campidoglio, credo presso la sala della Protomoteca ma non ne sono sicuro, ad assistere ad un incontro tra Daniel Pennac e il pubblico.
Naturalmente assistetti a poco: arrivato lì la sala era già piena, e io e altri fummo fatti accomodare in una saletta vicina nella quale c'erano delle casse acustiche che diffondevano almeno l'audio dell'incontro.
Non ricordo come ebbi l'idea di prendere appunti, ma l'ho fatto.
Certo, non è una trascrizione fedele: sono i miei appunti di quello che diceva l'interprete di Pennac, tra lo scrittore e voi ci sono almeno due filtri; e per di più in un paio di punti gli sono stato poco dietro, ho ricostruito.
Però è una testimonianza, ciò che diceva era interessante, quindi divulgo.
Buona lettura.

Appunti dell’incontro con Daniel Pennac, Roma, Dicembre ‘95.

Daniel Pennac: Ho iniziato facendo satira politica, poi un saggio, un po’ come Bulgakov; poi ho deciso di rompere con la priorità data al senso e di iniziare a raccontare storie: non potevo credere che nessuno, neanche gli intellettuali, avesse più voglia di ascoltare storie.

Intervistatore: Come mai un buono assoluto? Perché ha scelto un Malaussène come protagonista, cioé un buono assoluto? Pennac è un autore straordinario e coraggioso.

D.P.: Non sono un autore straordinario, l’altro giorno alla radio un critico stava dicendo “Non lo reggo proprio Pennac, è un coglione”, con una veemenza che gli faceva onore. Per quanto riguarda Malaussène, è la conseguenza dell’invenzione delle professioni, e viene giudicato per quello che fa. Il capro espiatorio ha una funzione sociale; io mi sono detto che un capro espiatorio unico, salariato, sarebbe più economico. L’idea viene da un libro del semiologo Renée Girard e l’ho caricata un po’. Poi da un’idea é diventata un romanzo. Céline ha detto che se alla fine della scrittura del romanzo l’idea da cui è nato è ancora lì, il romanzo é un fallimento.

Int.: Malaussène non esce mai da Parigi: potrebbe vivere in un’altra città, tipo Roma?

D.P.: Penso di sì, Malaussène è il prodotto di una città; io vivo a Parigi e scrivo lì. Se fossi stato romano M. sarebbe stato romano, e così via. Il fatto che voi siate qui dimostra che avrebbe potuto essere romano.

Int.: La saga di Malaussène sta finendo: non sono d’accordo!

D.P.: I critici che mi odiano mi fanno onore, perché vuol dire che sono diventato la ragione d’essere di qualcuno. Sulla fine di Malaussène ho un argomento: non si può trasformare un capro espiatorio in una gallina dalle uova d’oro.

Int.: Malaussène è già morto, in fondo; il problema è il figlio, Signor Malaussène, che promette bene.

D.P.: Riguardo alla “Prosivendola”, una signora mi ha scritto: “Ho letto il libro fino a pagina … (dove Malaussène viene apparentemente ucciso): dopo quello che lei ha fatto non potrò più essere sua lettrice”. Poi, dopo tre settimane mi ha riscritto dicendo di considerare nulla la sua lettera precedente perché una sua amica le aveva detto che Malaussène era vivo. Non è una tragedia che Malaussène finisca: in fondo finisce con una nascita, come nella vita. Il motivo è che mentre scrivevo “Il paradiso degli orchi” ho avuto l’idea de “La fata carabina”, mentre scrivevo “La fata…” ho avuto l’idea de “La prosivendola”, eccetera eccetera; mentre scrivevo l’ultimo ho avuto altre idee e voglio portare avanti quelle.

Int.: Malaussène aveva la caratteristica di essere sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Suo figlio nasce in un obitorio: è ereditario il destino?

D.P.: Malaussène di ciò ha paura, dice che i capri espiatorii andrebbero castrati. E’ tipico degli uomini porsi problemi metafisici sulla procreazione; poi si radunano nelle case e costruiscono le bombe. Le donne sono più sagge, sopravviviamo grazie a loro.

Int.: Se hai un idolo, qual è? Cosa consigli come lettura buona e avvolgente?

D.P.: A queste domande semplici è difficile rispondere. Non amo gli idoli; ho amici, una moglie, non ho idoli. Per la seconda domanda, Johnathan Coe, “La famiglia Winshaw”. Struttura comica, ma perfetta. In confronto Malaussène è un manuale di razionalismo.

Int.: Modelli letterari?

D.P.: Johnathan Coe, anche se non lo sapevo ancora.

Int.: Conosce Rodari?

D.P.: No, ma tutti i bei libri che non conosciamo abbelliscono il nostro avvenire; ad esempio per voi Johnathan Coe…

Int.: Tornando ai modelli?

D.P.: E’ difficile, perché leggiamo, leggiamo, e tutto crea una base da cui nasce qualcosa. E’ più interessante vedere cosa si fa quando si ha voglia di leggere e si è già letto Johnathan Coe, per cui bisogna aspettare. In quei casi rileggo Shakespeare, anche se in modo stupido perché penso sempre che Desdemona ce la faccia. Leggo anche le novelle di Checov.

Int.: Un biglietto con una domanda dal pubblico: “Siamo contenti che Pennac sia a Roma, ma dov’è Julie Corrençon?”

D.P.: Riguardo a Julie ho già spiegato che non faccio autobiografia, te le devo dare? Quando uno crea una donna che piace, tutti pensano che l’autore stia parlando della propria. Julie è un archetipo: è una giornalista militante, moralista. Malaussène però la commuove, lui e questa famiglia, e anche Malaussène è attratto dall’umanità che vede in lei e che cerca di aumentare.

Int.: La traduttrice italiana?

D.P.: Ne sono contento, i Malaussène sono difficili da tradurre, alcune cose sono impossibili. Jasmine si è presa la libertà di di trasporle in un linguaggio che le rendesse, senza chiedermelo; e questo è possibile conoscendo la lingua d’origine, ma anche quella in cui si traduce. Il successo di questi libri in Italia è dovuto anche all’ottimo italiano delle traduzioni.

Int.: Il tuo rapporto con Benni?

D.P.: Devo alle traduzioni di Jasmine il fatto di essere qui, ma devo a Benni il fatto di essere pubblicato da Feltrinelli.

Benni ha a casa un trofeo, una testa di renna con grandi corna, in plastica: è una sua caricatura, c’è tutto lui. Lo conosco, ho letto in TV la novella del Bancomat ribelle. Amo questo tipo di umorismo acido.

Int.: Che vuol dire “La morte è un processo rettilineo”?

D.P.: Per rispondervi, vediamoci alla mia morte: non sarò un agonizzante esemplare perché mi arrabbierò, ma in quel preciso momento avrò la certezza che la mia vita è stata un processo rettilineo.

Int.: Il fatto che suo babbo fosse un militare ha influito sulla creazione di Belleville?

D.P.: Mio padre era un militare particolare, un sognatore; per questo non ho pregiudizi sui mestieri. Era una persona speciale. Una volta venne un suo sottoposto a dirgli “Il soldato XY chiede di essere esonerato dal servizio poichè affranto per la dipartita della consorte”; e lui “Ma che significa? Richiesta respinta!”; poi ci ripensò e disse “Ma che significa ‘affranto’?”; e il sottoposto “‘Dispiacuto’, Signore”; “E ‘Dipartita’?”; “‘Morte’, Signore”; “E ‘Consorte’?”; “‘Moglie’, Signore”. E lui “Ah, ma allora non è affranto per la dipartita della consorte, è dispiaciuto per la morte della moglie: permesso accordato”. (L’aneddoto l’ho trascritto a memoria, non è riportato fedelmente parola per parola; qualcosa è andato perduto. Il senso e la struttura erano più o meno questi, comunque)

Int.: Il nuovismo? Il nemico di Malaussène è Saint-Claire che è nuovo in tutto; lui disprezza tutto quanto è nuovo, ama i vecchietti.

D.P.: Non disprezza il nuovo, ma l’uso che se ne fa. Un sociologo inglese, in un libro intitolato La Tradizione del Nuovo ha detto che il nuovo è la più vecchia delle tradizioni. Mi danno fastidio le persone sciocche che si buttano a capofitto nel nuovo non capendo che è appunto la più vecchia delle tradizioni; come i dirigenti che cacciano il personale per lasciare un’impronta e invece creano disoccupazione.

Int.: Non c'è troppa attualità nell'ultimo?

D.P.: Si vedrà tra 30 anni, se sarà ancora letto, se l'attualità che c'è nel romanzo lo danneggia o no. Lo scrittore si nutre di memoria ma anche di attualità. E' difficile capire cosa invecchia in un libro; in Gide lo stile, in Proust nulla, in Joyce nemmeno; riguardo a Shakespeare le commedie sono più difficili da leggere nonostante facciano meno riferimento all'attualità.

Int.: Uno scrittore si nutre di tutto; oggi ci si confronta con molti mezzi di comunicazione: c'è chi esalta la differenza della letteratura e chi mischia tutto e con tutto si confronta. Pennac si confronta con tutto: cinema, fumetti, ecc…

D.P.: Credo che il romanzo rimanga lo strumento più duttile per percepire la realtà: per il romanzo bastano penna, carta, e il mio sapere, questa è la materia del romanzo. Ci sono due scrittori, Piccoli e Benacquisto, che da giovani non hanno mai letto libri, guardavano la TV, che in questo caso stranamente non ha fatto danni, e l'immagine ha creato due romanzieri. Sono prudente qundo si deve fare un confronto tra immagine e parole.

Int.: Come mai tutto questo giocare coi corpi? In Signor Malaussène c'è del … "cannibalismo eucaristico"?

D.P.: Riguardo al cannbalismo, non siamo più cannibali non perché siamo migliorati noi ma perché è migliorata la cucina. Il senso di minaccia che c'è sulla famiglia Malaussène c'è perché il tempo passa e si è portato via alcuni miei amici; per cui cerco di scherzare sui corpi, sui medici; la classe medica è l'ultimo luogo ancora antropofago, basta pensare al traffico d'organi, al sangue infetto, con un ministro in Francia che si è detto responsabile ma non colpevole. Nella prosivendola mi chiedevo come avrebbero reagito le cellule del corpo alla morte delle cellule cerebrali: questo cervello centrismo, franco-centrismo, euro-centrismo… (qui finiscono gli appunti; l'ultima frase raccolta, fuori contesto, è..:) …il telefonino è metafora del cordone ombelicale.

domenica 10 gennaio 2010