mercoledì 7 novembre 2018

I LIBRI DI IPERBOREA: UN DECENNALE


Si avvicina il Pisa Book Festival e, come ogni anno, una delle tappe sarà lo stand di Iperborea, la casa editrice specializzata in letteratura nordeuropea una scelta dei cui romanzi è stata anche pubblicata in edicola di recente.
Conosciuta quando ho notato lo strano formato e il titolo Musica rock da Vittula, il primo che lessi è stato Il figlio del dio del tuono, che mi regalò l’amico Luca per i 40 anni. Da allora, grazie anche allo scambio di opinioni allo stand durante il festival, ho approfondito un po’ la conoscenza di questo mondo, comprando ogni anno uno o due titoli, spesso poi rimasti per un po’ ad attendere.
Quest’anno, però, arrivo al Festival in pari: i libri loro che ho in casa li ho letti tutti, e visto che questo è il decimo anno che andrò allo stand di questo editore mi sembra giusto tirare giù un bilancio sommario (molto sommario) di quanto letto finora.

Partiamo appunto da Musica rock da Vittula di Mikael Niemi: appartiene al filone diciamo comico, nel senso del registro con cui racconta la sua formazione e la sua gioventù. Anche Trash europeo, di Ulf Peter Hallberg, racconta di gioventù e formazione ma con un tono più serio. L’arte di collezionare mosche, di Fredrik Sjoberg, è un libro interessante e divertente - non si limita, ovviamente, all’argomento del titolo. Ha dei seguiti. Piccoli suicidi tra amici è opera della star della casa editrice, il recentemente scomparso Arto Pasilinna, che ha scritto anche Il figlio del dio del tuono che nominavo prima: è un autore che tramite la comicità ritrae satiricamente il suo paese (ma non solo) e il suo tempo: divertente davvero (per me più il primo, ma siamo lì). Sempre al filone dei libri comici appartiene Il blues del rapinatore di Flemming Jensen: non me lo ricordo benissimo ma ricordo che volava leggero.
Riguardo a quelli più seri, neanche Perduto il paradiso di Cees Noteboom mi ricordo benissimo: mi pare di ricordare pagine molto belle, forse un finale sospeso. Nella casa del pianista di Jan Brokken è una biografia del pianista Yuri Egorov: bel libro (anche se un po’ anticomunista per i miei gusti…). Volvo di Erlend Loe non mi aveva colpito molto; non era brutto ma fa parte di un ciclo e senza gli altri si capisce poco. Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? Di Johan Harstad ha qualche eccesso di enfasi qua e là ma è veramente un bel libro, con un’atmosfera e un tono peculiari. E ancora più bello è Miraggio 1938 di Kjell Westo, gioco sottile tra ottimamente delineati personaggi sospesi nell’anno di vigilia del titolo.
Chiudendo col migliore e col peggiore, diciamo che forse il più bello tra quelli che ho letto è Il medico di corte di Per Olov Enquist: un romanzo storico che è insieme lucido e attuale ritratto di come funziona il potere (anche se ambientato a fine ‘700) e storia d’amore quasi metafisica - ma anche molto carnale. Consigliatissimo.
Mentre devo dare la maglia nera a Il porto dei sogni incrociati di Bjorn Larsson. Non che manchino le idee o che i personaggi siano mal tratteggiati, anzi: la trama è particolare, i personaggi azzeccati e tutto si svolge coerentemente. Quello che lo rovina sono delle improvvise e ripetute cadute nel sentimentalismo, nella banalità, nella retorica: roba da caricatura dell’idea di letteratura che ha Baricco. Si cade in piedi, certo, però c’erano momenti insopportabili.

In generale, al di là di normali flessioni, comunque un bel leggere davvero: e festeggio volentieri questo decennale invitando ad avvicinarsi, se non proprio allo stand, almeno al catalogo, mentre mi auguro altri 100 anni di letture e conversazioni.

martedì 21 agosto 2018

UN UTILE ESERCIZIO PER L'ORTOGRAFIA

Come sapranno bene i miei colleghi, spesso l’ortografia dei nostri alunni si rivela carente; dobbiamo allora aumentare i nostri sforzi e insistere con gli esercizi mirati, onde evitare errori orribili su H e accenti.
Ecco quindi un esercizio da me predisposto da sottoporre alle vostre classi: lo dono per il progresso della nostra cultura.

NELLE FRASI SUCCESSIVE FAI UN CERCHIO INTORNO ALLA FORMA CORRETTA TRA QUELLE PROPOSTE:

- (A, ha, ah) Roma per dire che la vita alterna abbondanza (e, è, eh) carestia si dice “quando (a, ha, ah) tordi e quando (a, ha, ah) grilli”.
- (A, ha, ah) rimbambito, non l’ (ai, hai, ahi) visto lo stop?
- Chi te l’ (a, ha, ah) data la patente, l’ (ai, hai, ahi) vinta coi punti della Conad?
- (A, ha, ah), ‘sto mondiale! Gli altri (a, ha, ah) giocarselo (e, è, eh) noi (a, ha, ah) casa (a, ha, ah) magnasse il grasso del còre.
- Adulatore... scommetto che lo dici (a, ha, ah) tutte...
- (O, ho, oh) di riffa (o, ho, oh) di raffa quello se la sfanga sempre.
- (O, ho, oh) visto cose che voi umani non potete neanche immaginare.
-Ma va’ (a, ha, ah) mori’ ammazzato! - (a, ha, ah) soreta!
- Ma che telefono (ai, hai, ahi)? (A, ha, ah) ancora il display in bianco (e, è, eh) nero...
- Io della vita non (o, ho, oh) capito una beata.
- (A, ha, ah) morte l’imperialismo!
- Come fai (a, ha, ah) battere i pugni sul tavolo se (a, ha, ah) Bruxelles non ci vai?
- La donna, la donna... (o, ho, oh) l’omo?
- Io non (o, ho, oh) sentito storie, anche stavolta (o, ho, oh) votato (a, ha, ah) Berlusconi.
- Guarda che il ministero te lo danno anche se non parli (a, ha, ah) vanvera.
- Quando (o, ho, oh) un disguido per colpa di quelli che lavorano male, mi rivolgo sempre (ai, hai, ahi) loro morti.

LA VISIONE DEGLI ASTRI

LA VISIONE DEGLI ASTRI 

Mignolo

Spigolo

Moccolo.

martedì 24 aprile 2018

SOTTRARSI


I video delle notizie che mi fanno patire non li guardo: mi basta la notizia, mi ci manca pure il video. Faccio a fidarmi. Quindi non ho visto il video del collega aggredito verbalmente dal 15 a Lucca, ma faccio un'ipotesi, forse sbagliata, forse più generale.
È vero che certe scene ci sono sempre state e che “i bei tempi andati” è un mito del cavolo: ammesso che oggi la situazione sia peggiorata davvero, in caso lo è per l’incrocio dell’antintellettualismo (berlusconiano e non solo) con la mentalità mercantile per cui “a che serve la scuola?” “non fa arricchire quindi non vale niente” ma anche per quella, sempre mercantile, che ha portato le scuole a essere ditte che si contendono gli iscritti, cosa che espone i DS alla tentazione di non essere troppo rigorosi nelle regole per non infastidire e quindi perdere alunni, (e di conseguenza cattedre, finanziamenti ecc…).

Non penso sia colpa dello smartphone: quello anzi ci ha permesso di vedere quella scena, ha impedito che rimanesse in classe. Chi l’ha filmata e diffusa, infatti, non ha capito che prof e alunni potevano essere interessati, ognuno per motivi diversi, a non far trapelare all’esterno quanto successo: gli alunni per le punizioni, il prof. per la figura. Ha attirato l’attenzione, ha fatto discutere, ha suscitato l’allarme (e anche un mare di idiozie, come sempre, tipo appunto “i bei tempi andati”, “il rispetto che c’era una volta” et al.), ha impedito che passasse sotto silenzio.
Eppure, non so se quella del collega  sia stata davvero una brutta figura: cosa doveva fare, in fondo?
Picchiare l’alunno? A parte che non si può (e che il collega, causa problemi recenti di salute, forse non era al suo massimo di energie), ma poi è roba da reazionari e da ottusi, da gente che ignora del tutto Beccaria (ovvero più o meno chiunque), da benpensanti che davanti a ciò che non conoscono o che esula dai loro paraocchi reagiscono con una violenza protetta, istituzionale, cancellatoria: a volte due schiaffi ci vorrebbero, ok, ma in generale un certo tipo di reazione è il modo sicuro di creare un irrecuperabile nemico della scuola, processo che è già a buon punto e che non è il caso di accelerare.
E allora?
Allora, come mi ha detto un amico, anche lui docente, un anno che mi rammaricavo di aver promosso due alunni che invece in sede di esame avrei dovuto prendere a sberle (e se il giudice avesse visto un filmato dell’esame mi avrebbe dato una medaglia, altro che condanna), allora sottrarsi.
Dico, al gioco messo su da chi, anche qui più o meno tutti (compreso il sottoscritto), non ha capito che i professori che uno ha davanti sono un’opportunità, che vanno vampirizzati dei loro saperi, scolastici o meno; che finché lo Stato paga per metterteli a disposizione bisogna prendere TUTTO quello che possono dare. Poi deciderai come usarlo, qualcuno magari non avrà moltissimo da dare, ma intanto bisogna predare, proprio, tutto quello che si può.
Invece, tolti i teppisti veri (proletari o meno) ma in parte anche loro, alunni tipo questo usano il docente per sentirsi grossi ma in situazione protetta, una versione malata di quando da bambino giochi a carte con tuo nonno e lui ti fa vincere per farti acquistare fiducia. L’unico uso che sanno fare dei docenti è quello di polo polemico, di punching ball per fare i forti ma senza rischi (infatti con certi docenti non si permettono), perché sanno che più di tanto il professore non ti può fare, e ciò che rischiano è la bocciatura o altre conseguenze scolastiche delle quali è evidente che, a questo punto, non gli importa nulla.
E allora sottrarsi: a Roma l’atteggiamento sarebbe “Hai finito co’ sta sceneggiata? Dura ancora tanto? Vatte a sede’, va’”, ma più accademicamente, davanti all’impossibilità di un dialogo o di cambiare questi ruoli, la risposta è  “Non accetto questo gioco”, è non mettersi allo stesso livello né mostrare, con reazioni strillate, la debolezza di rivelarsi colpiti o messi in difficoltà, di mostrare che quell’atteggiamento ha toccato un problema, uno di quelli che in quanto essere umano ti porti sicuramente dietro.
La scuola c’è anche per questa parte del processo di crescita, certo, e quando fai il professore ti prendi in carico parte dell’evoluzione caratteriale dei tuoi alunni, ok; ma se è solo quello allora no. Allora il 6 te lo do, ti do anche il diploma: sai benissimo che è vuoto, sai che non si vede ma sotto la sufficienza c’è scritto “vai, vai nella vita reale a fare queste scene, vediamo quanto duri; vai a farle con gente che non ha i freni umani, culturali e legali che ha un professore; vai a rispondere così a un datore di lavoro, vai a imparare le cose in maniera ruvida e senza riguardi” (un “vaffa” implicito, insomma).
Certo, non siamo a Hollywood, quindi è inutile e ingenuo aspettarsi finaloni con scene madri tipo lo studente che davanti alle tramvate della vita si ravvede e ripensa a quanto gli diceva l’insegnante, o peggio che torni acercarlo per ringraziarlo: non siamo ridicoli, dai. Tutt’al più, quando crescono e sistemano qualche problema e ti rincontrano diranno, scherzando un po’ per autoassolversi un po’ perché davvero minimizzano, “l’abbiamo fatta impazzire, eh?”, ma nulla più. Normalmente, parte di questi resta arrogante, molesta e socialmente dannosa, com’era a scuola, e un’altra parte invece, con l’età, si dia una almeno parziale calmata.
Ma quello che faranno dopo, anche se parte del lavoro è proprio prepararceli, è un altro discorso e ci riguarda fino a un certo punto: conta cosa fare quando sono lì.
E finché si può provare a fare qualcosa si prova; dopodiché non mi ci ammazzo, fa’ un po’ come te pare.
Non c’è scritto ufficialmente, ma anche “prenditi le conseguenze di quello che fai” è parte del programma.

mercoledì 18 aprile 2018

LA PIOGGIA SUL PIGNETO


Per scrivere una poesia sulla mia città di origine è stato necessario pensare un gioco di parole cretino sul titolo di una poesia celebre, scritta vicino a dove andai a vivere dopo Roma e ambientata vicino a dove abito ora. Tutto si tiene, alla fine.

LA PIOGGIA SUL PIGNETO

Non taci.
Sulle soglie del centro
non odo parole che dici
banali,
ma idee meno sòle
che sgorgan da dentro
le teste anormali.
Ascolta,
piove sulle truppe sparse
la cener di idee
e di conquiste arse,
piovono i tristi rimbombi
di idee-zombi
che speravam morte e sepolte
e invece ritornano
a volte,
ed ora folte
fioriscon nelle menti corte;
piovon minchiate
più che mai forti,
e lerci
i contorti berci di chi,
in tempi retrivi e tristi,
ce l’ha con gli artisti
e gli alternativi.

Piove sui vivi pensieri,
piove sui neri
di viso,
su un quartiere sveglio
che non è il paradiso
ma in cui vivon meglio,
non chissà che,
ma meglio,
sempre problemi
ma meglio
ché forse non sciala
come altrove la mala,
ma piove,
comunque.

Piove sull’hipster
(che poi, alla fine,
chissà se esiste)
e sulle patatine, il sacchetto
di Cipster
sul binario negletto,
forse rifiuto
del baretto.
Piove sul mur graffitato,
piove su Roma,
imper disgraziato,
che è altri che graffia;
piove sulla mafia,
sulla Magliana
forse non tanto lontana.
Piove sui vecchi
e sui nuovi pericoli,
sui tornanti gianicoli
- tonante il cannon negli orecchi
e il croscio del traffico tardo,
e il guardo
s’ incanta
davanti a una parte tanta
del pian ramno-lucero-tito,
davanti
a questo paesone infinito.


Piove sulle vie dell'urbe,
sulle sue manie
e le sue turbe;
sulle innumeri vie,
sui vicol coi panni
appesi
che sanno di anni lontani ed accesi,
san dei contesi settanta,
i sampietrini sui quali piove e piovea
adesso e nei lunghi
secol papalini
(come i settanta,
 dai lumi dagli ardui destini).
E le vedi insieme queste ere,
non come a Berlino dove
l'una all'altra sta vicino,
ma fuse;
e piove sulle locali genti, use
a contemplar ascese e cadute,
e a commentar scaltro
con chiose argute
"Vai, eccone 'n altro".
le glorie novelle ben presto perdute.
Piove sui mille suoi anfratti,
su ogni suo dove
sui suoi mille gatti,
sul suo vasto suolo
che per conoscerlo intero
ci vuole un viaggione
come Ulisse o Marco Polo;
a narrarlo ci vuol l'ispirazione
di Omero, di chi scrisse
l'Odissea
o Er Mijone.


E insiste sto tempo da chien
che infuria qui:
tornando al quartiere bohemien,
probabile è che io mi illuda
di favola bella, davanti
a un’epoca cruda,
a una città ruvida;
eppure mi sembra che qua,
vicino a Salaria e Pantanella,
sia l’aria,
non sol perché la monda
la pioggia,
mi sembra qui l’aria
un po’ meno immonda,
mi sembra più bella.
E temo di sì,
ma spero che tardi o mai qui
entri,
col suo carico d’aumenti,
il gentry, e di guai;
il gentry che incombe, che pende,
minaccia ben peggio che il gender:
ove arriva caccia
e conquista;
e che fine trista,
sarebbe.

17/03/2016

sabato 3 marzo 2018

Lettera aperta all'onorevole Giorgia Meloni

Cara onorevole Giorgia Meloni,
l'altro giorno lei ha pubblicato la foto di una sua visita in uno di quei posti in cui non va mai nella quale si vedevano sullo sfondo delle persone dall'aria non troppo d'accordo con la sua presenza (e le sue idee), che lei ha commentato con una frase del tipo "i soliti scemi dei centri sociali non hanno mancato di farmi visita".
Ora, io non c'ero ma potendo ci sarei stato, quindi mi sento chiamato in causa; il che mi mette in un paradosso. Il paradosso è quello che lei ha preso male questa nostra presenza, che invece è stata un atto di signorile gentilezza. E il paradosso è che un gesto davvero signorile non lo si fa notare, non lo si ostenta, sennò non lo è più. Però lei non l'ha compreso e allora bisogna spiegarlo.
Siamo infatti venuti a trovarla proprio per gentilezza. Non nel senso di omaggio a una bella donna, come io ho sempre pensato che lei sia (il fotoritocco non le serve: migliora la sua figura ma peggiora la figura che fa): non vale la pena di prendersi manganellate per questo, visto che di belle donne ne abbiamo tantissime a sinistra - checché ne dicano i suoi, che scrivono cose tipo "le comuniste sono tutte cozze" dimostrando a) che oltre alla visione politica mancano anche di quella dei bulbi oculari b) che l'unico coraggio che hanno è quello di fare la figura di quelli che, rimbalzati sistematicamente, provano a vendicarsi con la meschinissima rivalsa del disprezzo verso chi li respinge, o di quelli che, non essendo in grado di fare una critica politica si attaccano all'insultino triste.
No: il motivo per cui siamo venuti, l'atto di cavalleresca gentilezza, è che
SE NO NON VE SE FILAVA NESSUNO:
nonostante i media vi stiano pompando al massimo (stavo per scrivere "pòmpino", ma in italiano si scrive senza accento e poteva essere equivocato), nonostante cerchino di ingigantire i vostri numeri, un po' per spaventare quelli che non volevano più votare PD, un po' per far sembrare Sirvio una destra più moderata e civile, siete "quattro provoloni", come ha detto la portavoce di Potere al Popolo, che si fanno vedere solo in campagna elettorale - e anche così si fatica.
Siamo venuti per non lasciare una signora da sola, che non è elegante.
La prossima volta ci faccia caso, che ci ha fatto cadere nell'ineleganza di doverglielo ribadire.
Distinti saluti a lei e auguri di pronta guarigione a quello che hanno aggredito a Palermo, un'aggressione talmente violenta che il dottore gli ha prescritto ben CINQUE giorni di riposo a casa - quando sono caduto dalle scale del nido di mia figlia, nonostante lì per lì mi fossi rialzato e poi fossi andato a lavorare, mi hanno tenuto una settimana in ospedale e quindici giorni a casa: dev'essere stata un'aggressione VIOLENTISSIMA.

giovedì 15 febbraio 2018

IL SINDACO DI MACERATA È UN GENIO, NON SCHERZO

Quello che è giusto è giusto: gli abbiamo dato del filofascista, o del pauroso, per aver autorizzato le manifestazioni dei due partiti neri negando invece il placet a quella antifascista, e invece è stato perfetto. 1) Invece di far passare Cp e FN per “vittime della repressione buonista”, ha di fatto detto loro “dai, fateci vedere quanto esprimete il disagio profondo della maggioranza degli italiani”. Erano tipo 20 e le hanno pure prese dalla polizia, loro che sono tutti "Legge e Ordine" e "Viva le divise". Prego. 2) Nell’autorizzare le une e negare l’altra “per motivi di sicurezza”, di fatto ha detto “so che voi siete intelligenti e non andate a far casini dai crani vuoti, mentre loro sì”. 3) Negando inizialmente la manifestazione antifascista, ha detto “vediamo quanto ci tenete, quanto è forte l’antifascismo e quanto voi”: in pratica, "qui si parrà la tua nobilitate". E mentre certe organizzazioni si sono mostrate pessime, Potere al Popolo e simpatizzanti hanno detto “la facciamo lo stesso “, hanno ottenuto l’autorizzazione, si sono portati dietro pezzi di quelle organizzazioni e hanno messo su un corteo di 15.000 persone senza incidenti. Certo, non penso sia stata tutta farina sua, quando mai; ma è stata una linea che ha messo alla prova noi e loro, e il risultato è stato una vittoria politica TOTALE. Grande sindaco, grazie!

venerdì 5 gennaio 2018

L'inno del lunedì mattina (e di tutte le altre)

Sempre per la funzione sociale della poesia, visto che si avvicina il lunedì post-Befana, ovvero un rientro bello pesante, ho composto l'inno del risveglio.
Così, una bottarella d'ottimismo.

Questa maglia l'ho creata grazie a Photophunia dopo tanto che ci pensavo. Mi pare adatta.



SORGI E SPLENDI

Me sveglio la mattina con in bocca un saporaccio,
nemmeno ho aperto gli occhi già ridormirei avaccio*;
sono pressoché fuso con le lenzuola ed il letto,
pe' alzamme me ce vogliono due ore più il raschietto.
Di quello che m'aspetta non mi piace proprio niente,
se adesso m'alzo subito barcollo deficiente;
ma anche se a letto mi recluderei come Riina,
se mi rigiro e dormo butto tutta la mattina;
e allora m’alzo, voja zero der monno,
voglia quanta di spaghetti gianduiotti e tonno.
Arranco-Cranberries, c’ho in testa i rimbombi,
non “wake up and smell the coffee” ma piuttosto “Zombie”.

È così appena sveglio, non c'è Cristo che tenga:
t'affacci e dici fuori "Buondì, pianeta del menga".
E ciò non solo dopo una serata godereccia:
sempre ti svegli e sei, della coppa, dov'è la feccia,
la bocca che sembra foderata di moquette
as every fucking day, satisfaction I can't get.
Serque de parolacce ignote pure ai lessicografi,
pe’ alzarmi un po’ l’umore mi devo ascoltar “Pornography”.
Di cosa bella m'aspetta solo la colazione,
ma pure col caffè mi va a nani zoppi il neurone:
un po' il coffee mi sveglia, per lo più mi innervosisce
è appena cominciata e già chiedi "quando finisce?"
Quando finisce tutta sta tempesta de rotture?
Sto mare de cazzate che t'assedian, de lordure?
Se viaggi con la mente sopra i sette continenti
ti sembran popolati per lo più di defi-genti:
di “per lo meno” pochi, parecchi um-ani/mali,
t’aspettano settantasette vizi capitali.
E capitali son le pene che ci vorre’
e inve’ di pene sai che… guarda, lascia pe’.

Già inizia bene in bagno, dove oioi lo specchio
ti mostra sto spettacolo tra l'uno e l'altro orecchio:
c'è qualche giorno in cui dico "però... sono un bel pezzo"
più spesso tra le cispe mi tralìcio con disprezzo;
ma tanto co' 'st'umore sprezzerei anche una gemella
di Megan Fox uguale spiccicata ma più bella,
figurati allor se non disprezzo costui
che è l’eminenza fucsia di tanti miei giorni bui…

Finito di sprezzare, ancora in mutande,
inizia l’altra gioia, parton le domande:
del tipo “la giornata oggi cosa mi destina?
Sarò su quanto la coffa o giù sotto la sentina?
Chissà verso che cosa è diretta la prua:
sarà “anvedi che ficata!” oppur “limortacci sua”?
Non sono un indovino, non so cosa accadrà,
ma la risposta me l’immagino già…
ché tutto questo pure senza guai seri:
è così i giorni normali, mica quelli neri,
è quello che il risveglio solerte ti porge,
normale e regolare come il sole che sorge.

E a proposito di sole, quando ce n’è un po’
e esci, incominci a dire “Mmh… però…”
una luce un suono, qualche linea, un odore
suggeriscono che “Dai, non è poi tutto orrore:
c’è tanto positivo, pure qualche gioia vera”
e ti porti quell’umor magari fino a sera;
che pensi “il bello del mondo nessuno lo nega:
posso anche sperare bene…” e è lì che ti frega.




2017-4 gennaio 2018

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* Significa "subito", come saprete bene: in fondo TUTTI abbiamo fatto Dante a scuola NO?

giovedì 27 luglio 2017

IMMIGRAZIONE, LAVORO E NATALITA’: NESSUN PROBLEMA

Leggo commenti e opinioni nei quali si esprime preoccupazione riguardo questi argomenti, ma non è proprio il caso.
Una certa quota di immigrazione la richiede non la Sinistra (o “la Boldrini”) ma Confindustria perché servono schia… pardon, gente che lavora: ma tanto coi progressi tecnologici pare che nel giro di 30 anni sparirà tipo il 40% o più dei posti di lavoro attuali, quindi non verranno più.
“Ma quei pochi posti se li prenderanno loro, perché loro sono tanti e noi pochi”, qualcuno obietterà.
Per quanto riguarda il “loro sono tanti”, bisogna prendersela anche con la Chiesa: vietare il preservativo per spopolare l’Africa con l’AIDS si è rivelata una strategia poco efficace. Sarebbe più pulito farglielo usare così ne nascono di meno.
Quanto al “pochi” e alle preoccupazioni sulla natalità, con annessi deliranti “Fertility Day” e “dipartimenti mamme”, ma di che parliamo?
Siamo SETTE MILIARDI, in Italia SETTANTA MILIONI, non siamo MAI STATI COSI’ TANTI NELLA STORIA DELL’UMANITA’: di che ci preoccupiamo?
Una volta le potenzialità produttive pro capite erano più basse, serviva più gente per quello e per evitare il rischio di estinzione; ma oggi?
Piuttosto, sarebbe bene fossimo meno, anche perché se tutti cominciano a consumare e inquinare come gli europei (o peggio i texani) il pianeta ce lo giochiamo.
Un figlio solo per ogni coppia poi avrebbe il vantaggio di ereditare da 4 nonni: pure se ognuno dei 4 lascia poco, è pur sempre buono. E in ottica di futura diminuzione del lavoro, decisamente vantaggioso.
Per cui tranqui: nessun problema, bastano un paio di accorgimenti e un po’ di pazienza ed è tutto ok.

Andate e fornicate gioiosi, con cautele.

lunedì 20 marzo 2017

GABBANATE ovvero STA SCIMMIA NUDA SCASSA

1) Passato lo Festival, Gabbani è lo santo.
2) C'avevamo già Rovazzi, ci mancava lui.
3) Per me, le lezioni di Nirvana sono quelle in cui ti spiegano l'arpeggio di All Apologies o nelle quali ti mostrano che gli accordi di Smells Like Teen Spirit sono gli stessi dall'inizio alla fine, cambia solo il modo di suonarli.
4) A Roma è "Occidentali: carma", che ci sta tutto.
5) A proposito di Rovazzi, pare che il suo ultimo video, che a me pareva semplicemente sfruttamento furbetto di umorismo da rete, sia qualcosa di peggio: peccato, perché lui mi sembrava un simpatico disturbato di mente finito in mano a un produttore coatto.
6) Come Rovazzi, Gabbani ha fatto una prima canzone con qualche pregio (intelligente la sua Amen, simpaticamente scema Andiamo a comandare) e una seconda molesta.
7) Perché, come sa chi deve andare ai compleanni dei bambini, un certo tipo di canzoni ha un successo strepitoso (voglio dire, gli animatori ancora mettono Gangnam Style) e si è condannati ad ascoltarle un milione di volte in più di quante avresti avuto voglia: moleste di loro e ancora più moleste per il numero di ascolti.
8) I bambini: vedere dei settenni che cantano il ritornello di Occidentali's Karma (senza ovviamente capirne alcunché - e ci mancherebbe), dovrebbe chiarire una volta per tutte che "postmoderno" non è una vuota parola ad effetto usata dagli intellettuali, ma è l'aria che respiriamo, se già dall'infanzia ti propinano come normale un mix di discipline orientali, antropologia e ironia cantato su un ritornello pop.
9) "intellettuali nei caffè”:  e allora? Cos’è, non ci possono entrare? Andandoci tradiscono forse la loro missione sociale? È almeno dal 1764 che ci sono, da quando i fratelli Verri e Beccaria fondarono addirittura una rivista con quel nome: dunque?
Gabbani ha dovuto timbrare il cartellino della “simpatica” (sì, come una malattia) satira anti-hipster e anti-intellettuali ma ovviamente non aveva mezzo argomento valido e così butta lì sto riferimento casuale: non credo infatti che quella rivista sia una questione fondamentale (dell’oggi e della canzone).
10) Il problema di cui parla Gabbani è l'orientalismo di moda, il contrasto tra ciò che certe discipline professano e i comportamenti tenuti da chi qui vi aderisce superficialmente: ma è un problema? Voglio dire, è un problema di cui parlare con quei toni da "vi racconto l'essenza dell'oggi e i segnali della fine del mondo"? Non mi pare.
11) Il problema principale della canzone, per me, è soprattutto questo: l'audio, ovvero il cantato affettato ed enfatico e l'elettronica tamarrissima del suono. Funziona anche, a momenti, ma è molesta e ha scassato le balle (e ci risiamo: un po' di suo, un po' per sovraesposizione).

12) Il problema che invece la vincitrice di Sanremo NON ha, checché ne dica un articolo di un furbetto antintellettualista di quelli nominati prima, è lo stile frammentario-citazionista: quello stile esiste da tempo, lo hanno usato tra gli altri T.S. Eliot, Lou Reed e i R.E.M.. Si dirà: "ma erano più bravi, erano autori di un altro livello". Esatto: è la bravura che conta, non l'uso di uno stile o di un altro. Non cosa, ma come.
Ma soprattutto, riprendendo uno spunto del mio amico Francesco, IO personalmente, quello stile lì non glielo posso proprio rimproverare. Per decenza, almeno:

http://giuliopk.blogspot.it/2013/12/piu-cool-che-animal.html

E sul come e sulla bravura lascio decidere a chi legge: di certo, non abbondo in sovraesposizione.

giovedì 16 febbraio 2017

La terza stagione di Twin Peaks: speranze e timori

È stata finalmente annunciata la data di messa in onda della terza stagione di Twin Peaks: dopo che per 25 anni i fan ci avevano sperato, si erano interrogati sul destino di alcuni personaggi e avevano immaginato sviluppi possibili, dopo che successivamente all'annuncio erano sorti problemi che sembrava che rischiassero di far saltare tutto (poi risolti), ora c'è una data: il 21 maggio.

La notizia del ritorno di una serie che fu un vero e proprio evento, anche perché assolutamente rivoluzionaria per il panorama tv dell'epoca, chiaramente ha suscitato reazioni diverse: felicità, attesa curiosa, timore di rovinarsi il ricordo, perplessità sull'opportunità di andare a toccare un monumento e scetticismo riguardo al fatto di riesumare un'idea dirompente ai tempi, ma di fatto vecchia di 27 anni.
Al riguardo, ci sono elementi che lasciano ben sperare, altri che no, e altri diciamo così "neutri", "di fatto".
Premesso che la riuscita della serie dipenderà dall'ispirazione dei due autori, dalla performance registica di Lynch e da quelle degli attori, nonché da eventuali ingerenze più o meno moleste o "normalizzatrici" o commerciali della produzione, una cosa va data per assodata: l'impatto che la serie ebbe alla sua uscita, questa terza stagione quasi sicuramente non l'avrà.
Ed è anche normale: al tempo in cui andò in onda la prima stagione, si trattava non solo di una cosa già strana e originale di per sé, ma in più capitava in un contesto in cui la tv e le serie televisive in particolare erano meno sperimentali. Oggi, dopo un quarto di secolo, le serie tv hanno conosciuto una diffusione enorme, sia come numero di titoli prodotti sia di interesse da parte del pubblico; e nel loro ambito si è sperimentato e visto di tutto - anche grazie a TP stessa. Non è questione di stabilire se sia stata superata o no: è che le serie tv sono andate avanti, e le rivoluzioni, di solito, si fanno una volta sola, a meno che Lynch e Frost siano stati capaci di inventare ed inserire nella nuova stagione elementi capaci di innovare ancora una volta il modo di concepire e fare una serie tv.
Insomma, è abbastanza probabile, quasi sicuro, che questa nuova stagione non avrà l'impatto delle prime due; ma è normale, non avrebbe senso aspettarselo, va bene così: TP ha già fatto la sua rivoluzione, e ben poche serie tv possono dire lo stesso.
Un elemento che promette bene riguarda il modo in cui è stata prodotta questa nuova stagione, che è diverso dal passato della serie e va a intrecciarsi con la questione "toccare il monumento".
L'ammirazione per le due prime storiche stagioni di TP, infatti, non impedisce agli spettatori di notare alcuni difetti della seconda; la quale, ricordiamo, era tre volte più lunga della prima e, mentre nella prima parte era tranquillamente alla pari, in quella centrale si infiacchiva un po' per poi risalire verso la fine. I motivi sono vari e noti: Lynch non voleva rivelare l'assassino di Laura Palmer per mantenere la tensione e continuare a indagare la vita della cittadina; una volta costretto a farlo perse un po' di interesse e smise di seguirla da vicino, anche per lavorare a Cuore Selvaggio - e così Frost, che si allontanò anche lui per altri lavori nel cinema; gli autori subentrati che non sempre sono stati capaci di mantenere la coerenza e il tono della serie, a volte creando trame insulse (i corteggiatori di Lucy), a volte inserendo gli elementi soprannaturali dove non c'entravano (che c'entrava Josie con il Nano?). E un altro problema fu che l'episodio pilota fu girato senza sapere se la serie sarebbe poi stata realizzata davvero; la prima stagione fu girata con incertezze sulla seconda (con Frost che buttò dentro, per sua ammissione, tutti i cliffhanger possibili per fare in modo che il pubblico volesse la stagione nuova per vedere come andava a finire), e della seconda abbiamo detto: ciò ha comportato che certi elementi fossero stati inseriti senza pensare a come risolverli (chi ha aggredito Jacoby e perché?), e che a volte non siano stati risolti proprio (anche gli annunci del Gigante non è che abbiano poi avuto questo seguito spiegato o risolto così bene, né si sono rivelati essenziali nello sviluppo della trama...). Era una serie bellissima, ma con tante incongruenze: lo stesso versante soprannaturale non appare così solido: nato dalla visione di Lynch della Stanza Rossa, sembra procedere più per costruzioni e spiegazioni successive, ispirazioni del momento, che per una visione preesistente coerente e compiuta.
L'elemento positivo è che stavolta Lynch e Frost hanno scritto TUTTO PRIMA, e Lynch ha diretto TUTTI gli episodi: questo dovrebbe garantire uno sviluppo armonico delle trame e delle atmosfere, dovrebbe evitare le contraddizioni, le incongruenze, i filoni lasciati in sospeso (lo One Eyed Jack che fine ha fatto?); il controllo di tutta la stagione dall'inizio alla fine da parte dei due autori e il fatto che sia stata già girata tutta è un elemento che alimenta le speranze. E siamo ben felici di vedere quelli che, di fatto, sono DICIOTTO nuovi film di Lynch.
O almeno dovrebbe: pare infatti che in The Secret History of Twin Peaks, il libro di Frost in cui l'autore racconta i retroscena della cittadina, qualche incongruenza ci sia. Non l'ho letto quindi magari mi sbaglio, ma alcuni commenti dei lettori rilevavano almeno un errore nella storia di Big Ed, Norma e Nadine. Per di più Lynch pare sia poco interessato alla coerenza di certi dettagli (lo ha detto anche Robert Engels, col quale ha scritto Fuoco cammina con me: e infatti il film non torna tanto per esempio col Diario segreto di Laura Palmer).
Che dire? I dettagli sono dettagli, alla fine contano il giusto: speriamo bene.
Io non vedo l'ora.
(bom... bo-bom... bom... bo-bom...)

martedì 31 gennaio 2017

Sanremo 2017: pre-giudizio

Da buon amante del rock non ho mai amato il Festival nazionale, anche perché negli anni '80 ero pienamente nella prospettiva, certo non solo mia, che nella musica ci fosse il Muro di Berlino: di qua il rock e la musica "vera", il "Bene"; e di là il pop, il "commerciale", cioè il MALE. E essere comunista, quindi naturalmente diffidente verso il mercato, non aiutava.
Poi sì, qualche eccezione la ammettevo, e fino a un certo punto i gusti non erano così rigidamente definiti. In più ero adolescente, e se questo da una parte porta rigidità dall'altra significa indefinitezza; per cui a qualche "guilty pleasure" mi capitava di cedere. E poi era la musica della mia epoca, non potevo essere del tutto impermeabile, e per finire, col tempo, ho imparato non solo a sfumare i giudizi e a rivalutare qualcosa (senza esagerare, eh) che inizialmente avevo bollato come "male (e che magari lo era pure), ma anche a capire che certo pop dev'essere così: leggero, divertente e anche sciocchino e va bene.
Per il Festival la questione era simile: mi pareva una baracconata della più banale e passatista tradizione italiana nella sua versione peggiore, declinata nel modo più superficiale e meno coraggioso possibile. E non avevo, né ho, davvero tutti i torti.
Ma anche qui ci sono i però: le eccezioni, ad esempio, e il fatto che alla fine in famiglia un occhio ce lo buttavi sempre. E una volta uscito di casa per andare all'Università, non avevo nemmeno la tv in casa né la cercavo per Sanremo; ma perfino durante la Pantera un paio di occhiate gliele demmo (ricordo pochi secondi di Dee Dee Bridgewater che gorgheggiava su Uomini soli e il momento in cui col telecomando passai su Rai 1 e vidi Cutugno che in quel momento cantò "Accesi, spenti e stupidi speciali / due consonanti perse in tre vocali" e, folgorato dal secondo verso, decisi che poteva bastare).
E più tardi, tra il gusto di divertirsi col trash e gli amici gay, alla fine Sanremo lo guardavo ogni anno (e qui sul blog l'ho commentato pure). Anche perché da un certo punto in avanti qualcuno deve aver capito che il pubblico non era più fordista-generalista, ma che toyotisticamente esistevano tanti pubblici diversi, e quindi Sanremo iniziò sempre più a sembrare compilato col manuale Cencelli: due vecchi, un vecchissimo, qualche affermato strafamoso, 2-3 bravi davvero, un paio di icone gay e qualche ignoto, con gli insiemi che si intersecavano: e così, tutti accontentati. Se poi c'era un presentatore vivace e qualche ospite buono, o un Fazio che con una mano ti fa il pretino e con l'altra ti fa vincere gli Avion Travel o ti porta Caetano Veloso e Antony meglio ancora.

Però...
...però poi i nodi vengono al pettine; e va bene che siamo in tempi di compromessi, di moderazione, tempi in cui molti si sono dimenticati che a posizioni alternative sarebbe il caso di far corrispondere anche gusti un po' audaci e orientati verso il nuovo, tempi in cui molti non sanno più che "indie" era un misto di suono e posizioni politiche entrambi critici del mercato, e ci fanno le battutine cretine sugli hipster;
va bene che intorno a te c'è un coro di "eehh... ma che ti metti a fare? E dai, non essere estremista a sproposito", e ok che tutto si rivaluta (ahimè), e che "dai, la dicotomia commerciale/non commerciale non ha senso, è da rigidi fuori tempo massimo";
e mettiamoci pure, da una parte, un bel libro, per quel poco che ne ho letto, come Nonostante Sanremo, che parlando di tutto il bello passato al Festival dovrebbe ammorbidire le posizioni ma in modo saggio (non come gli argomenti che ho elencato nelle righe scorse); e dall'altra il fatto che il Festival te lo guardi senza aspettarti troppo, così, per curiosità e perché tanto d'inverno in mezzo alla settimana stai a casa, dunque...

Mettiamoci tutto, ma poi tanto i nodi vengono al pettine, ribadisco, e tanto poi va a finire come diceva Churchill, che accetti "il disonore per evitare la guerra e alla fine [avrai] il disonore E la guerra", e accetti i compromessi in cambio di qualcosa e poi se lo rimangiano.
Non parlo del fatto che segui una trasmissione per una settimana per poi veder vincere Cristicchi con una canzone di un retorico che dovrebbe essere perseguito penalmente, o che comunque ti sorbisci, per poche cose valide, una tonnellata di musica obbrobbriosa o al massimo carina (ma se va bene) e dell'intrattenimento per lo più veramente commerciale, perché purtroppo Sanremo è Sanremo per davvero; o che ti fai davvero un torto a cadere nella terrificante mentalità del luogo comune "vabbè, ma Carlo Conti alla fine è spigliato, è bravo, un po' di musica la conosce, magari fa una cosa divertente" (quando pensi così il Male/capitalismo mediatico/conformismo/ristrettezza culturale ti ha contaminato): o quantomeno non parlo solo di questo.
Il Sanremo di Carlo Conti è per lo più tremendo, il cast di quest'anno fa addrizzare i capelli (la Mannoia e il cantante dei Subsonica, Samuel, non bilanciano il resto) e 5 serate di Maria De Filippi sono una pena alla quale nessun tribunale mi ha condannato né sono così autolesionista da infliggermela da solo.
Per certe cose il Festival sarebbe pure divertente, non lo nego, così come il gioco di commentare con gli amici (pure quelli etero) e la curiosità te la stimola; ma per come si preannuncia no, non ce la posso fare: non rinnego la passata consuetudine di guardarlo in famiglia o con gli amici, non rinnego i commenti e ringrazio per i Quintorigo e tanti altri, ma quest'anno no way, no se puede.
Poi finirà che cenando un pezzo lo guarderò lo stesso, ma probabilmente finirà anche, com'è già successo, che in certi momenti cambi canale, becchi un bel film e rimani a guardare quello: viste le premesse, mi sa che è il caso di andare direttamente al film.

giovedì 5 gennaio 2017

L'ora dello scassaballe - Osservazioni culturali sparse

Qualcosa che ho letto, qualcosa che ho visto. Perplessità e apprezzamenti.

- Piaciuto l'ultimo Dylan Dog ("Gli anni selvaggi", n. 364) anche se tutto sommato classico: c'è una bella dose di malinconia, e c'è la bella trovata della playlist su spotify dell'autrice: qualche scelta è un po' scontata e sarebbe stato meglio includere le canzoni citate nel testo (quelle vere, almeno, che sono anche poche - forse una), ma Cascade di Siouxsie, anche solo per la voce, mi ha ricordato i miei primi anni '90 e far conoscere Blank Generation di Richard Hell & The Voidods è cosa buona e giusta.

- Letto il mio primo libro del commissario Rocco Schiavone, Cinque indagini romane: buono, mi piace, anche se lo spaccaballe nota che accanto a battute di un romano perfetto ce ne sono alcune, in bocca agli stessi personaggi, troppo in italiano: un'alternanza un po' poco credibile, tanto che sono andato a controllare se l'autore è romano. Lo è. Boh. Difetto veniale, comunque.

- Ho iniziato a leggere un'antologia del mitico Ettore Petrolini (Teatro, ed. Garzanti): interessante, personaggione, anche se alcune battute lette oggi suonano banali. Per esempio, nello sketch di Giggi er bullo fa dei giochi di parole veramente da anni '30: più belli, comunque, e più intelligenti e divertenti delle battute che si sentono nel trailer di Natale a Londra.

- Letto Il gagà di Massimiliano Mocchia di Coggiola: il sottotitolo è Saggio sull'abuso dell'eleganza, ed è un bell'excursus storico sull'argomento, un interessante pezzo di storia del costume, anche divertente.
Lo consiglio, ma lo scassaballe che è in me non può fare a meno di notare un "hit parade" usato al posto di "hit" (ovvero "classifica di successi" al posto di "canzone di successo") e un paio di "piuttosto che" usati nel modo sbagliato che va, ahem, di moda ora. Dal libro di uno così raffinato non me lo aspetto, ecco.

- Sto leggendo un libro su Lynch intitolato Da Twin Peaks a Twin Peaks di Andrea Parlangeli e, come il pavimento della stanza rossa, ha cose buone e qualcuna che mi sveglia lo scassaballe.
Accanto a notazioni interessanti e a una notevole conoscenza dell'argomento, ho infatti trovato:
- "affianco" invece di "a fianco" ("affianco" sarebbe la prima persona del presente indicativo di "affiancare", ma vabbè);
- un commento su Inland Empire in cui dice che la trama è incomprensibile e che quando lo vide aveva cercato spiegazioni sul web senza trovare nulla, quando gli sarebbe bastato leggere un articolo su Cineforum (io lo beccai per caso, lui che scrive un libro magari dovrebbe conoscerlo, anche se non si può leggere tutto), dal quale la trama appariva di una semplicità e chiarezza che ti facevano vergognare di non averla capita subito (i significati delle singole scene sono un altro discorso, ma almeno l'impianto base...); poi nelle pagine dedicate al film riprende in effetti l'ipotesi dell'articolo, ma sarebbe stato il caso di nominarlo.
- l'analisi dei film preferiti di Lynch e degli echi che se ne ritrovano nei suoi: manca Bella di giorno, che per Mulholland Drive è fondamentale, ma forse Lynch non l'ha indicato tra i suoi film-culto.
Però neanche nel capitolo di Mulholland lo nomina: visto che per ogni film analizzato fa una lista di film di riferimento, alcuni anche molto particolari, questa è una carenza.
- La lista dei film alla fine di ogni capitolo: c'è qualche ripetizione, e sarebbe il caso, oltre al film e all'anno, di scrivere sempre il regista, cosa che non fa - per esempio quando cita Glen or Glenda la prima volta; e tra l'altro le due volte che lo cita lo fa con due date diverse.
Pignolerie a parte, però, facendo tacere lo scassaballe devo dire che è un buon resoconto della carriera e soprattutto dei temi di Lynch.

- Forse dovevo iniziare dai libri veri e non da quella, ma non ho capito perché Giorgio Manganelli abbia inserito nella sua antologia personale tutti quegli articoli di giornale: molti contengono osservazioni profonde e argute, spesso ti fa venire voglia di leggere ciò di cui parla, ma a volte "giornalisteggia", in stile Corriere o Repubblica, e lì dà ai nervi. Il pezzo sulla Santa Teresa in estasi, poi, va un po' troppo sul filosofico per me, non l'ho capito: forse avrei dovuto leggere meglio (e di più) Carmelo Bene per capire quei discorsi sull'assenza.
Ma l'intervento su Jung e la letteratura è veramente bello, pieno di spunti più che di risposte. E comunque, scrittore da esplorare.

- L'ultimo romanzo di Nada, Leonida, apre un po' il racconto rispetto alla molta autobiografia dei precedenti Il mio cuore umano e La grande casa, ma i suoi temi preferiti restano al centro. Il libro contiene ingenuità e parti interessanti, momenti "scritti bene" nel senso più ordinario del termine e ruvidezze invece interessanti. La scena del coltellino e del laghetto è assolutamente, perfettamente realistica.
SPOILER CHE SCRIVO IN CARATTERE PICCOLO:
Cara Nada, ho capito che ti piace raccontare storie di famiglie "matrilineari", che nelle discendenze ti interessa quella linea lì, ok: ma che quando una donna importante di un tuo libro mette al mondo due maschi questi siano gay, dai, non stai esagerando? (si scherza, eh).

- Ho conosciuto Jonathan Coe sentendone parlare in questa circostanza, e da allora ho letto svariati suoi romanzi, apprezzandoli. L'unica eccezione era stato Donna per caso, che parte bene ma sul finale sbraca del tutto, come se gli si fosse spenta l'ispirazione; ma per il resto mi erano piaciuti tutti, alcuni anche parecchio.
Poi ho letto Circolo chiuso e no, non ci siamo proprio. Mi ricordo male la puntata precedente, La banda dei brocchi, ma mi pareva che mi fosse piaciuto: questo invece no, per motivi sia letterari sia meno letterari.
Per quanto riguarda quelli letterari, Coe, per raccontarci cosa è successo ai personaggi, in svariati punti si affida a lunghissimi riassunti, a volte suoi a volte in bocca ad altri personaggi; contraddicendo così l'aurea regola della narrativa "show, don't tell": ci tells parecchio, invece, come se avesse elaborato troppo, e di questo troppo solo alcune cose gli interessasse show. Purtroppo lo fa anche in una scena importante del romanzo successivo, La pioggia prima che cada, che invece è molto bello.
Per quanto riguarda invece i motivi non-tanto-letterari, devo dire che in questo romanzo fa una cosa che in letteratura non amo tanto (i precedenti che ho letto io sono Amsterdam di Ian Mc Ewan, Il falò delle vanità di Tom Wolfe e Coscine di pollo di Tom Robbins): si accanisce contro personaggi che non se lo meritano e usa uno sguardo benevolo - come la sorte che riserva loro - verso altri che invece sono insopportabili, vedi tra i primi il povero Ben e tra i secondi quella m***a del fratello, o la Claire che pontifica sulle vite degli altri mentre lei è coerente a comodo suo, o la tremenda Cicely.
Dopo questo mi è un po' calata la voglia di leggere quelli successivi, anche se come ho detto La pioggia... meritava.

mercoledì 21 settembre 2016

Suicide Squad: il film

Visto il film sulla Suicide Squad. E visto che nell’incarnazione anni ’80-’90, è uno dei miei fumetti preferiti (e sul quale mi sono espresso qui), butto giù qualche considerazione.

L’idea di un film con protagonisti “cattivi”, mantenuta dal fumetto (nella fattispecie, supercriminali utilizzati dal governo USA per missioni coperte e pericolose), a quanto pare attrae nonostante non sia nuova: ma “Quella sporca dozzina” è lontano, Diabolik e Fantomas sono roba europea, e, benché “Dexter” invece sia vicino, in quel reame dell’innocenza che per tanti versi è ancora l’America (ma anche nel mainstream generale) il cattivo deve essere in qualche modo “buono”, o riscattarsi, concetto che nel fumetto di Suicide Squad, e anche nel film, c’è poco.
I personaggi infatti sono proprio cattivi, e però umani e sfumati; all’eventuale eroismo o alla bontà ci arrivano quasi per caso, per vie oblique, perché umani e contraddittori, o perché “i cattivi così cattivi non sono mai”, come diceva Fossati, e questi accanto ad un’indubbia stronzaggine mostrano per lo più devastazione interiore, disincanto (in primis verso sé stessi) a livelli di guardia, follia da traumi subiti o autocausati e molti una solitudine quasi disperata: per immedesimarsi ci vuole uno sforzo superiore a quello richiesto da certi altri cattivi-con-codice-morale da Hollywood, cosa non nuova ma per gli USA evidentemente rara; e il resto del mondo probabilmente non se l’aspetta da un film americano di supereroi, genere visto ancora come oasi di moralità ben definite.
Da qui, probabilmente, l’interesse - con conseguenti incassi - per una pellicola anche divertente di un umorismo crudele e nella quale gli attori sono in generale bravissimi (anche se Will Smith - confesso che non avevo mai visto prima d’ora un film con lui - è vagamente stucchevole, e per di più mi ricorda un po’ Fiorello piccolo un po’ un certo Domenico che conosco, cosa che mi fa strano, e Leto mi sia piaciuto sì, ma col personaggio del Joker comincio ad avere problemi).
Il film però è stato generalmente giudicato male: ma a me non è dispiaciuto anche se trovo che un difetto grosso ce l’abbia, dovuto a un mix tra una certa caratteristica dei film di supereroi e questa trama specifica, più che ad altri.
Il problema infatti non è che il film sia basato sulla versione a fumetti più recente, meno “rivoluzionaria” e scritta da autori meno bravi rispetto all’altra: era ovvio che avrebbero scelto questa, anche perché c’è Harley Quinn, uno dei pochi personaggi creati recentemente davvero potenti (a livello di successo e di colpo sull’immaginario, come dimostra tra l’altro il gran numero di cosplayer che la scelgono).
L'Amanda Waller originale,
che teneva testa pure a Batman.
Tra l’altro, la serie alla fine non è neanche male (e nel numero 16 della testata italiana, da poco uscito in edicola, ci sono anche delle riflessioni interessanti sui personaggi e sul gruppo), benché non abbia né possa  avere la forza dell’altra. E poi una delle belle idee che ebbe l’autore del fumetto degli anni ’80, il John Ostrander omaggiato anche nel film (in una scena compare un palazzo in cui ha sede una compagnia col suo nome), era che il funzionario del Governo che creava la squadra era una donna, per di più nera e grassa. Nel fumetto nuovo, stesso nome, genere e colore ma magra - una specie di modella, il che ci era un po’ dispiaciuto (poi si scopre che è la nipote), sembrava un imborghesimento. L’Amanda Waller del film, invece, è più vicina all’originale: meno Halle Berry e più donna "vera".
L'Amanda cinematografica


E il problema non è nemmeno la trama confusa (mi sembra invece abbastanza chiara), o una certa lentezza iniziale, che è innegabile ma serve a introdurre l’idea e i personaggi. E rispetto ad altri esempi di questo genere, qui manca quella goffaggine che hanno certe volte i film di supereroi nel tradurre in scene di carne cose pensate per il fumetto - l’Uomo Ragno disegnato funziona ed è bello, una persona reale con la tutina che spenzola da un palazzo e l’altro funziona, risulta e la accetti meno, l’incredulità non la sospendi altrettanto volentieri. Qua è tutto fluido e abbastanza “naturale”, per quanto si possa (al limite qualche danza dell’Incantatrice non è proprio naturale, ma è veramente un dettaglio).

Il punto secondo me è un altro [e nel paragrafo dopo questo SPOILERO, quindi occhio]: un film di supereroi è diverso da un fumetto perché, banalmente, di fumetti ne escono almeno 12 episodi l’anno mentre di film ne fai uno ogni tanto (ci sono i sequel, ma al massimo 3/4). E dunque, mentre il fumetto presuppone una sequenza continua di storie, una regolarità (nonostante occasionali scossoni di trama e status del personaggio), il film da parte sua è in genere un episodio solo che fa storia a sé, e la storia oltre a essere più ampia deve avere un inizio un centro e una fine, arrivare a una conclusione. Che il gruppo o il personaggio continuino è sottinteso, e la Marvel sta facendo film collegati tra loro per dare più respiro alle trame e all’universo immaginario dei personaggi, ma non si arriva mai alle proporzioni del fumetto.
Questa caratteristica, unita al fatto che l’unica missione che la Squadra affronta nel film sia di fatto nata dalla creazione stessa della Suicide Squad, fa sì che la storia del film alla fine sia: una pazza che crea questa squadra di criminali, ne segue un casino, la squadra lo risolve (con perdite, come da tradizione), e poi torna in carcere. Non è la storia del governo e delle sue azioni coperte unita a quella degli umani che le compiono, non è la storia di una donna di carattere che sa sporcarsi le mani quando è il caso e portarne il peso: sembra piuttosto la storia di un delirio di una squilibrata cinica che vorrebbe risolvere problemi e invece li crea, ottenendo come massimo successo il metterci una pezza dopo, dopo centinaia di vittime. Il tutto, dando tipo 10 anni di sconto di pena a gente che ha tre ergastoli, come dice Captain Boomerang, e che sicuramente non sarebbe andata a rischiarci la vita.
Ecco, mi pare che si sia perso il senso originale della serie, sia vecchia che nuova, senza che ne sia stato dato uno nuovo. Annunciano il sequel, ok, ma è strano, visto che in questo primo episodio non ne hanno posto granché le premesse.

Avrei voluto essere un critico cinematografico vero, di quelli capaci di dire che sguardo dà e restituisce il film sul e al mondo, che idea di corpi e di visione e di destino c'è, ma non lo sono; e dunque mi limito a dire che poi certo, questo è un film di supereroi e vado a cercarci colori, casino, ritmo, battute, se ci scappa pure qualche riflessione, e tutto questo c’era; in più, con personaggi cui voglio bene.
E alla fine mi sono divertito una cifra e il sequel me lo andrò a vedere di corsa: I don’t see the hour!

giovedì 1 settembre 2016

Il giusto approccio, i figli e le salsicce

I PROBLEMI SI RISOLVONO ALLA BASE;
ovvero,
È INUTILE METTERSI LA CREMA CONTRO I BRUFOLI SE POI CONTINUI A MANGIARE SALSICCE FRITTE TUTTI I GIORNI.

Io capisco la ministra Lorenzin, la quale si è sentita in dovere di ricordare un po’ di aritmetica davanti a casi come la Nannini madre a 54 anni, la Marini che a 49 mette gli annunci sul giornale per trovare il padre perfetto per il suo erede, o quel rintronato di Mick Jagger, tra poco di nuovo padre perché a 73 anni ancora non s’è imparato a usare i contraccettivi;

e capisco anche che le difficoltà economiche tutto sommato sono un buon modo, per chi non vuole procreare, per chiudere il discorso coi figlisti integralisti che gli scassano le balle;

però ecco, penso che i figli, visto gli impegni non solo economici che comportano, siano una libera scelta di ognuno.
Ma appunto, una scelta: e se non ho denaro non posso scegliere.

Bisognerebbe che tutti avessero di che vivere bene e, A QUEL PUNTO, scegliere se averne o no.


E quindi, come al solito, la soluzione è il socialismo. Come sempre.

sabato 16 aprile 2016

LA ZEMANATA ovvero La partita più epica che ho giocato MA SOPRATTUTTO un ricordo di Giordano Liva

Io da bambino a pallone non ci giocavo. Quantomeno, poco: quando capitava, così, ma non ci passavo pomeriggi/settimane/mesi/ecc..., anzi seguivo poco anche il calcio di serie A.
Così, quando intorno agli 11 anni ha iniziato a venirmene voglia, partivo in ritardo - né sbocciò un talento capace di recuperare gli anni di un balzo: ho sempre avuto più testa che piedi e più piedi che fiato, e calcolando che spesso pure la testa funzionava relativamente - nel senso che per lo più in campo sono umorale, agitato e poco lucido - si può capire come i miei anni dell'adolescenza siano stati un discreto catalogo di orrori pallonari.
Non sempre, va detto: la scarsezza mi confinava in porta, dove dopo un po' qualcosa avevo imparato. Ma ero il contrario del portiere affidabile perché, come negli altri ruoli, non sapevo mai che partita avrei giocato: se ero concentrato andava bene, sennò ero capace di qualsiasi cosa (come negli altri ruoli, peraltro). Mentre più tardi scoprii che quello che vorrebbero tutti quando da piccoli o da più grandi giocano a pallone, ovvero stare in attacco, in realtà sia una sòla: quegli altri si divertono passandosi il pallone tra i piedi, a te ne arriva uno ogni 5 minuti con due alternative: o sbagli o fai gol. Nemmeno il tempo di prendere un po' di confidenza con la palla, efficienza subito (e poi pigliano anche in giro dicendo "no, non tornare in difesa, stai avanti che serve il riferimento": come no). Inutile poi fare ciò che ho fatto per anni, ovvero, quando il compagno ha la palla, mettersi in un punto in cui non hai nessuno addosso e lui può passartela senza avversari in mezzo: la notizia che Falcao era forte perché giocava a testa alta deve aver avuto poca diffusione, perché ok, lui era lui, ma prendersi un attimo per guardarsi intorno prima di dare il pallone non sarebbe impossibile. In teoria.
(sto esagerando, eh: accanto alle partite frustranti, tante erano belle e divertenti, sennò avrei lasciato stare).
Chiaramente non sono mai andato oltre le partite con gli amici: a periodi capitava di avere un gruppo di persone con cui si andava a giocare, poi il gruppo si disperdeva, o perdevo i contatti, e finiva lì, prima di trovarne un altro. Nulla però che si avvicinasse neanche per sbaglio a qualcosa di più che questo, e anche tornei praticamente zero.
Ma di queste partite qualcuna, oltre che bella, è stata proprio epica: quelle nel cortile della scuola con la rara neve a Roma nell'85; quella in cui mi trovai davanti un portiere con la maglia della Lazio e, dopo aver provato a segnargli tutta la partita, gli feci un gol direttamente su punizione e poi un altro poco dopo (mi ci sono impegnato, ma malauguratamente una settimana dopo quelli lì hanno vinto lo stesso il campionato: oh, io il mio l'avevo fatto); la prima del ciclo di 5 (a prestazioni discendenti) con gli obiettori; quella in cui NON segnai quello che sarebbe stato il mio più bel gol di sempre che invece mandai sul palo (una partita giocata in fuseaux, non dico altro); quella del campeggio in cui, nonostante fossimo molto più deboli, chiudemmo il primo tempo in vantaggio 2-0 (prima di prenderne 7 nel secondo), ecc...
Ma la più memorabile è una che si colloca nei primi anni 2000, memorabile anche se tanti dettagli li ho dimenticati (e spero di ricordarmi bene quello che racconto). E lo fu per l'andamento, che rifletteva certe partite sciagurate di uno dei miei allenatori preferiti, e perché è stata l'ultima volta che ho visto un amico; ed è stato giusto vederlo così.

Sarà stato circa il 2003: in quel periodo ogni tanto andavo a giocare con un gruppo di amici presso il campo di Colignola, vicino Pisa, a volte a calcetto, altre a calcio a 8 o normale (quella volta mi pare fosse un campo normale).
Non ricordo tutti i presenti di quella sera: tra gli altri c'erano sicuramente i fratelli Andreotti (il più grande, mio amico da tempo, era colui che conosceva e prenotava quel campo), Manfredi, Michele che avevo conosciuto qualche anno prima a Parigi quand'ero andato a trovare un'amica comune e che aveva guidato per tutto il viaggio di ritorno a Pisa perché io non avevo al patente), il Rube e Giordano.
Giordano lo conoscevo perché faceva parte del collettivo di Lettere: tranquillo, sorridente e positivo, impressione nettissima di animo buono, non era uno dei miei amici più stretti - infatti non ricordo mai di essere uscito con lui, o che sia passato a casa mia o cose simili - ma quando condividi l'attività politica, quando hai in comune il fatto di essere nello stesso posto a provare a fare le stesse cose, se non nascono contrasti per motivi di potere o altro (e Giordano non era tipo), sei amico per forza (se una volta si usava la parola "compagno" c'era pure un motivo); e con lui, con quel carattere, veniva naturale.
Quella sera eravamo in squadre opposte, e inizialmente quella in cui ero io dominava: primo tempo chiuso sul 5-0, durante il quale segnai anche due gol - il secondo, un semplice passaggio in profondità che allungai in rete, e il primo addirittura su calcio d'angolo complice una sciagurata uscita dell'Andreotti piccolo (che la toccò anche, ma miracolosamente avevo azzeccato la traiettoria verso la porta e sarebbe entrata lo stesso).
Un dominio totale, quasi come nei momenti migliori delle squadre di Zeman, quando fanno girare il pallone e gli avversari scompaiono dal campo. Nel secondo, però, come certe volte accade pure al Boemo, calammo di brutto (Michele poi dirà "Sì sì, vedi che se correvo come nel primo tempo col cavolo che rimontavano") e cominciò appunto la rimonta. Qualche altro gol lo facemmo, ma per uno nostro loro ne facevano circa 3; e così si arrivò alla svolta della partita, che mi vide ahimè parzialmente protagonista negativo.
Qui la memoria mi aiuta poco coi dettagli, ma diciamo che eravamo su un punteggio che poteva essere o di parità 8-8 o di un gol di vantaggio per loro. Noi come detto soffrivamo da un po', io già mi ero innervosito come al solito (avevo rimostrato con Manfredi perché aveva tirato sull'esterno della rete invece di darmi palla al centro - e lui, come al solito, era rimasto tranquillo: ci ho suonato, fatto n serate da dj e abitato insieme e di pazienza ne ha sempre avuta), quando arriva l'azione-crocevia del match.
E ravamo in attacco noi, e sulla loro linea di porta si era creato un mischione di corpi che si combattevano il pallone tipo "La zattera della medusa", un groviglio dal quale a un certo punto esce il pallone rotolando tranquillo verso il centro area e verso me che accorro famelico e rapace pensando "mo' sfonno la rete". Ma siccome sono un genio,  mentre accorro ho anche la brillante pensata di pensare "ma non tiriamo dritto per dritto, che becco il mucchio delle persone: fammi angolare il tiro"; e il piede, altrettanto brillante, prende l'ordine alla lettera - pure troppo - e spadella fuori un pallone facile facile, sprecando l'occasione che ci avrebbe rimesso in carreggiata col pareggio o col vantaggio.
E mentre ero lì che smadonnavo, non credendo nemmeno io stesso a ciò che ero stato capace di mangiarmi, quasi più stupito che arrabbiato (ma no, ero più arrabbiato; sono così, e il bello è che poco dopo qualcuno, forse proprio Giordano ma non sono sicuro, invece degli insulti che mi avrebbero rivolto per esempio i miei compagni del liceo, mi disse "Oh, stavi per fare tripletta", notando non l'errore ma il fatto che mi ero avvicinato a un bel risultato: niente da fare, quando uno è positivo...);
dicevo, mentre elencavo santi e divinità varie accompagnando i loro nomi con epiteti molto irriguardosi, nel frattempo gli altri avevano rimesso dal fondo, erano partiti in contropiede e avevano segnato il gol che di fatto chiudeva la partita (mancava pochissimo alla fine, forse ce ne fu un altro ma chissà). E il gol, che causa malanimo e distanza dalla mia porta vidi anche poco, lo segnò proprio Giordano con una semirovesciata (o con un simile bel gesto atletico).
Ecco, per dire chi era, mentre correva per il campo esultando, a un certo punto mi arriva vicino e mi dice "Oh, ma hai visto che gol ho fatto?": non prendeva in giro, non veniva a dire "v'abbiamo stracciato" o "tiè" o che; veniva a condividere la gioia di una bella giocata, secondo lo spirito di queste partite che 9 su 10 alla fine non ti ricordi neanche se hai vinto o se hai perso.
Io ero ancora lì a chiedermi come avevo fatto a fare quella brutta giocata, e benché un po' sorpreso gli risposi "sì, sì" anche se, appunto, essendo io nella loro area non l'avevo vista benissimo.
Credo sia stata l'ultima volta che l'ho visto: poco tempo dopo si ammalò di una malattia degenerativa (non mi arrivarono notizie più precise, e il succo era chiaro), che prima lo bloccò a letto, poi nel giro di poco, un anno o poco più, se lo portò via, a circa 25 anni. Malattia stronza, a quell'età ingiusta più che mai (e purtroppo la lista degli amici dal destino simile non si limita a lui e ne annovera anche di più giovani), che non meriterebbe nessuno. Ed è per questo, alla facciaccia di questa vera carognata del destino, che ci tengo a ricordarmelo così, esultante per un gol in acrobazia, sorridente e in piena salute come è giusto per un neanche trentenne.

In sua memoria, è nata un'associazione che aiuta i bambini dei paesi disagiati sostenendo la costruzione di scuole in vari paesi dell'America Latina.
L'indirizzo è qui sotto, ed è un altro modo, anche più utile, di ricordarlo: