domenica 12 gennaio 2020

Proust - Kerouac - Modiano


Proust-Kerouac-Modiano

In principio fu Proust, che creò un gruppo di personaggi e volle raccontarne la storia in lungo e per esteso, mostrandone mutazioni ed evoluzioni nei decenni: essendo uno scrittore rivoluzionario sì ma per tante cose ancora classico, per fare ciò scrisse un mega romanzo in sette volumi.

Poi venne Kerouac, che raccontò le vite delle persone intorno a lui in vari romanzi separati ma che in fondo, per l’autore erano una storia sola (“La mia opera forma un unico grosso libro come quella di Proust, soltanto che i miei ricordi sono scritti di volta in volta. A causa delle obiezioni dei miei primi editori non ho potuto servirmi degli stessi nomi di persona in ogni libro. [...] non sono che capitoli dell'intera opera ch'io chiamo La Leggenda di Duluoz”) -e Proust viene apprezzato esplicitamente da Dean Moriartry in Sulla strada.

Infine venne Modiano, che più che della Francia occupata mi pare che da tanto tempo cerchi di ricostruire la sua vita e soprattutto quella delle tante, strane persone da lui frequentate (titoli come Ricordi dormienti o Dall’oblio più lontano illustrano bene questo suo filone) guardandole da punti di vista diversi, a volte in contrasto, con tante zone d’ombra: una frammentazione dei personaggi e della visione che è propria del ‘900.
Ecco, se Kerouac non ha potuto raccogliere i suoi romanzi rivedendoli per fonderli in un’opera sola, per Modiano è più semplice: basterebbe metterli accanto in un volume tipo i Meridiani e il grande libro della sua opera sarebbe pronto, senza bisogno di adattamenti.

lunedì 6 gennaio 2020

Il Joker: considerazioni sul personaggio e piccolissima guida alle storie principali


Io il Joker lo volevo morto, giuro. Lui e Bullseye (il nemico di Devil): sono un lettore semplice, io, se mi presenti uno come buono e uno come cattivo tifo per il buono; se articoli la questione ok, articolo anche io il giudizio; ma questi sono due stronzi maniaci che hanno ampiamente stufato, Joker dal 1940 Bullseye da un po’ meno (il 1976), hanno rotto: tanto non cambiano, restano quelli e non li salvi. Beccaria, tolleranza, rieducazione ok, ma se hai davanti un Simoncino di Dogman c’è poco da fare: prima provvedi e meglio è (te possino, Marcelli’…).
“Ma sono personaggi di carta, dai” mi si dirà, “poi ci sono le esigenze narrative, sono due personaggi potenti”: certo, certo, però raccontami una volta tanto che il male e sta gente dannosa te li puoi levare dalle scatole una buona volta, dammi l’ottimismo di potercela fare.
“Ma i fan li amano”: ho capito, ma esistono da decenni. Fai l’autore di fumetti? Ecco, lavora: inventati personaggi nuovi invece di riciclare sempre gli stessi per andare sul sicuro, e intanto dammi la soddisfazione di vedere ‘sti due fuori daico una volta per sempre (perché a un certo punto sembrava che ce l’avessimo fatta, poi qualcuno ha avuto la brillante idea di riportarli in vita).

Chiaramente, però, dopo il successo del film dedicato al ghignante nemico di Batman, che non ho visto ma voglio vedere presto, questa mia speranza è destinata a rimanere delusa.
E allora faccio una piccola lista delle storie fondamentali, per chi ha visto il film e non conosce il fumetto ma si è incuriosito. L’albetto di presentazione della prossima miniserie Batman/Dylan Dog ne presenta già due, provo ad ampliare. Non è una lista dettagliata, batmanologi preparati vi diranno di più, ma su queste indicazioni penso siano d’accordo tutti.

Iniziamo con la più bella: The Killing Joke, scritta da quel genio di Alan Moore e illustrata da Brian Bolland, uno con le mani d’oro. Disegnata con inquadrature già da film, è uno sguardo empatico verso il Joker che mostra anche che lui e il Pipistrellone hanno più di qualcosa in comune (ovvero che anche il “buono” tanto sano non è). Obbligatoria.

L’altra fondamentale è Arkham Asylum, scritta da Grant Morrison e disegnata da quell’altro maestro di Dave McKean. Qui si approfondisce il tema della precedente, cioè che l’ossessione per il crimine di Batman non è priva di aspetti di squilibrio e malattia.

Per avere però un quadro più generale io ricorrerei al primo volume di Arkham, una collana da edicola uscita qualche anno fa nella quale ogni numero era dedicato a un nemico diverso: il primo appunto è dedicato al ghigno malefico del nostro, e raccoglie storie di tutte le epoche: da quelle rozze e scure dei primi anni passando per il periodo in cui Batman era colorato, camp e centrato molto su Robin, prima che Neal Adams a inizio anni ’70 e soprattutto Frank Miller nel 1986 facessero tornare il personaggio ad atmosfere cupe, noir e ossessionate. Una panoramica che funziona come quadro generale e che sfoggia in copertina un disegno clamoroso sempre di Bolland.

L’ultimo consiglio riguarda qualcosa di meno noto. È una storia in 4 parti apparsa negli anni ’90 sulla testata Legends of Dark Knight, quella dedicata alle storie “d’autore”, e racconta un Joker che prova a tornare “normale” oltre ad approfondire di nuovo la questione che Joker e Batman in qualche modo dipendono l’uno dall’altro.
Si chiama Going Sane, “diventare sano” che però suona anche come “diventa pazzo” (go insane) ed è opera di J. De Matteis, un autore spesso bravo ad approfondire le psicologie, mentre i disegni NON sono al livello delle altre opere citate. Dopo una vecchia edizione italiana, è stata ristampata da poco col titolo Joker: Guarigione.

Poi ce ne sarebbero altre, tipo quella in cui, dopo aver ucciso il secondo Robin, Joker diventa ambasciatore all’ONU di un paese arabo (ebbene sì…) (Morte in famiglia) o quella in cui non ricordo se Batman o Gordon a un certo punto perde la pazienza e gli spara a un ginocchio, oltre a ricordare che - a proposito di inventare nuovi personaggi - quello “recente” più iconico e riuscito, ossia Harley Quinn, nasce in stretto legame col Joker; ma per ora teniamoci su queste.

Buona lettura

sabato 4 gennaio 2020

Immondizia


Io lo so che l’inquinamento è come l’evasione fiscale, cioè che quello/quella che fanno le grandi aziende e i grandi gruppi economici è molto più grave rispetto a quello/a dei singoli, dei privati ed è quello su cui bisogna lavorare davvero; ma anche questo non è secondario, a mio parere, specie per l’inquinamento da rifiuti.
Io vivo a Viareggio,e  fino a poco tempo fa nel mio quartiere non avevamo il porta a porta ma i cassonetti. Siccome il generico (o indifferenziato) lo ritiravano solo nel weekend, di solito la domenica mattina raccoglievo tutta l’immondizia e con mia figlia, che si divertiva a buttare il vetro nella campana per sentire il rumore del vetro che si infrangeva*, andavamo ai secchioni  a liberarcene.
In quell’occasione potevo quantificare il volume di immondizia che producevamo.
Di generico/indifferenziato avevo un sacchetto; rispetto a quello, la plastica era due volte e mezza/tre volte tanto, la carta una e mezza/due, mentre organico, vetro ed alluminio messi insieme facevano l’equivalente di mezzo sacchetto di generico.
Questo significa che differenziando io riducevo a circa un 1/6 l’immondizia che finiva nella discarica o negli inceneritori, significava ogni settimana l’equivalente di circa 5 o 6 sacchetti in meno.
Teniamo conto che a Viareggio ci sono 60.000 abitanti, e la famiglia media è di 3 persone: 20.000 famiglie tipo la mia, dunque, più città e paesi dei dintorni e gli esercizi commerciali (ristoranti, supermercati, alberghi, negozi vari). Riciclare, differenziare i rifiuti significa quindi almeno 5 sacchetti moltiplicati per ventimila in meno nelle discariche, solo di famiglie, solo a Viareggio, ogni settimana.
Per cui ok le grandi industrie, gli scarichi, i depuratori: ma anche il riciclo individuale non mi pare trascurabile, manco per niente.

__________
* Che nella mia famiglia si chiama “Scocciareccia” (“rumore di cocci”, nel senso di oggetti di vetro o di porcellana che si scontrano, che si rompano o meno).

venerdì 3 gennaio 2020

Trump e il cecchino incapace


Non ricordo più dove ho letto una barzelletta, che mi pare russa, ambientata nelle trincee della prima guerra mondiale. Faceva così:

Un ufficiale va a a ispezionare le trincee e chiede com’è la situazione.
- Tutto bene signore, a parte un cecchino nemico che tiene sotto tiro le nostre postazioni.
- Ah, perbacco. È un bravo cecchino? Ci ha causato molte perdite? - chiede il generale.
- Nossignore: è un incapace totale, ha una mira pessima, rispondono i soldati.
- E allora perché non ve ne siete liberati?
- Perché se lo uccidiamo il nemico lo sostituirebbe con uno bravo; invece, finché c’è lui non corriamo rischi.

Ecco, l’elezione di Trump l’avevo interpretata così: invece di una guerrafondaia esperta e preparata come la Clinton, ritenevo che fosse meglio un fanfarone che abbaia ma poi viene ricondotto alla ragione, uno che qualsiasi cosa dica riceve critiche, uno che minaccia casini ma poi interviene Putin che se lo rigira come vuole (tu guarda se uno deve apprezzare un destro del KGB come paciere…) e alla fine le cose si placano.
L’unico motivo per cui Trump (che comunque ha preso il 25% dei voti ed ha vinto solo per le storture del sistema elettorale americano) è lì, è questo: un incompetenza che limita i danni, tanto a portare avanti le cose ci pensano le strutture dirigenziali dei ministeri.
Se però mi combini casini come questo recente con l’Iran, allora… e su, dai...
(la minaccia di bombardare i siti archeologici, poi, è da caricatura dell'americano ignorante e nazista).

I hope that yankees love their children too...

mercoledì 1 gennaio 2020

Marvel vs DC


(più di un anno di assenza... ops...)

È buffo: quando iniziò coi supereroi, la Marvel si distinse ed ebbe successo perché, rispetto agli “eroi giovani e belli” della DC, presentava “supereroi con superproblemi” e tra i buoni annoverava veri e propri mostri (Hulk, la Cosa, i reietti mutanti, mentre la supereroina per eccellenza della DC, per capirci, si chiamava Wonder Woman).

Poi però è stata la DC a fare la linea Vertigo di fumetti adulti e horror (d’altronde lo dice anche Bret Easton Ellis nel suo ultimo libro Bianco che i film horror facevano crescere);
e mentre la Marvel, dopo vari tentativi cinematografici non riuscitissimi, ha lanciato un fortunato cineuniverso fatto di apprezzati e coloratissimi - ma un po’ disneyani - kolossal, è stata la DC ad affidare il Batman del grande schermo a gente tipo Tim Burton e Christopher Nolan, a fare un film sui suoi due eroi più famosi ammazzandone uno alla fine, e a centrare due film (Suicide Squad e Joker) su criminali pesantemente disturbati, diventati cattivi a causa di traumi psicologici (e anche sociali) seri.
Le cose girano.

mercoledì 7 novembre 2018

I LIBRI DI IPERBOREA: UN DECENNALE


Si avvicina il Pisa Book Festival e, come ogni anno, una delle tappe sarà lo stand di Iperborea, la casa editrice specializzata in letteratura nordeuropea una scelta dei cui romanzi è stata anche pubblicata in edicola di recente.
Conosciuta quando ho notato lo strano formato e il titolo Musica rock da Vittula, il primo che lessi è stato Il figlio del dio del tuono, che mi regalò l’amico Luca per i 40 anni. Da allora, grazie anche allo scambio di opinioni allo stand durante il festival, ho approfondito un po’ la conoscenza di questo mondo, comprando ogni anno uno o due titoli, spesso poi rimasti per un po’ ad attendere.
Quest’anno, però, arrivo al Festival in pari: i libri loro che ho in casa li ho letti tutti, e visto che questo è il decimo anno che andrò allo stand di questo editore mi sembra giusto tirare giù un bilancio sommario (molto sommario) di quanto letto finora.

Partiamo appunto da Musica rock da Vittula di Mikael Niemi: appartiene al filone diciamo comico, nel senso del registro con cui racconta la sua formazione e la sua gioventù. Anche Trash europeo, di Ulf Peter Hallberg, racconta di gioventù e formazione ma con un tono più serio. L’arte di collezionare mosche, di Fredrik Sjoberg, è un libro interessante e divertente - non si limita, ovviamente, all’argomento del titolo. Ha dei seguiti. Piccoli suicidi tra amici è opera della star della casa editrice, il recentemente scomparso Arto Pasilinna, che ha scritto anche Il figlio del dio del tuono che nominavo prima: è un autore che tramite la comicità ritrae satiricamente il suo paese (ma non solo) e il suo tempo: divertente davvero (per me più il primo, ma siamo lì). Sempre al filone dei libri comici appartiene Il blues del rapinatore di Flemming Jensen: non me lo ricordo benissimo ma ricordo che volava leggero.
Riguardo a quelli più seri, neanche Perduto il paradiso di Cees Noteboom mi ricordo benissimo: mi pare di ricordare pagine molto belle, forse un finale sospeso. Nella casa del pianista di Jan Brokken è una biografia del pianista Yuri Egorov: bel libro (anche se un po’ anticomunista per i miei gusti…). Volvo di Erlend Loe non mi aveva colpito molto; non era brutto ma fa parte di un ciclo e senza gli altri si capisce poco. Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? Di Johan Harstad ha qualche eccesso di enfasi qua e là ma è veramente un bel libro, con un’atmosfera e un tono peculiari. E ancora più bello è Miraggio 1938 di Kjell Westo, gioco sottile tra ottimamente delineati personaggi sospesi nell’anno di vigilia del titolo.
Chiudendo col migliore e col peggiore, diciamo che forse il più bello tra quelli che ho letto è Il medico di corte di Per Olov Enquist: un romanzo storico che è insieme lucido e attuale ritratto di come funziona il potere (anche se ambientato a fine ‘700) e storia d’amore quasi metafisica - ma anche molto carnale. Consigliatissimo.
Mentre devo dare la maglia nera a Il porto dei sogni incrociati di Bjorn Larsson. Non che manchino le idee o che i personaggi siano mal tratteggiati, anzi: la trama è particolare, i personaggi azzeccati e tutto si svolge coerentemente. Quello che lo rovina sono delle improvvise e ripetute cadute nel sentimentalismo, nella banalità, nella retorica: roba da caricatura dell’idea di letteratura che ha Baricco. Si cade in piedi, certo, però c’erano momenti insopportabili.

In generale, al di là di normali flessioni, comunque un bel leggere davvero: e festeggio volentieri questo decennale invitando ad avvicinarsi, se non proprio allo stand, almeno al catalogo, mentre mi auguro altri 100 anni di letture e conversazioni.

martedì 21 agosto 2018

UN UTILE ESERCIZIO PER L'ORTOGRAFIA

Come sapranno bene i miei colleghi, spesso l’ortografia dei nostri alunni si rivela carente; dobbiamo allora aumentare i nostri sforzi e insistere con gli esercizi mirati, onde evitare errori orribili su H e accenti.
Ecco quindi un esercizio da me predisposto da sottoporre alle vostre classi: lo dono per il progresso della nostra cultura.

NELLE FRASI SUCCESSIVE FAI UN CERCHIO INTORNO ALLA FORMA CORRETTA TRA QUELLE PROPOSTE:

- (A, ha, ah) Roma per dire che la vita alterna abbondanza (e, è, eh) carestia si dice “quando (a, ha, ah) tordi e quando (a, ha, ah) grilli”.
- (A, ha, ah) rimbambito, non l’ (ai, hai, ahi) visto lo stop?
- Chi te l’ (a, ha, ah) data la patente, l’ (ai, hai, ahi) vinta coi punti della Conad?
- (A, ha, ah), ‘sto mondiale! Gli altri (a, ha, ah) giocarselo (e, è, eh) noi (a, ha, ah) casa (a, ha, ah) magnasse il grasso del còre.
- Adulatore... scommetto che lo dici (a, ha, ah) tutte...
- (O, ho, oh) di riffa (o, ho, oh) di raffa quello se la sfanga sempre.
- (O, ho, oh) visto cose che voi umani non potete neanche immaginare.
-Ma va’ (a, ha, ah) mori’ ammazzato! - (a, ha, ah) soreta!
- Ma che telefono (ai, hai, ahi)? (A, ha, ah) ancora il display in bianco (e, è, eh) nero...
- Io della vita non (o, ho, oh) capito una beata.
- (A, ha, ah) morte l’imperialismo!
- Come fai (a, ha, ah) battere i pugni sul tavolo se (a, ha, ah) Bruxelles non ci vai?
- La donna, la donna... (o, ho, oh) l’omo?
- Io non (o, ho, oh) sentito storie, anche stavolta (o, ho, oh) votato (a, ha, ah) Berlusconi.
- Guarda che il ministero te lo danno anche se non parli (a, ha, ah) vanvera.
- Quando (o, ho, oh) un disguido per colpa di quelli che lavorano male, mi rivolgo sempre (ai, hai, ahi) loro morti.

LA VISIONE DEGLI ASTRI

LA VISIONE DEGLI ASTRI 

Mignolo

Spigolo

Moccolo.

martedì 24 aprile 2018

SOTTRARSI


I video delle notizie che mi fanno patire non li guardo: mi basta la notizia, mi ci manca pure il video. Faccio a fidarmi. Quindi non ho visto il video del collega aggredito verbalmente dal 15 a Lucca, ma faccio un'ipotesi, forse sbagliata, forse più generale.
È vero che certe scene ci sono sempre state e che “i bei tempi andati” è un mito del cavolo: ammesso che oggi la situazione sia peggiorata davvero, in caso lo è per l’incrocio dell’antintellettualismo (berlusconiano e non solo) con la mentalità mercantile per cui “a che serve la scuola?” “non fa arricchire quindi non vale niente” ma anche per quella, sempre mercantile, che ha portato le scuole a essere ditte che si contendono gli iscritti, cosa che espone i DS (i presidi) alla tentazione di non essere troppo rigorosi nelle regole per non infastidire e quindi perdere alunni e di conseguenza cattedre, finanziamenti ecc…

Non penso sia colpa dello smartphone: quello anzi ci ha permesso di vedere quella scena, ha impedito che rimanesse in classe. Chi l’ha filmata e diffusa, infatti, non ha capito che prof e alunni potevano essere interessati, ognuno per motivi diversi, a non far trapelare all’esterno quanto successo: gli alunni per le punizioni, il prof. per la figura. Ha attirato l’attenzione, ha fatto discutere, ha suscitato l’allarme (e anche un mare di idiozie, come sempre, tipo appunto “i bei tempi andati”, “il rispetto che c’era una volta” et al.), ha impedito che passasse sotto silenzio.
Eppure, non so se quella del collega  sia stata davvero una brutta figura: cosa doveva fare, in fondo?
Picchiare l’alunno? A parte che non si può (e che il collega, causa problemi recenti di salute, forse non era al suo massimo di energie), ma poi è roba da reazionari e da ottusi, da gente che ignora del tutto Beccaria (ovvero più o meno chiunque), da benpensanti che davanti a ciò che non conoscono o che esula dai loro paraocchi reagiscono con una violenza protetta, istituzionale, cancellatoria: a volte due schiaffi ci vorrebbero, ok, ma in generale un certo tipo di reazione è il modo sicuro di creare un irrecuperabile nemico della scuola, processo che è già a buon punto e che non è il caso di accelerare.
E allora?
Allora, come mi ha detto un amico, anche lui docente, un anno che mi rammaricavo di aver promosso due alunni che invece in sede di esame avrei dovuto prendere a sberle (e se il giudice avesse visto un filmato dell’esame mi avrebbe dato una medaglia, altro che condanna), allora sottrarsi.
Dico, al gioco messo su da chi non ha capito che i professori che uno ha davanti sono un’opportunità, che vanno vampirizzati dei loro saperi, scolastici o meno (cosa che non hanno capito in tanti, compreso il sottoscritto); che finché lo Stato paga per metterteli a disposizione bisogna prendere TUTTO quello che possono dare. Poi deciderai come usarlo, qualcuno magari non avrà moltissimo da dare, ma intanto bisogna predare, proprio, tutto quello che si può.
Invece, tolti i teppisti veri (proletari o meno) ma in parte anche loro, alunni tipo questo usano il docente per sentirsi grossi ma in situazione protetta, una versione malata di quando da bambino giochi a carte con tuo nonno e lui ti fa vincere per farti acquistare fiducia. L’unico uso che sanno fare dei docenti è quello di polo polemico, di punching ball per fare i forti ma senza rischi (infatti con certi docenti non si permettono), perché sanno che più di tanto il professore non ti può fare, e ciò che rischiano è la bocciatura o altre conseguenze scolastiche delle quali è evidente che, a questo punto, non gli importa nulla.
E allora sottrarsi: a Roma l’atteggiamento sarebbe “Hai finito co’ sta sceneggiata? Dura ancora tanto? Vatte a sede’, va’”, ma più accademicamente, davanti all’impossibilità di un dialogo o di cambiare questi ruoli, la risposta è  “Non accetto questo gioco”, è non mettersi allo stesso livello né mostrare, con reazioni strillate, la debolezza di rivelarsi colpiti o messi in difficoltà, di mostrare che quell’atteggiamento ha toccato un problema, uno di quelli che in quanto essere umano ti porti sicuramente dietro.
La scuola c’è anche per questa parte del processo di crescita, certo, e quando fai il professore ti prendi in carico parte dell’evoluzione caratteriale dei tuoi alunni, ok; ma se è solo quello allora no. Allora il 6 te lo do, ti do anche il diploma: sai benissimo che è vuoto, sai che non si vede ma sotto la sufficienza c’è scritto “vai, vai nella vita reale a fare queste scene, vediamo quanto duri; vai a farle con gente che non ha i freni umani, culturali e legali che ha un professore; vai a rispondere così a un datore di lavoro, vai a imparare le cose in maniera ruvida e senza riguardi” (un “vaffa” implicito, insomma).
Certo, non siamo a Hollywood, quindi è inutile e ingenuo aspettarsi finaloni con scene madri tipo lo studente che davanti alle tramvate prese dalla vita si ravvede e ripensa a quanto gli diceva l’insegnante, o peggio che torni a cercarlo per ringraziarlo: non siamo ridicoli, dai. Tutt’al più, quando crescono e sistemano qualche problema e ti rincontrano diranno, scherzando un po’ per autoassolversi un po’ perché davvero minimizzano, “l’abbiamo fatta impazzire, eh?”, ma nulla più. Normalmente, parte di questi resta arrogante, molesta e socialmente dannosa, com’era a scuola, e un’altra parte invece, con l’età, si dia una almeno parziale calmata.
Ma quello che faranno dopo, anche se parte del lavoro è proprio prepararceli, è un altro discorso e ci riguarda fino a un certo punto: conta cosa fare quando sono lì.
E finché si può provare a fare qualcosa si prova; dopodiché non mi ci ammazzo, fa’ un po’ come te pare.
Non c’è scritto ufficialmente, ma anche “prenditi le conseguenze di quello che fai” è parte del programma.

mercoledì 18 aprile 2018

LA PIOGGIA SUL PIGNETO


Per scrivere una poesia sulla mia città di origine è stato necessario pensare un gioco di parole cretino sul titolo di una poesia celebre, scritta vicino a dove andai a vivere dopo Roma e ambientata vicino a dove abito ora. Tutto si tiene, alla fine.

LA PIOGGIA SUL PIGNETO

Non taci.
Sulle soglie del centro
non odo parole che dici
banali,
ma idee meno sòle
che sgorgan da dentro
le teste anormali.
Ascolta,
piove sulle truppe sparse
la cener di idee
e di conquiste arse,
piovono i tristi rimbombi
di idee-zombi
che speravam morte e sepolte
e invece ritornano
a volte,
ed ora folte
fioriscon nelle menti corte;
piovon minchiate
più che mai forti,
e lerci
i contorti berci di chi,
in tempi retrivi e tristi,
ce l’ha con gli artisti
e gli alternativi.

Piove sui vivi pensieri,
piove sui neri
di viso,
su un quartiere sveglio
che non è il paradiso
ma in cui vivon meglio,
non chissà che,
ma meglio,
sempre problemi
ma meglio
ché forse non sciala
come altrove la mala,
ma piove,
comunque.

Piove sull’hipster
(che poi, alla fine,
chissà se esiste)
e sulle patatine, il sacchetto
di Cipster
sul binario negletto,
forse rifiuto
del baretto.
Piove sul mur graffitato,
piove su Roma,
imper disgraziato,
che è altri che graffia;
piove sulla mafia,
sulla Magliana
forse non tanto lontana.
Piove sui vecchi
e sui nuovi pericoli,
sui tornanti gianicoli
- tonante il cannon negli orecchi
e il croscio del traffico tardo,
e il guardo
s’ incanta
davanti a una parte tanta
del pian ramno-lucero-tito,
davanti
a questo paesone infinito.


Piove sulle vie dell'urbe,
sulle sue manie
e le sue turbe;
sulle innumeri vie,
sui vicol coi panni
appesi
che sanno di anni lontani ed accesi,
san dei contesi settanta,
i sampietrini sui quali piove e piovea
adesso e nei lunghi
secol papalini
(come i settanta,
 dai lumi dagli ardui destini).
E le vedi insieme queste ere,
non come a Berlino dove
l'una all'altra sta vicino,
ma fuse;
e piove sulle locali genti, use
a contemplar ascese e cadute,
e a commentar scaltro
con chiose argute
"Vai, eccone 'n altro".
le glorie novelle ben presto perdute.
Piove sui mille suoi anfratti,
su ogni suo dove
sui suoi mille gatti,
sul suo vasto suolo
che per conoscerlo intero
ci vuole un viaggione
come Ulisse o Marco Polo;
a narrarlo ci vuol l'ispirazione
di Omero, di chi scrisse
l'Odissea
o Er Mijone.


E insiste sto tempo da chien
che infuria qui:
tornando al quartiere bohemien,
probabile è che io mi illuda
di favola bella, davanti
a un’epoca cruda,
a una città ruvida;
eppure mi sembra che qua,
vicino a Salaria e Pantanella,
sia l’aria,
non sol perché la monda
la pioggia,
mi sembra qui l’aria
un po’ meno immonda,
mi sembra più bella.
E temo di sì,
ma spero che tardi o mai qui
entri,
col suo carico d’aumenti,
il gentry, e di guai;
il gentry che incombe, che pende,
minaccia ben peggio che il gender:
ove arriva caccia
e conquista;
e che fine trista,
sarebbe.

17/03/2016

sabato 3 marzo 2018

Lettera aperta all'onorevole Giorgia Meloni

Cara onorevole Giorgia Meloni,
l'altro giorno lei ha pubblicato la foto di una sua visita in uno di quei posti in cui non va mai nella quale si vedevano sullo sfondo delle persone dall'aria non troppo d'accordo con la sua presenza (e le sue idee), che lei ha commentato con una frase del tipo "i soliti scemi dei centri sociali non hanno mancato di farmi visita".
Ora, io non c'ero ma potendo ci sarei stato, quindi mi sento chiamato in causa; il che mi mette in un paradosso. Il paradosso è quello che lei ha preso male questa nostra presenza, che invece è stata un atto di signorile gentilezza. E il paradosso è che un gesto davvero signorile non lo si fa notare, non lo si ostenta, sennò non lo è più. Però lei non l'ha compreso e allora bisogna spiegarlo.
Siamo infatti venuti a trovarla proprio per gentilezza. Non nel senso di omaggio a una bella donna, come io ho sempre pensato che lei sia (il fotoritocco non le serve: migliora la sua figura ma peggiora la figura che fa): non vale la pena di prendersi manganellate per questo, visto che di belle donne ne abbiamo tantissime a sinistra - checché ne dicano i suoi, che scrivono cose tipo "le comuniste sono tutte cozze" dimostrando a) che oltre alla visione politica mancano anche di quella dei bulbi oculari b) che l'unico coraggio che hanno è quello di fare la figura di quelli che, rimbalzati sistematicamente, provano a vendicarsi con la meschinissima rivalsa del disprezzo verso chi li respinge, o di quelli che, non essendo in grado di fare una critica politica si attaccano all'insultino triste.
No: il motivo per cui siamo venuti, l'atto di cavalleresca gentilezza, è che
SE NO NON VE SE FILAVA NESSUNO:
nonostante i media vi stiano pompando al massimo (stavo per scrivere "pòmpino", ma in italiano si scrive senza accento e poteva essere equivocato), nonostante cerchino di ingigantire i vostri numeri, un po' per spaventare quelli che non volevano più votare PD, un po' per far sembrare Sirvio una destra più moderata e civile, siete "quattro provoloni", come ha detto la portavoce di Potere al Popolo, che si fanno vedere solo in campagna elettorale - e anche così si fatica.
Siamo venuti per non lasciare una signora da sola, che non è elegante.
La prossima volta ci faccia caso, che ci ha fatto cadere nell'ineleganza di doverglielo ribadire.
Distinti saluti a lei e auguri di pronta guarigione a quello che hanno aggredito a Palermo, un'aggressione talmente violenta che il dottore gli ha prescritto ben CINQUE giorni di riposo a casa - quando sono caduto dalle scale del nido di mia figlia, nonostante lì per lì mi fossi rialzato e poi fossi andato a lavorare, mi hanno tenuto una settimana in ospedale e quindici giorni a casa: dev'essere stata un'aggressione VIOLENTISSIMA.

giovedì 15 febbraio 2018

IL SINDACO DI MACERATA È UN GENIO, NON SCHERZO

Quello che è giusto è giusto: gli abbiamo dato del filofascista, o del pauroso, per aver autorizzato le manifestazioni dei due partiti neri negando invece il placet a quella antifascista, e invece è stato perfetto. 1) Invece di far passare Cp e FN per “vittime della repressione buonista”, ha di fatto detto loro “dai, fateci vedere quanto esprimete il disagio profondo della maggioranza degli italiani”. Erano tipo 20 e le hanno pure prese dalla polizia, loro che sono tutti "Legge e Ordine" e "Viva le divise". Prego. 2) Nell’autorizzare le une e negare l’altra “per motivi di sicurezza”, di fatto ha detto “so che voi siete intelligenti e non andate a far casini dai crani vuoti, mentre loro sì”. 3) Negando inizialmente la manifestazione antifascista, ha detto “vediamo quanto ci tenete, quanto è forte l’antifascismo e quanto voi”: in pratica, "qui si parrà la tua nobilitate". E mentre certe organizzazioni si sono mostrate pessime, Potere al Popolo e simpatizzanti hanno detto “la facciamo lo stesso “, hanno ottenuto l’autorizzazione, si sono portati dietro pezzi di quelle organizzazioni e hanno messo su un corteo di 15.000 persone senza incidenti. Certo, non penso sia stata tutta farina sua, quando mai; ma è stata una linea che ha messo alla prova noi e loro, e il risultato è stato una vittoria politica TOTALE. Grande sindaco, grazie!

venerdì 5 gennaio 2018

L'inno del lunedì mattina (e di tutte le altre)

Sempre per la funzione sociale della poesia, visto che si avvicina il lunedì post-Befana, ovvero un rientro bello pesante, ho composto l'inno del risveglio.
Così, una bottarella d'ottimismo.


Questa maglia l'ho creata grazie a Photophunia dopo tanto che ci pensavo. Mi pare adatta.



SORGI E SPLENDI

Me sveglio la mattina con in bocca un saporaccio,
nemmeno ho aperto gli occhi già ridormirei avaccio*;
sono pressoché fuso con le lenzuola ed il letto,
pe' alzamme me ce vogliono due ore più il raschietto.
Di quello che m'aspetta non mi piace proprio niente,
se adesso m'alzo subito barcollo deficiente;
ma anche se a letto mi recluderei come Riina,
se mi rigiro e dormo butto tutta la mattina;
e allora m’alzo, voja zero der monno,
voglia quanta di spaghetti gianduiotti e tonno.
Arranco-Cranberries, con i membri piombi,
non “wake up and smell the coffee” ma piuttosto “Zombie”.

È così appena sveglio, non c'è Cristo che tenga:
t'affacci e dici fuori "Buondì, pianeta del menga".
E ciò non solo dopo una serata godereccia:
sempre ti svegli e sei, della coppa, dov'è la feccia,
la bocca che sembra foderata di moquette
as every fucking morning, satisfaction I can't get.
Serque de parolacce ignote pure ai lessicografi,
pe’ alzarmi un po’ l’umore mi devo ascoltar “Pornography”.
Di cosa bella m'aspetta solo la colazione,
ma pure col caffè mi va a nani zoppi il neurone:
un po' il coffee mi sveglia, per lo più mi innervosisce
è appena cominciata e già chiedi "quando finisce?"
Quando finisce tutta sta tempesta de rotture?
Sto mare de cazzate che t'assedian, de lordure?
Se viaggi con la mente sopra i sette continenti
ti sembran popolati per lo più di defi-genti:
di “per lo meno” pochi, parecchi um-ani/mali,
t’aspettano settantasette vizi capitali.
E capitali son le pene che ci vorre’
e inve’ di pene sai che… guarda, lascia pe’.

Già inizia bene in bagno, dove oioi lo specchio
ti rimanda sto spettacolo tra l'uno e l'altro orecchio:
c'è qualche giorno in cui dico "però... sono un bel pezzo"
più spesso tra le cispe mi tralìcio con disprezzo;
ma tanto co' 'st'umore sprezzerei anche una gemella
di Megan Fox uguale spiccicata ma più bella,
figurati allora se non sprezzo costui
che è l’eminenza fucsia di tanti miei giorni bui…

Finito di sprezzare, ancora in mutande,
inizia l’altra gioia, parton le domande:
del tipo “la giornata oggi cosa mi destina?
Sarò su quanto la coffa o giù sotto la sentina?
Chissà verso che cosa è diretta la prua:
sarà “anvedi che ficata!” oppur “limortacci sua”?
Non sono un indovino, non so cosa accadrà,
ma la risposta me l’immagino già…
ché tutto questo pure senza guai seri:
è così i giorni normali, mica quelli neri,
è quello che il risveglio solerte ti porge,
puntuale e regolare come il sole che sorge.

Ma, a proposito di sole, quando ce n’è un po’
e esci, inizi a dire “Mmh… però…”
una luce un suono, qualche linea, un odore
suggeriscono che “Dai, non è poi tutto orrore:
c’è tanto positivo, pure qualche gioia vera”
e ti porti quell’umor magari fino a sera;
che pensi “il bello del mondo nessuno lo nega:
posso anche sperare bene…” e è lì che ti frega.




2017-4 gennaio 2018

________________
* Significa "subito", come saprete bene: in fondo TUTTI abbiamo fatto Dante a scuola NO?

giovedì 27 luglio 2017

IMMIGRAZIONE, LAVORO E NATALITA’: NESSUN PROBLEMA

Leggo commenti e opinioni nei quali si esprime preoccupazione riguardo questi argomenti, ma non è proprio il caso.
Una certa quota di immigrazione la richiede non la Sinistra (o “la Boldrini”) ma Confindustria perché servono schia… pardon, gente che lavora: ma tanto coi progressi tecnologici pare che nel giro di 30 anni sparirà tipo il 40% o più dei posti di lavoro attuali, quindi non verranno più.
“Ma quei pochi posti se li prenderanno loro, perché loro sono tanti e noi pochi”, qualcuno obietterà.
Per quanto riguarda il “loro sono tanti”, bisogna prendersela anche con la Chiesa: vietare il preservativo per spopolare l’Africa con l’AIDS si è rivelata una strategia poco efficace. Sarebbe più pulito farglielo usare così ne nascono di meno.
Quanto al “pochi” e alle preoccupazioni sulla natalità, con annessi deliranti “Fertility Day” e “dipartimenti mamme”, ma di che parliamo?
Siamo SETTE MILIARDI, in Italia SETTANTA MILIONI, non siamo MAI STATI COSI’ TANTI NELLA STORIA DELL’UMANITA’: di che ci preoccupiamo?
Una volta le potenzialità produttive pro capite erano più basse, serviva più gente per quello e per evitare il rischio di estinzione; ma oggi?
Piuttosto, sarebbe bene fossimo meno, anche perché se tutti cominciano a consumare e inquinare come gli europei (o peggio i texani) il pianeta ce lo giochiamo.
Un figlio solo per ogni coppia poi avrebbe il vantaggio di ereditare da 4 nonni: pure se ognuno dei 4 lascia poco, è pur sempre buono. E in ottica di futura diminuzione del lavoro, decisamente vantaggioso.
Per cui tranqui: nessun problema, bastano un paio di accorgimenti e un po’ di pazienza ed è tutto ok.

Andate e fornicate gioiosi, con cautele.

lunedì 20 marzo 2017

GABBANATE ovvero STA SCIMMIA NUDA SCASSA

1) Passato lo Festival, Gabbani è lo santo.
2) C'avevamo già Rovazzi, ci mancava lui.
3) Per me, le lezioni di Nirvana sono quelle in cui ti spiegano l'arpeggio di All Apologies o nelle quali ti mostrano che gli accordi di Smells Like Teen Spirit sono gli stessi dall'inizio alla fine, cambia solo il modo di suonarli.
4) A Roma è "Occidentali: carma", che ci sta tutto.
5) A proposito di Rovazzi, pare che il suo ultimo video, che a me pareva semplicemente sfruttamento furbetto di umorismo da rete, sia qualcosa di peggio: peccato, perché lui mi sembrava un simpatico disturbato di mente finito in mano a un produttore coatto.
6) Come Rovazzi, Gabbani ha fatto una prima canzone con qualche pregio (intelligente la sua Amen, simpaticamente scema Andiamo a comandare) e una seconda molesta.
7) Perché, come sa chi deve andare ai compleanni dei bambini, un certo tipo di canzoni ha un successo strepitoso (voglio dire, gli animatori ancora mettono Gangnam Style) e si è condannati ad ascoltarle un milione di volte in più di quante avresti avuto voglia: moleste di loro e ancora più moleste per il numero di ascolti.
8) I bambini: vedere dei settenni che cantano il ritornello di Occidentali's Karma (senza ovviamente capirne alcunché - e ci mancherebbe), dovrebbe chiarire una volta per tutte che "postmoderno" non è una vuota parola ad effetto usata dagli intellettuali, ma è l'aria che respiriamo, se già dall'infanzia ti propinano come normale un mix di discipline orientali, antropologia e ironia cantato su un ritornello pop.
9) "intellettuali nei caffè”:  e allora? Cos’è, non ci possono entrare? Andandoci tradiscono forse la loro missione sociale? È almeno dal 1764 che ci sono, da quando i fratelli Verri e Beccaria fondarono addirittura una rivista con quel nome: dunque?
Gabbani ha dovuto timbrare il cartellino della “simpatica” (sì, come una malattia) satira anti-hipster e anti-intellettuali ma ovviamente non aveva mezzo argomento valido e così butta lì sto riferimento casuale: non credo infatti che quella rivista sia una questione fondamentale (dell’oggi e della canzone).
10) Il problema di cui parla Gabbani è l'orientalismo di moda, il contrasto tra ciò che certe discipline professano e i comportamenti tenuti da chi qui vi aderisce superficialmente: ma è un problema? Voglio dire, è un problema di cui parlare con quei toni da "vi racconto l'essenza dell'oggi e i segnali della fine del mondo"? Non mi pare.
11) Il problema principale della canzone, per me, è soprattutto questo: l'audio, ovvero il cantato affettato ed enfatico e l'elettronica tamarrissima del suono. Funziona anche, a momenti, ma è molesta e ha scassato le balle (e ci risiamo: un po' di suo, un po' per sovraesposizione).

12) Il problema che invece la vincitrice di Sanremo NON ha, checché ne dica un articolo di un furbetto antintellettualista di quelli nominati prima, è lo stile frammentario-citazionista: quello stile esiste da tempo, lo hanno usato tra gli altri T.S. Eliot, Lou Reed e i R.E.M.. Si dirà: "ma erano più bravi, erano autori di un altro livello". Esatto: è la bravura che conta, non l'uso di uno stile o di un altro. Non cosa, ma come.
Ma soprattutto, riprendendo uno spunto del mio amico Francesco, IO personalmente, quello stile lì non glielo posso proprio rimproverare. Per decenza, almeno:

http://giuliopk.blogspot.it/2013/12/piu-cool-che-animal.html

E sul come e sulla bravura lascio decidere a chi legge: di certo, non abbondo in sovraesposizione.

giovedì 16 febbraio 2017

La terza stagione di Twin Peaks: speranze e timori

È stata finalmente annunciata la data di messa in onda della terza stagione di Twin Peaks: dopo che per 25 anni i fan ci avevano sperato, si erano interrogati sul destino di alcuni personaggi e avevano immaginato sviluppi possibili, dopo che successivamente all'annuncio erano sorti problemi che sembrava che rischiassero di far saltare tutto (poi risolti), ora c'è una data: il 21 maggio.

La notizia del ritorno di una serie che fu un vero e proprio evento, anche perché assolutamente rivoluzionaria per il panorama tv dell'epoca, chiaramente ha suscitato reazioni diverse: felicità, attesa curiosa, timore di rovinarsi il ricordo, perplessità sull'opportunità di andare a toccare un monumento e scetticismo riguardo al fatto di riesumare un'idea dirompente ai tempi, ma di fatto vecchia di 27 anni.
Al riguardo, ci sono elementi che lasciano ben sperare, altri che no, e altri diciamo così "neutri", "di fatto".
Premesso che la riuscita della serie dipenderà dall'ispirazione dei due autori, dalla performance registica di Lynch e da quelle degli attori, nonché da eventuali ingerenze più o meno moleste o "normalizzatrici" o commerciali della produzione, una cosa va data per assodata: l'impatto che la serie ebbe alla sua uscita, questa terza stagione quasi sicuramente non l'avrà.
Ed è anche normale: al tempo in cui andò in onda la prima stagione, si trattava non solo di una cosa già strana e originale di per sé, ma in più capitava in un contesto in cui la tv e le serie televisive in particolare erano meno sperimentali. Oggi, dopo un quarto di secolo, le serie tv hanno conosciuto una diffusione enorme, sia come numero di titoli prodotti sia di interesse da parte del pubblico; e nel loro ambito si è sperimentato e visto di tutto - anche grazie a TP stessa. Non è questione di stabilire se sia stata superata o no: è che le serie tv sono andate avanti, e le rivoluzioni, di solito, si fanno una volta sola, a meno che Lynch e Frost siano stati capaci di inventare ed inserire nella nuova stagione elementi capaci di innovare ancora una volta il modo di concepire e fare una serie tv.
Insomma, è abbastanza probabile, quasi sicuro, che questa nuova stagione non avrà l'impatto delle prime due; ma è normale, non avrebbe senso aspettarselo, va bene così: TP ha già fatto la sua rivoluzione, e ben poche serie tv possono dire lo stesso.
Un elemento che promette bene riguarda il modo in cui è stata prodotta questa nuova stagione, che è diverso dal passato della serie e va a intrecciarsi con la questione "toccare il monumento".
L'ammirazione per le due prime storiche stagioni di TP, infatti, non impedisce agli spettatori di notare alcuni difetti della seconda; la quale, ricordiamo, era tre volte più lunga della prima e, mentre nella prima parte era tranquillamente alla pari, in quella centrale si infiacchiva un po' per poi risalire verso la fine. I motivi sono vari e noti: Lynch non voleva rivelare l'assassino di Laura Palmer per mantenere la tensione e continuare a indagare la vita della cittadina; una volta costretto a farlo perse un po' di interesse e smise di seguirla da vicino, anche per lavorare a Cuore Selvaggio - e così Frost, che si allontanò anche lui per altri lavori nel cinema; gli autori subentrati che non sempre sono stati capaci di mantenere la coerenza e il tono della serie, a volte creando trame insulse (i corteggiatori di Lucy), a volte inserendo gli elementi soprannaturali dove non c'entravano (che c'entrava Josie con il Nano?). E un altro problema fu che l'episodio pilota fu girato senza sapere se la serie sarebbe poi stata realizzata davvero; la prima stagione fu girata con incertezze sulla seconda (con Frost che buttò dentro, per sua ammissione, tutti i cliffhanger possibili per fare in modo che il pubblico volesse la stagione nuova per vedere come andava a finire), e della seconda abbiamo detto: ciò ha comportato che certi elementi fossero stati inseriti senza pensare a come risolverli (chi ha aggredito Jacoby e perché?), e che a volte non siano stati risolti proprio (anche gli annunci del Gigante non è che abbiano poi avuto questo seguito spiegato o risolto così bene, né si sono rivelati essenziali nello sviluppo della trama...). Era una serie bellissima, ma con tante incongruenze: lo stesso versante soprannaturale non appare così solido: nato dalla visione di Lynch della Stanza Rossa, sembra procedere più per costruzioni e spiegazioni successive, ispirazioni del momento, che per una visione preesistente coerente e compiuta.
L'elemento positivo è che stavolta Lynch e Frost hanno scritto TUTTO PRIMA, e Lynch ha diretto TUTTI gli episodi: questo dovrebbe garantire uno sviluppo armonico delle trame e delle atmosfere, dovrebbe evitare le contraddizioni, le incongruenze, i filoni lasciati in sospeso (lo One Eyed Jack che fine ha fatto?); il controllo di tutta la stagione dall'inizio alla fine da parte dei due autori e il fatto che sia stata già girata tutta è un elemento che alimenta le speranze. E siamo ben felici di vedere quelli che, di fatto, sono DICIOTTO nuovi film di Lynch.
O almeno dovrebbe: pare infatti che in The Secret History of Twin Peaks, il libro di Frost in cui l'autore racconta i retroscena della cittadina, qualche incongruenza ci sia. Non l'ho letto quindi magari mi sbaglio, ma alcuni commenti dei lettori rilevavano almeno un errore nella storia di Big Ed, Norma e Nadine. Per di più Lynch pare sia poco interessato alla coerenza di certi dettagli (lo ha detto anche Robert Engels, col quale ha scritto Fuoco cammina con me: e infatti il film non torna tanto per esempio col Diario segreto di Laura Palmer).
Che dire? I dettagli sono dettagli, alla fine contano il giusto: speriamo bene.
Io non vedo l'ora.
(bom... bo-bom... bom... bo-bom...)

martedì 31 gennaio 2017

Sanremo 2017: pre-giudizio

Da buon amante del rock non ho mai amato il Festival nazionale, anche perché negli anni '80 ero pienamente nella prospettiva, certo non solo mia, che nella musica ci fosse il Muro di Berlino: di qua il rock e la musica "vera", il "Bene"; e di là il pop, il "commerciale", cioè il MALE. E essere comunista, quindi naturalmente diffidente verso il mercato, non aiutava.
Poi sì, qualche eccezione la ammettevo, e fino a un certo punto i gusti non erano così rigidamente definiti. In più ero adolescente, e se questo da una parte porta rigidità dall'altra significa indefinitezza; per cui a qualche "guilty pleasure" mi capitava di cedere. E poi era la musica della mia epoca, non potevo essere del tutto impermeabile, e per finire, col tempo, ho imparato non solo a sfumare i giudizi e a rivalutare qualcosa (senza esagerare, eh) che inizialmente avevo bollato come "male (e che magari lo era pure), ma anche a capire che certo pop dev'essere così: leggero, divertente e anche sciocchino e va bene.
Per il Festival la questione era simile: mi pareva una baracconata della più banale e passatista tradizione italiana nella sua versione peggiore, declinata nel modo più superficiale e meno coraggioso possibile. E non avevo, né ho, davvero tutti i torti.
Ma anche qui ci sono i però: le eccezioni, ad esempio, e il fatto che alla fine in famiglia un occhio ce lo buttavi sempre. E una volta uscito di casa per andare all'Università, non avevo nemmeno la tv in casa né la cercavo per Sanremo; ma perfino durante la Pantera un paio di occhiate gliele demmo (ricordo pochi secondi di Dee Dee Bridgewater che gorgheggiava su Uomini soli e il momento in cui col telecomando passai su Rai 1 e vidi Cutugno che in quel momento cantò "Accesi, spenti e stupidi speciali / due consonanti perse in tre vocali" e, folgorato dal secondo verso, decisi che poteva bastare).
E più tardi, tra il gusto di divertirsi col trash e gli amici gay, alla fine Sanremo lo guardavo ogni anno (e qui sul blog l'ho commentato pure). Anche perché da un certo punto in avanti qualcuno deve aver capito che il pubblico non era più fordista-generalista, ma che toyotisticamente esistevano tanti pubblici diversi, e quindi Sanremo iniziò sempre più a sembrare compilato col manuale Cencelli: due vecchi, un vecchissimo, qualche affermato strafamoso, 2-3 bravi davvero, un paio di icone gay e qualche ignoto, con gli insiemi che si intersecavano: e così, tutti accontentati. Se poi c'era un presentatore vivace e qualche ospite buono, o un Fazio che con una mano ti fa il pretino e con l'altra ti fa vincere gli Avion Travel o ti porta Caetano Veloso e Antony meglio ancora.

Però...
...però poi i nodi vengono al pettine; e va bene che siamo in tempi di compromessi, di moderazione, tempi in cui molti si sono dimenticati che a posizioni alternative sarebbe il caso di far corrispondere anche gusti un po' audaci e orientati verso il nuovo, tempi in cui molti non sanno più che "indie" era un misto di suono e posizioni politiche entrambi critici del mercato, e ci fanno le battutine cretine sugli hipster;
va bene che intorno a te c'è un coro di "eehh... ma che ti metti a fare? E dai, non essere estremista a sproposito", e ok che tutto si rivaluta (ahimè), e che "dai, la dicotomia commerciale/non commerciale non ha senso, è da rigidi fuori tempo massimo";
e mettiamoci pure, da una parte, un bel libro, per quel poco che ne ho letto, come Nonostante Sanremo, che parlando di tutto il bello passato al Festival dovrebbe ammorbidire le posizioni ma in modo saggio (non come gli argomenti che ho elencato nelle righe scorse); e dall'altra il fatto che il Festival te lo guardi senza aspettarti troppo, così, per curiosità e perché tanto d'inverno in mezzo alla settimana stai a casa, dunque...

Mettiamoci tutto, ma poi tanto i nodi vengono al pettine, ribadisco, e tanto poi va a finire come diceva Churchill, che accetti "il disonore per evitare la guerra e alla fine [avrai] il disonore E la guerra", e accetti i compromessi in cambio di qualcosa e poi se lo rimangiano.
Non parlo del fatto che segui una trasmissione per una settimana per poi veder vincere Cristicchi con una canzone di un retorico che dovrebbe essere perseguito penalmente, o che comunque ti sorbisci, per poche cose valide, una tonnellata di musica obbrobbriosa o al massimo carina (ma se va bene) e dell'intrattenimento per lo più veramente commerciale, perché purtroppo Sanremo è Sanremo per davvero; o che ti fai davvero un torto a cadere nella terrificante mentalità del luogo comune "vabbè, ma Carlo Conti alla fine è spigliato, è bravo, un po' di musica la conosce, magari fa una cosa divertente" (quando pensi così il Male/capitalismo mediatico/conformismo/ristrettezza culturale ti ha contaminato): o quantomeno non parlo solo di questo.
Il Sanremo di Carlo Conti è per lo più tremendo, il cast di quest'anno fa addrizzare i capelli (la Mannoia e il cantante dei Subsonica, Samuel, non bilanciano il resto) e 5 serate di Maria De Filippi sono una pena alla quale nessun tribunale mi ha condannato né sono così autolesionista da infliggermela da solo.
Per certe cose il Festival sarebbe pure divertente, non lo nego, così come il gioco di commentare con gli amici (pure quelli etero) e la curiosità te la stimola; ma per come si preannuncia no, non ce la posso fare: non rinnego la passata consuetudine di guardarlo in famiglia o con gli amici, non rinnego i commenti e ringrazio per i Quintorigo e tanti altri, ma quest'anno no way, no se puede.
Poi finirà che cenando un pezzo lo guarderò lo stesso, ma probabilmente finirà anche, com'è già successo, che in certi momenti cambi canale, becchi un bel film e rimani a guardare quello: viste le premesse, mi sa che è il caso di andare direttamente al film.

giovedì 5 gennaio 2017

L'ora dello scassaballe - Osservazioni culturali sparse

Qualcosa che ho letto, qualcosa che ho visto. Perplessità e apprezzamenti.

- Piaciuto l'ultimo Dylan Dog ("Gli anni selvaggi", n. 364) anche se tutto sommato classico: c'è una bella dose di malinconia, e c'è la bella trovata della playlist su spotify dell'autrice: qualche scelta è un po' scontata e sarebbe stato meglio includere le canzoni citate nel testo (quelle vere, almeno, che sono anche poche - forse una), ma Cascade di Siouxsie, anche solo per la voce, mi ha ricordato i miei primi anni '90 e far conoscere Blank Generation di Richard Hell & The Voidods è cosa buona e giusta.

- Letto il mio primo libro del commissario Rocco Schiavone, Cinque indagini romane: buono, mi piace, anche se lo spaccaballe nota che accanto a battute di un romano perfetto ce ne sono alcune, in bocca agli stessi personaggi, troppo in italiano: un'alternanza un po' poco credibile, tanto che sono andato a controllare se l'autore è romano. Lo è. Boh. Difetto veniale, comunque.

- Ho iniziato a leggere un'antologia del mitico Ettore Petrolini (Teatro, ed. Garzanti): interessante, personaggione, anche se alcune battute lette oggi suonano banali. Per esempio, nello sketch di Giggi er bullo fa dei giochi di parole veramente da anni '30: più belli, comunque, e più intelligenti e divertenti delle battute che si sentono nel trailer di Natale a Londra.

- Letto Il gagà di Massimiliano Mocchia di Coggiola: il sottotitolo è Saggio sull'abuso dell'eleganza, ed è un bell'excursus storico sull'argomento, un interessante pezzo di storia del costume, anche divertente.
Lo consiglio, ma lo scassaballe che è in me non può fare a meno di notare un "hit parade" usato al posto di "hit" (ovvero "classifica di successi" al posto di "canzone di successo") e un paio di "piuttosto che" usati nel modo sbagliato che va, ahem, di moda ora. Dal libro di uno così raffinato non me lo aspetto, ecco.

- Sto leggendo un libro su Lynch intitolato Da Twin Peaks a Twin Peaks di Andrea Parlangeli e, come il pavimento della stanza rossa, ha cose buone e qualcuna che mi sveglia lo scassaballe.
Accanto a notazioni interessanti e a una notevole conoscenza dell'argomento, ho infatti trovato:
- "affianco" invece di "a fianco" ("affianco" sarebbe la prima persona del presente indicativo di "affiancare", ma vabbè);
- un commento su Inland Empire in cui dice che la trama è incomprensibile e che quando lo vide aveva cercato spiegazioni sul web senza trovare nulla, quando gli sarebbe bastato leggere un articolo su Cineforum (io lo beccai per caso, lui che scrive un libro magari dovrebbe conoscerlo, anche se non si può leggere tutto), dal quale la trama appariva di una semplicità e chiarezza che ti facevano vergognare di non averla capita subito (i significati delle singole scene sono un altro discorso, ma almeno l'impianto base...); poi nelle pagine dedicate al film riprende in effetti l'ipotesi dell'articolo, ma sarebbe stato il caso di nominarlo.
- l'analisi dei film preferiti di Lynch e degli echi che se ne ritrovano nei suoi: manca Bella di giorno, che per Mulholland Drive è fondamentale, ma forse Lynch non l'ha indicato tra i suoi film-culto.
Però neanche nel capitolo di Mulholland lo nomina: visto che per ogni film analizzato fa una lista di film di riferimento, alcuni anche molto particolari, questa è una carenza.
- La lista dei film alla fine di ogni capitolo: c'è qualche ripetizione, e sarebbe il caso, oltre al film e all'anno, di scrivere sempre il regista, cosa che non fa - per esempio quando cita Glen or Glenda la prima volta; e tra l'altro le due volte che lo cita lo fa con due date diverse.
Pignolerie a parte, però, facendo tacere lo scassaballe devo dire che è un buon resoconto della carriera e soprattutto dei temi di Lynch.

- Forse dovevo iniziare dai libri veri e non da quella, ma non ho capito perché Giorgio Manganelli abbia inserito nella sua antologia personale tutti quegli articoli di giornale: molti contengono osservazioni profonde e argute, spesso ti fa venire voglia di leggere ciò di cui parla, ma a volte "giornalisteggia", in stile Corriere o Repubblica, e lì dà ai nervi. Il pezzo sulla Santa Teresa in estasi, poi, va un po' troppo sul filosofico per me, non l'ho capito: forse avrei dovuto leggere meglio (e di più) Carmelo Bene per capire quei discorsi sull'assenza.
Ma l'intervento su Jung e la letteratura è veramente bello, pieno di spunti più che di risposte. E comunque, scrittore da esplorare.

- L'ultimo romanzo di Nada, Leonida, apre un po' il racconto rispetto alla molta autobiografia dei precedenti Il mio cuore umano e La grande casa, ma i suoi temi preferiti restano al centro. Il libro contiene ingenuità e parti interessanti, momenti "scritti bene" nel senso più ordinario del termine e ruvidezze invece interessanti. La scena del coltellino e del laghetto è assolutamente, perfettamente realistica.
SPOILER CHE SCRIVO IN CARATTERE PICCOLO:
Cara Nada, ho capito che ti piace raccontare storie di famiglie "matrilineari", che nelle discendenze ti interessa quella linea lì, ok: ma che quando una donna importante di un tuo libro mette al mondo due maschi questi siano gay, dai, non stai esagerando? (si scherza, eh).

- Ho conosciuto Jonathan Coe sentendone parlare in questa circostanza, e da allora ho letto svariati suoi romanzi, apprezzandoli. L'unica eccezione era stato Donna per caso, che parte bene ma sul finale sbraca del tutto, come se gli si fosse spenta l'ispirazione; ma per il resto mi erano piaciuti tutti, alcuni anche parecchio.
Poi ho letto Circolo chiuso e no, non ci siamo proprio. Mi ricordo male la puntata precedente, La banda dei brocchi, ma mi pareva che mi fosse piaciuto: questo invece no, per motivi sia letterari sia meno letterari.
Per quanto riguarda quelli letterari, Coe, per raccontarci cosa è successo ai personaggi, in svariati punti si affida a lunghissimi riassunti, a volte suoi a volte in bocca ad altri personaggi; contraddicendo così l'aurea regola della narrativa "show, don't tell": ci tells parecchio, invece, come se avesse elaborato troppo, e di questo troppo solo alcune cose gli interessasse show. Purtroppo lo fa anche in una scena importante del romanzo successivo, La pioggia prima che cada, che invece è molto bello.
Per quanto riguarda invece i motivi non-tanto-letterari, devo dire che in questo romanzo fa una cosa che in letteratura non amo tanto (i precedenti che ho letto io sono Amsterdam di Ian Mc Ewan, Il falò delle vanità di Tom Wolfe e Coscine di pollo di Tom Robbins): si accanisce contro personaggi che non se lo meritano e usa uno sguardo benevolo - come la sorte che riserva loro - verso altri che invece sono insopportabili, vedi tra i primi il povero Ben e tra i secondi quella m***a del fratello, o la Claire che pontifica sulle vite degli altri mentre lei è coerente a comodo suo, o la tremenda Cicely.
Dopo questo mi è un po' calata la voglia di leggere quelli successivi, anche se come ho detto La pioggia... meritava.

mercoledì 21 settembre 2016

Suicide Squad: il film

Visto il film sulla Suicide Squad. E visto che nell’incarnazione anni ’80-’90, è uno dei miei fumetti preferiti (e sul quale mi sono espresso qui), butto giù qualche considerazione.

L’idea di un film con protagonisti “cattivi”, mantenuta dal fumetto (nella fattispecie, supercriminali utilizzati dal governo USA per missioni coperte e pericolose), a quanto pare attrae nonostante non sia nuova: ma “Quella sporca dozzina” è lontano, Diabolik e Fantomas sono roba europea, e, benché “Dexter” invece sia vicino, in quel reame dell’innocenza che per tanti versi è ancora l’America (ma anche nel mainstream generale) il cattivo deve essere in qualche modo “buono”, o riscattarsi, concetto che nel fumetto di Suicide Squad, e anche nel film, c’è poco.
I personaggi infatti sono proprio cattivi, e però umani e sfumati; all’eventuale eroismo o alla bontà ci arrivano quasi per caso, per vie oblique, perché umani e contraddittori, o perché “i cattivi così cattivi non sono mai”, come diceva Fossati, e questi accanto ad un’indubbia stronzaggine mostrano per lo più devastazione interiore, disincanto (in primis verso sé stessi) a livelli di guardia, follia da traumi subiti o autocausati e molti una solitudine quasi disperata: per immedesimarsi ci vuole uno sforzo superiore a quello richiesto da certi altri cattivi-con-codice-morale da Hollywood, cosa non nuova ma per gli USA evidentemente rara; e il resto del mondo probabilmente non se l’aspetta da un film americano di supereroi, genere visto ancora come oasi di moralità ben definite.
Da qui, probabilmente, l’interesse - con conseguenti incassi - per una pellicola anche divertente di un umorismo crudele e nella quale gli attori sono in generale bravissimi (anche se Will Smith - confesso che non avevo mai visto prima d’ora un film con lui - è vagamente stucchevole, e per di più mi ricorda un po’ Fiorello piccolo un po’ un certo Domenico che conosco, cosa che mi fa strano, e Leto mi sia piaciuto sì, ma col personaggio del Joker comincio ad avere problemi).
Il film però è stato generalmente giudicato male: ma a me non è dispiaciuto anche se trovo che un difetto grosso ce l’abbia, dovuto a un mix tra una certa caratteristica dei film di supereroi e questa trama specifica, più che ad altri.
Il problema infatti non è che il film sia basato sulla versione a fumetti più recente, meno “rivoluzionaria” e scritta da autori meno bravi rispetto all’altra: era ovvio che avrebbero scelto questa, anche perché c’è Harley Quinn, uno dei pochi personaggi creati recentemente davvero potenti (a livello di successo e di colpo sull’immaginario, come dimostra tra l’altro il gran numero di cosplayer che la scelgono).
L'Amanda Waller originale,
che teneva testa pure a Batman.
Tra l’altro, la serie alla fine non è neanche male (e nel numero 16 della testata italiana, da poco uscito in edicola, ci sono anche delle riflessioni interessanti sui personaggi e sul gruppo), benché non abbia né possa  avere la forza dell’altra. E poi una delle belle idee che ebbe l’autore del fumetto degli anni ’80, il John Ostrander omaggiato anche nel film (in una scena compare un palazzo in cui ha sede una compagnia col suo nome), era che il funzionario del Governo che creava la squadra era una donna, per di più nera e grassa. Nel fumetto nuovo, stesso nome, genere e colore ma magra - una specie di modella, il che ci era un po’ dispiaciuto (poi si scopre che è la nipote), sembrava un imborghesimento. L’Amanda Waller del film, invece, è più vicina all’originale: meno Halle Berry e più donna "vera".
L'Amanda cinematografica


E il problema non è nemmeno la trama confusa (mi sembra invece abbastanza chiara), o una certa lentezza iniziale, che è innegabile ma serve a introdurre l’idea e i personaggi. E rispetto ad altri esempi di questo genere, qui manca quella goffaggine che hanno certe volte i film di supereroi nel tradurre in scene di carne cose pensate per il fumetto - l’Uomo Ragno disegnato funziona ed è bello, una persona reale con la tutina che spenzola da un palazzo e l’altro funziona, risulta e la accetti meno, l’incredulità non la sospendi altrettanto volentieri. Qua è tutto fluido e abbastanza “naturale”, per quanto si possa (al limite qualche danza dell’Incantatrice non è proprio naturale, ma è veramente un dettaglio).

Il punto secondo me è un altro [e nel paragrafo dopo questo SPOILERO, quindi occhio]: un film di supereroi è diverso da un fumetto perché, banalmente, di fumetti ne escono almeno 12 episodi l’anno mentre di film ne fai uno ogni tanto (ci sono i sequel, ma al massimo 3/4). E dunque, mentre il fumetto presuppone una sequenza continua di storie, una regolarità (nonostante occasionali scossoni di trama e status del personaggio), il film da parte sua è in genere un episodio solo che fa storia a sé, e la storia oltre a essere più ampia deve avere un inizio un centro e una fine, arrivare a una conclusione. Che il gruppo o il personaggio continuino è sottinteso, e la Marvel sta facendo film collegati tra loro per dare più respiro alle trame e all’universo immaginario dei personaggi, ma non si arriva mai alle proporzioni del fumetto.
Questa caratteristica, unita al fatto che l’unica missione che la Squadra affronta nel film sia di fatto nata dalla creazione stessa della Suicide Squad, fa sì che la storia del film alla fine sia: una pazza che crea questa squadra di criminali, ne segue un casino, la squadra lo risolve (con perdite, come da tradizione), e poi torna in carcere. Non è la storia del governo e delle sue azioni coperte unita a quella degli umani che le compiono, non è la storia di una donna di carattere che sa sporcarsi le mani quando è il caso e portarne il peso: sembra piuttosto la storia di un delirio di una squilibrata cinica che vorrebbe risolvere problemi e invece li crea, ottenendo come massimo successo il metterci una pezza dopo, dopo centinaia di vittime. Il tutto, dando tipo 10 anni di sconto di pena a gente che ha tre ergastoli, come dice Captain Boomerang, e che sicuramente non sarebbe andata a rischiarci la vita.
Ecco, mi pare che si sia perso il senso originale della serie, sia vecchia che nuova, senza che ne sia stato dato uno nuovo. Annunciano il sequel, ok, ma è strano, visto che in questo primo episodio non ne hanno posto granché le premesse.

Avrei voluto essere un critico cinematografico vero, di quelli capaci di dire che sguardo dà e restituisce il film sul e al mondo, che idea di corpi e di visione e di destino c'è, ma non lo sono; e dunque mi limito a dire che poi certo, questo è un film di supereroi e vado a cercarci colori, casino, ritmo, battute, se ci scappa pure qualche riflessione, e tutto questo c’era; in più, con personaggi cui voglio bene.
E alla fine mi sono divertito una cifra e il sequel me lo andrò a vedere di corsa: I don’t see the hour!